Flavio Ermini – una nota di Stefano Guglielmin

 

Sotto il profilo storiografico, la scrittura di cui si fa carico il poeta coinvolto in un’esperienza conoscitiva, che certifichi originarietà e autenticità nell’oscuro colto nell’atto d’aprirsi alla luce, si concretizza in almeno quattro pratiche complementari e talvolta intersecanti: la prima, propria al dettato rilkiano e trakliano, si scopre protesa alla nominazione del mondo, gonfia d’ebbrezza e canto, eppur consapevole dell’orrore da cui questa leggerezza proviene; la seconda è un coacervo di radici (da Pascal, al simbolismo, dal giansenismo al sentimento della crisi vociano) condensatesi magistralmente in «quel nulla/ d’inesauribile segreto» del Porto sepolto ungarettiano, e diramatasi in seguito nell’inquieto misticismo ermetico, tutto teso a fondare l’esistenza (fortemente infatuata dell’io) nelle arcane ragioni della poesia; la terza, attiva nell’orizzonte neoavanguardistico italiano degli anni Sessanta, invita gli scrittori a «stanare» la realtà, a toglierla da quel limbo materico in cui la morte delle ideologie l’ha relegata, in un sano esercizio disvelante e fecondamente inventivo;1 la quarta esperienza, infine, facendo tesoro dei precedenti orizzonti, la possiamo far coincidere con il progetto che gravita attorno alla rivista “Anterem“, che si sostanzia in un viaggio consumato nei pressi dell’Inizio, in un ascolto che rifonda ogni volta da capo la vertigine del pensare altro, dell’«antipensiero», attraverso una scrittura verticalmente nomadica, giocata nel lasco tra silenzio e voce, caos e ordine, naturale e culturale, in un procedere che – pur essendo plurale, come vedremo – tende ad assecondare «il movimento dell’origine, sorvegliandone la gestazione e il travaglio, ripetendolo».2

Proprio in Flavio Ermini tale assunto calza perfettamente, essendosi sempre mosso nella convinzione (di radice heideggeriana) che il disvelarsi della verità avvenga attraverso un dire inaugurale il quale, ritualizzando l’atto cosmogonico, si sleghi dal tempo profano, collocandosi nel medesimo istante dell’origine. In questo senso, la parola erminiana acquista le connotazioni del Sacro, rendendo i poeti, come scrive Rilke, «orecchie che ascoltano, bocche della Natura».3

Il rischio che questa poetica comporta (lo stesso, invero, al quale sono soggetti i poeti neo-orfici), è quello di cadere nella mistica dell’autenticità, per cui il poeta diviene un eletto e, al tempo stesso, uno schiavo del proprio destino disvelante, scoprendosi costretto a ripetere tautologicamente l’atto del disvelare, senza tuttavia mai mettere in questione il concetto stesso di ‘origine’. Ne Il bozzolo del grande fiore, Ermini tenta di eludere questa impasse sia ponendo l’accento sulla contaminazione dei saperi contemporanei (non ultimo quello epistemologico) e sia recuperando il concetto greco di zoe, quale forza vitale che pulsa nell’animalità e di cui la parola poetica vuole farsi custode, di contro alla bios, la vita (e dunque il linguaggio) organizzati attraverso la ragione calcolante. Questa seconda soluzione, ha il merito di riportare la parola alla matrice finita dell’esserci, evitando l’equivalenza natura = origine, giacché quest’ultima, non avendo luogo in un altrove atemporale, non è più metafisica, bensì è inscritta (e da essa tracima, eccede) nella singolarità di ciascun corpo, grazie alla sua natura ferina, che si dà in superficie (anche linguistica) nella forma magmatica del caos, come forza che trabocca, che esorbita l’immobilità della semplice presenza: si pensi al Poema n.10. Tra pensiero (Empiria, 2001), in cui gli elementi della caducità (nascita, gesto, cenere, sangue, labbra, lingua, saliva, eccetera) vengono in essere attraverso la poesia ed in essa, senza soluzione di continuità, inesorabilmente scompaiono, quasi che la poesia stessa, divenuta foscolianamente «forza operosa», li affaticasse «in virtù di un moto che non conosce sosta», fino a travolgerli. In questa prospettiva, altra occasione non hanno i mortali per tollerare l’imprendibilità dell’origine, se non circoscrivendone gli effetti «in piccoli modi», che prestamente si dissolvono, dopo aver mostrato ombra e morte: «produce sofferenze elementari la lingua che si posa all’esterno dell’aria. Tenuta insieme dal nome, l’ombra comporta un’apertura netta nella carne». Nel Poema, differente destino spetta invece agli erranti «senz’ossa», a quelle figure insepolte il cui pensiero è «al riparo del tutto dal dolore». E tuttavia, a differenza del «non nato» trakliano, a cui questa figure alludono, esse non rifondano alcuna stirpe, pur mantenendosi attive quali forme del richiamo, quali modelli originari, archetipi del proprio antecedente alla caduta: «In verità, grembo del respiro è la fronte accostata alle grate oltre le quali l’insepolto si cela». Gli umani quindi vogliono vedere, vogliono sapere l’esatta dimensione dell’identità prima di ogni differenziazione; Ermini, tuttavia, mette in guardia contro ogni facile idealizzazione: il «biforme» è provvisto «di vessilli e rostro», di «ali» ma anche di «artigli», in una familiarità cara al tragos greco e, più in genere, alle culture arcaiche, nelle quali l’angelo e il demone vicendevolmente si alimentano.

Questo dialogo con l’eventualizzarsi dell’enigma trova la sua realizzazione saggistica nell’ultimo libro: fare della scrittura saggistica un pensiero che sia canto, una superficie dove, nell’apparenza, l’invisibile dimori; raccontare l’urgenza di mettere in tragica comunione verità e bellezza, sensibilità e conoscenza, sono infatti i due cardini simultanei del moto apparente del sole, messi in scena da un paesaggio allegorico, tutto nebbie e crepe, che ha nell’«antro» salvifico il suo inizio e la sua meta. «Antro», qui, rinvia tanto all’età delle archai «dove niente si distingue» ma tutto è possibile quanto all’approdo salutare, a quella Wildniss annunciata da Hölderlin, che «non è selva, ma radura che attende il primo passo dell’uomo» votatosi all’ascolto dell’origine.4 Su questa struttura ontologica, Ermini costruisce una complessa fenomenologia, un «catalogo» di voci, la cui funzione mira a portare alla massima potenza la poetica dell’Inizio, di cui gli editoriali degli ultimi dieci anni di “Anterem” sono stati splendidi bijou.5 In tal senso, anche la storia dell’infelicità è solo apparente: non ha infatti progresso o senescenza questo stato di privazione, che invece ci pervade dall’istante successivo all’inizio, da quando, abbandonato l’antro, la storia è cominciata, inaugurando il nostro esilio, quella «continua mutilazione» che è l’esistere nel suo passare generazionale. Passare che trova pronuncia nel canto. Ciò significa che non si dà poesia se non nel dialogo con la propria radice nascosta, la quale mette in prossimità della parola autentica l’enigma del venire alla luce tanto del singolo uomo quanto della comunità. Così facendo, ci spiega l’autore, la parola guarisce, ossia riacquista la facoltà di creare «il mutevole orizzonte del mondo», come fecero, per primi, i «Nomothetes».

La chiamata in causa dei legislatori, di queste figure giuridiche (e storiche) dell’antica Grecia, trasformate da Ermini, sulla scorta di una lettura audace del Cratilo platonico, in presenze mitologiche,6 ci consente di toccare il punto più delicato dell’intero libro erminiano, che riguarda la pluralità dei modi in cui l’essere viene fatto circolare di pagina in pagina, in una ridda sinonimica assai problematica: se infatti talvolta si rinvia all’«essere abbandonato» di Jean-Luc Nancy, dove la presenza viene al mondo «ogni volta una», senza residui metafisici, talaltra emerge la nozione heideggeriana dell’es gibt, di quel darsi-ritraendosi del «dire originario» al quale corrispondere nel silenzio dell’ascolto; in altri passaggi, ancora, la metafora mitica del chaos, quale differire continuo che tiene aperto il possibile, assomiglia alla différance di Derrida, mentre gli stessi archetipi che abitano «l’antro», vengono a costituirsi quali essenze immutabili, principi primi estranei a Kronos e semmai figli di Kairos, con ciò avvicinando, questo e altri passi del libro, all’esoterismo, dove la liberazione dalle catene del transeunte passa per l’ascesi, il sapere iniziatico e la fondazione «di una nuova terra» dove luce ed opera mettano in comunione i mortali. Malgrado questi sfasamenti metafisici – facili ad insinuarsi in un libro che fermenta e cresce dall’interno, incurante del principio di non contraddizione e che vuole invece far fecondare gli opposti (con enfasi esoterica, appunto, ma anche con l’entusiasmo di un fanciullo) – Il moto apparente del sole conferma l’indole sapienziale e la carica immaginifica di Ermini, oltre che il suo impegno civile, nella misura in cui il presente, dove regnano solitudine e decomposizione, trova nella poesia il suo canto funebre, ma anche appunto la forza per un nuovo inizio.

 

1. Penso in particolare ad Angelo Guglielmi quando, in Avanguardia e sperimentalismo (Feltrinelli, 1964), attribuisce alla letteratura il compito di costruire un discorso che metta in fibrillazione i contenuti già dati, per offrirli al lettore in un impasto inaudito, sorprendente, spiazzante, cosicché essi siano concepibili nella loro valenza preideologica. Convinto che la lingua possa mostrare quell’impasto, possa offrirlo al palato nella sua fluidità aleatoria e generante, nella sua nudità continuamente cangiante, Guglielmi invita il poeta-minatore a ricercare oltre le apparenze, in una vertiginosa reinvenzione della lingua e delle sue strutture, per slabbrare la rassegnata ripetizione delle convenzioni operata non soltanto dal potere capitalista, ma anche dal Neorealismo.

2.  Flavio Ermini, Il bozzolo del grande fiore, in AA.VV., La bi-logica fra mito e letteratura, a cura di Pietro Bria e Fiorangela Oneroso, Franco Angeli, Milano, 2004. p.130.

3. Rainer Maria  Rilke, Sonetti a Orfeo, I, XXVI. (Trad. it. Giuliano Baioni).

4. F. Ermini, Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità, Moretti & Vitali, Bergamo 2006, rispett. p.94 e p.284.

5. Ora in F. Ermini, Antiterra, Edizioni Joker, Novi Ligure 2006.

6. Scrive infatti l’autore nel Moto apparente del sole, a p.81, che i Nomothetes sono «i sapienti antichi che con la nominazione dei luoghi e delle cose crearono il mutevole orizzonte del mondo».

 

(Stefano Guglielmin, Senza riparo. Poesia e finitezza, La Vita felice, 2009, pp.41-44)

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