Appunti: Il bozzolo del grande fiore [Flavio Ermini]


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1. L’oggetto da decifrare


Dylan Thomas diciannovenne


La mia lingua si fa prossima al morfismo onirico, dove la corrente del razionale è spostata ai margini del campo emotivo. Qui le connessioni scalari sono quasi del tutto sciolte e danno modo alla materia di essere accolta dalla nominazione.
Ogni mia parola è una goccia di china che cade in un’acqua purissima. E subito si torce. Scava tane scure. Libera la sua forza. È solare e lunare. E s’inabissa ancora e si perde. Una nuova goccia segue la prima. Altre sono disposte intorno. Ogni parola sembra farsi spazio nella compattezza dell’oggetto da decifrare. Deve incrinare l’unità del cristallo per potersi dare una natività.

Latens non è soltanto ciò che tarda a manifestarsi. È anche ciò che vincola: l’allarme percettivo del contenuto preverbale, che fa segno alla lingua dall’interno di una lingua muta.
Tutte le cose si tengono insieme, ma l’oscurità permane sul vincolo che le lega e impedisce loro di liberare il non detto.
Conta il movimento della progressione più che la posizione raggiunta? il distendersi del tempo più che il suo contenuto? il volo dell’accensione più che la costrizione del senso?

Il tempo è un congegno per la rimozione delle falde che preludono l’accesso a supposti centri. Le falde sono sempre alla fine di un inizio e viceversa. Il suono emesso da ogni falda rimossa raggiunge nel mezzo tutte le altre.
Conta la perseveranza del viaggio, ripeto a me stesso. E forse va prestata più attenzione alle quotidiane variazioni della luce.

Materia resistente alla presa? O materia che per togliersi dai ceppi del già espresso è indotta a inaugurare forme estranee alla cinta dell’uso? Possiedo forse troppo lacunosamente l’anti-codice della nominazione? La strategia dei segni è dunque così complessa?

Frasi aprono una via. Frasi equivalenti a respiri brevi. Frecce tese dal proprio centro di mancamento. Frasi aggregate, simili a piccoli monoliti o a schiere di soldati. In ognuna, una vibrazione, che ha rispondenze a vari livelli. E sottopone le singole parole a variazioni, ripetizioni, pause, ritorni. E mostra filettature poetiche fino a questo momento a me inattingibili.

Accede alla materia chi accetta l’atto di modificazione e l’atto di relazione.
Apro una via. Accolgo la trasformazione degli eventi e l’unificazione dei partecipanti al patto di trasformazione.
Mi appare chiaro il tracciato che il sole segue nel suo moto apparente. E finalmente si scioglie nella nominazione il nodo che vincola le cose alla loro ombra. Finalmente la struttura del desiderio coincide con quella linguistica.

 

 

2. Una poesia di Dylan Thomas

 

The force that through the green fuse drives the flower

 

The force that through the green fuse drives the flower
Drives my green age; that blasts the roots of trees
Is my destroyer.
And I am dumb to tell the crooked rose
My youth is bent by the same wintry fever.

The force that drives the water through the rocks
Drives my red blood; that dries the mouthing streams
Turns mine to wax.
And I am dumb to mouth unto my veins
How at the mountain spring the same mouth sucks.

The hand that whirls the water in the pool
Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind
Hauls my shroud sail.
And I am dumb to tell the hanging man
How of my clay is made the hangman’s lime.

The lips of time leech to the fountain head;
Love drips and gathers, but the fallen blood
Shall calm her sores.
And I am dumb to tell a weather’s wind
How time has ticked a heaven round the stars.

And I am dumb to tell the lover’s tomb
How at my sheet goes the same crooked worm.

 

 

La forza che nella verde miccia spinge il fiore

(traduzione di Ariodante Marianni, con qualche variazione)

 

La forza che nella verde miccia spinge il fiore
Spinge i miei verdi anni; quella che le radici degli alberi squarcia
È la mia distruttrice.
E sono muto a dire alla rosa contorta
Che la stessa febbre invernale piega la mia giovinezza.

La forza che spinge l’acqua tra le rocce
Spinge il mio rosso sangue; quella che allo sbocco le correnti prosciuga
Le mie trasforma in cera.
E sono muto a scandire alle mie vene
Che alla fonte rocciosa succhia la medesima bocca.

La mano che agita l’acqua nello stagno
Smuove le sabbie mobili; quella che i venti imbriglia
Sorregge la vela del mio sudario.
E sono muto a dire all’impiccato
Che la calce del boia è la mia creta.

Dove la fonte sgorga, si posano le labbra del tempo;
L’amore stilla a gocce e inturgidisce, ma il sangue che cade lenirà
Le ferite dell’amante.
E sono muto a dire alle intemperie
Che il tempo ha scandito un cielo intorno alle stelle.

E sono muto a dire alla tomba dell’amante
Che verso il mio lenzuolo striscia lo stesso verme contorto.

 

 

3. L’antro e la fine

La conoscenza che rivela l’uomo nel suo statuto di intrinseca duplicità, nella sua impossibilità di essere soltanto uno, spinge il giovane poeta a scrivere questi versi: «The force that through the green fuse drives the flower / Drives my green age; that blasts the roots of trees / Is my destroyer. / And I am dumb to tell the crooked rose / My youth is bent by the same wintry fever.»
La spinta ideativa è tutta riposta nella bipolarità “sviluppo versus disfacimento”. L’elemento propulsivo è allo stesso tempo una freccia in progredire e una in regredire.
La poesia che il giovane poeta inizia a scrivere si preannuncia a una sola nicchia.

Per il desiderio di una parola che non respinga il suo altro e il suo doppio, il giovane poeta si immette in un processo costruttivo che produce decostruzione fino all’azzeramento. Sa che la sommatoria è sempre una decurtazione; ogni viaggio si compie in avanti e a ritroso.
Questa apparente contraddizione – o senso riposto che si colloca al di fuori del nostro metro razionale – viene affidata a una poesia in grado di affrontare il dissidio e forse di comporlo.

La poesia, ci ricorda Baudelaire, «non è tale se non a condizione di essere duplice e di non ignorare nessun fenomeno della sua doppia natura».
Duplice nel suo inestricabile rapporto col conoscere e nell’ineliminabile ambivalenza degli effetti da esso prodotti, la voce poetica dà testimonianza di un evento esistenziale.
Il gesto del giovane poeta appare sospeso alla bipolarità del movimento fondativo, in cui convergono il vano desiderio di trattenersi nell’antro e l’irresistibile spinta verso la fine. Portarsi all’origine della lacerazione significa cogliere la coscienza umana al suo sorgere, la nascita dell’uomo come custode della fine.

L’uomo ha ormai riconosciuto gli elementi della duplicità che lo costituiscono. Ma ora: come farli convivere per il tragitto che rimane da compiere?
Il giovane poeta riesce a far marciare la macchina dell’incongruenza – vita come proliferazione del deserto versus deserto come emittente di elementi vitali – in due direzioni opposte: incontro al luogo verso il quale la freccia è diretta e incontro al luogo dal quale la freccia è scoccata. È l’esperienza della prossimità tra le antitesi sulla quale il giovane poeta ferma la nostra attenzione.

Ognuna della strofe che il giovane poeta scrive costituisce la variazione di uno stesso tema. Scioglimento di un solo nodo attraverso lo scioglimento di nodi minori. Dispersione del tutto nelle parti. Scissione dell’immagine in più specchi.
Ecco i tratti che consentono agli opposti di non separarsi.
Sono anche i tratti che mettono i fenomeni in interna relazione, senza rappresentarne la sintesi: li compongono lasciandoli liberi.
Si tratta al più di identificare il gioco delle prevalenze in questa costellazione: sapere cioè se la curva ascendente, o forza vitale, ha un’accentuazione maggiore della curva discendente, o forza ctonia.

Si può pensare il passaggio al limite? e il doppio sguardo che implica?
In realtà ciò che davvero unisce è la separazione a partire dalla quale ciò che separa diviene rapporto.

Forse il giovane poeta vuole mettere in rilievo l’idea di “concentricità”: il ritmo vitale ingloba il ritmo ctonio. Lo sgretolamento dell’edificio esistenziale non avviene pertanto ai bordi della poesia, ma nel suo corpo centrale. L’erosione è centrifuga. La sua espansione indomabile non raggiungerà mai le estremità esterne dell’edificio stesso. E autorizza l’idea che il segno negativo dell’esistere sia in qualche modo stretto fra le dita del valore vitale; giungendo al serrarsi di ambedue in un unico nodo: quello del dolore.
Così infatti il giovane poeta conclude la poesia: «And I am dumb to tell the lover’s tomb / How at my sheet goes the same crooked worm».

 

 

4. Il bozzolo del grande fiore

La verità è tracciata sulla superficie della curva fetale. È incisa nella seta delle pareti interne del bozzolo. Emerge dalle prime rughe delle forme embrionali che precedono l’apparizione. Là dove volto e voce sono ancora meandri di cera, ignari della lunga metamorfosi alla quale saranno destinati, da un regno all’altro della natura.

Va colta l’origine prima che sia principio, prima che sia contaminata dalla sua creatura. Va presa in considerazione la parola prima che sia pronunciata, sullo sfondo che la precede. Vanno cesellati il confuso e l’indistinto, seguendo quel loro modo di avanzare mutando impercettibilmente.

Il bozzolo del grande fiore è la smemoratezza di un sonno mai del tutto vinto e insieme il trascorrimento verso la razionalità e la volizione. Questi due momenti, che sembrano navigare per mari separati ed escludersi vicendevolmente, sono destinati a sviluppare un conflitto insanabile tra conscio e inconscio. Eppure, tra attese e frustrazioni, restano i veri custodi di questa soglia.

Il compito del pensiero è quello di ripercorrere le tappe di una cancellazione e di sorprendere il doppio gesto che costringe il bozzolo a schiudersi. Dylan Thomas ne è l’interprete.
Nel portare il gesto alla sua condizione terminale di caos verso la lucidità e la razionalità, il piano dei casi possibili si fa illimitato: il tortuoso verme canta il tortuoso amore, la tomba muta si apre al muto amplesso, l’amorevole lenzuolo è generatore di forme adagiate, l’immobile lenzuolo si anima sotto lo strisciare del verme, la bocca del verme diventa la tomba rimossa, il variabile lenzuolo dell’amplesso si trasforma in pietra panneggiata, le cupe intemperie si confondono con le intemperie luminose.
A contatto con il verme l’aria mette nuovi crini. La soglia introduce con lampi e varchi a molti edifici.

La nostra attenzione non si rivolge comunemente alla scena, ma ai cambiamenti di scena, gli unici che l’uomo è in grado di abitare.
Il passo ulteriore va compiuto verso l’ibridazione dei regni naturali. Il bozzolo è soltanto nel suo movimento verso la vita.

Questo bozzolo mette in evidenza il centro propulsivo vegetale. Come se la vegetalità non fosse soltanto un termine di paragone, ma l’elemento primario al quale rapportare la vicenda umana. Questo corpo vegetale appare come un equilibrio di parti interne. Come una serie di elementi denudati, posti gli uni sugli altri. Essi richiamano alla mente gli esercizi del giocoliere. La mano di Gea li trattiene e li innalza. Mantenendoli in bilico, al limite della caduta.

Questo bozzolo è il principio generatore in forza del quale la realtà è fatta emergere dal caos e portata alla luce. Un solo atto, uno solo; un lampo folgorante e l’essere è: è nell’orizzonte della sua piena visibilità.
Ce lo ricorda Plotino nelle Enneadi: «La creazione non procede né da un ragionamento né da un progetto, ma è prima di qualsiasi ragionamento e di qualsiasi progetto, poiché tutte queste cose, ragionamento, dimostrazione e prova, sono posteriori».

 

 

5. L’altro inizio

Rispondere all’appello dell’origine significa sospendere il tessuto della continuità storica, rinunciare a priori a una tavola di criteri precedentemente stabilita.
Anche se l’insieme rischia in ogni istante la rovina, vacompiuto per intero il tragitto oltre il senso originario delle cose. Ma il passo che lo compie deve conservarne il disegno nel tempo. La trasmissione del seme offre l’immagine dell’evoluzione e della resistenza generazionale.
Il grande ovario, oscuro al fondo, si innalza chiarendosi in colori trasparenti verso la cima. Lo spermatozoo ha una forma frecciata. E avanza costruendo gradi della sua temporalità: termine-durata, recisione-continuità. Ha inoltre la forma di un uccello con le ali spiegate, radiografato mentre affronta un volo verticale, attraverso alambicchi, canali e ampolle.
Siamo al centro di quella rivoluzione che Heidegger pensava come apertura alla «possibilità dell’inizio di una tutt’altra storia»: annientare e partorire spontaneamente noi stessi attraverso la distruzione di «ragionamenti, dimostrazioni e prove» e la creazione di un nuovo inizio, in nessun caso debitore dell’esperienza degli inizi precedenti.

La figura umana appoggia un piede sopra una foglia-ala. E viene trascinata in alto, obbedendo a un destino di sviluppo inarrestabile. La parte superiore della corolla si confonde con il viso umano. La figura sembra incapace di controllare la situazione di crescita nella quale è coinvolta. È come una spinta in su, entro la nebbia di un sonno presente. È carica di un moto espansivo che la nostra riflessione non riuscirà mai a svelare. Siamo di fronte all’arbitrio ineffabile del nostro dinamismo. La vita si presenta come soggezione a una cattura travolgente. È un vento che avvolge ogni cosa, portandola in alto. Non sono consentiti svincolamenti o evasioni verso situazioni già vissute. Non è possibile sottrarsi alla forza che attornia e stimola le nostre fibre. Una voce parla sempre. Vivere ha l’aspetto di una sottomissione allo stato puro dell’essere. La miccia cammina, sospinge, penetra. La miccia esplode, colpisce, dilania. La miccia indica, delinea, nomina. Cerca di portare luce in quell’antro.

Sono gesti che ci stanno addosso, ci incalzano, ci costringono a coltivare l’attitudine interrogante verso il mondo e la storia. E ci inducono in un modo o nell’altro a immaginare qualcosa di antecedente all’intelligibilità, qualcosa che quasi non osiamo nominare.
Nella discesa in quel buio profondo, dove la posta in gioco è la perdita di sé, va ripristinata la corrente dell’indifferenziato che ha abitato l’inizio della nostra storia personale e, dunque, ci ha costituiti. Per preparare ogni volta l’avvento di quel che la natura non è in grado di dire: l’altro inizio.

 

(Da Flavio Ermini, Il moto apparente del sole, Moretti&Vitali, Bergamo 2006)

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