Other Signs, Other Circles – nota di Maria Grazia Calandrone

copertina-OSOC-200x300Il nuovo libro di Ferramosca esce bilingue per Chelsea Editions, casa che ha aperto le sue porte tra le altre alle opere di Rosselli e Magrelli (e alla traduzione di quest’ultimo ha lavorato anche Annamaria Crowe Serrano, la brava traduttrice di Ferramosca).

Il volume raccoglie testi scelti da tre libri successivi e testi inediti, dunque il meglio o quanto la stessa autrice ha ritenuto maggiormente significativo del proprio lavoro pressoché ventennale. È evidente che siamo chiamati a gettare uno sguardo prospettico sull’opera-vita di Annamaria Ferramosca e leggendo il volume nella sua successione cronologica ci accorgiamo di essere nella scrittura di un poeta che Cvetaeva definirebbe “con storia”: l’evoluzione è trasparente sotto il fiume del tempo, l’ossatura si forma nei successivi passaggi attingendo alla fabbrica, al tirocinio stesso che si fa sulla pagina, fino a che in ultimo la voce che sale dal testo ci prende quasi per il bavero.

In questo genere di opera che raccoglie – e in questa specifica persona femminile singolare l’opera della quale viene raccolta – osserviamo con chiarezza quello che Pasolini sosteneva come destino comune a chi si ammala della malattia dell’arte: un beatissimo “semplificare”. Quasi tutti incominciano infatti da una certo momento a desiderare di essere compresi – e Ferramosca conferma: la maturità di un autore sta nel porgere lo strumento lavorato con semplicità e senza più bisogno di roteare le parole in preda a raptus virtuosistici, perché si è costruita negli anni una confidenza, un codice reciproco di comprensione: egli comprende ed egli viene compreso. Ma comprendere sta per “capire” e per “includere”: un gesto del pensiero e un gesto del corpo.

Faccio un esempio di questa duplicità semantica: a Ferramosca piace sempre di più incastonare nei propri testi termini tecnologici, scientifici, biologici o propri dello slang internettiano e così, assorbendola nelle proprie parole, l’autrice tenta di comprendere la rete comunicativa che le sta intorno, vede di stare alle calcagna del mondo e degli aggiornamenti continui del linguaggio di uso mondano; ma risulta altrettanto vero che la linea comune, la coda della cometa che sovrasta tutta la scrittura di Ferramosca, sia – a oggi – il canto della radice, la danza arcaica e sanguigna del corpo parlante, che il corpo non dismette neppure dopo avere aperto la bocca per pronunciare in poesia parole ultimative come emoticons.

Ed è questa cadenza irrefrenata che credo debba essere compresa e usata come chiave di accesso al mondo creativo di Ferramosca: immaginiamo un’etrusca che danza – ma alla luce dei monitor e con una nitida tecnocorona sul capo – ed abbiamo un’istantanea del lavoro soprattutto umano contenuto in Other Signs, Other Circles.

( Le Voci della Luna, n.46, marzo 2010)

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