Poesia Condivisa 2 N.38: Daniela Raimondi

Segni

 

Se scriviamo è per questo:
per non dimenticare il sogno,
ritrovare un tocco d’angeli sulla guancia
e sconfiggere demoni
immobili come aghi sotto la pelle.
Siamo stati cullati da madri gentili
in un tempo che era piccolo e chiaro
ma scriviamo per l’assenza del sole,
per la violenza di un’alba
che ha visto scheletri sotto la pelle,
un pipistrello volare fra i capelli.
Scriviamo per la voce dei bimbi
che piega il rumore della noia.
Per la luce che scivola lungo alberi altissimi
e il grande arco del cielo,
l’indaco luminoso che ci cola dentro gli occhi.
Scriviamo per non dimenticare le donne di Rubens
nude e bianche, con occhi dolci di sonno
e la carne che splende.
Per la tregua,
la mano di un amante che ci sfiora la nuca.
Scriviamo per l’attesa,
quando un’orbita di luna ha sbagliato percorso,
per la corona di spine che ci sanguina la fronte
e ci fiorisce le mani nella luce di un verso.

da: La Stanza in Cima alle Scale, Aragno Editore, (Roma, 2018) collana Licenze Poetiche.

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9 Comments

  • Qiui si instaura un denso e fertilissimo dialogo tra poeti e sensibilissimi lettori, come sta avvenendo tra Franco Intini e l’ospite poetessa Daniela Raimondi. Ne sono molto felice. Per la poesia che vince.
    Dilatate, se potete.
    Annamaria Ferramosca

  • Caro Franco, ho letto il tuo bellissimo commento senza respiro! Non credo che io stessa avrei potuto entrare così visceralmente dentro questa poesia. Del resto, è riconosciuto che spesso i critici sanno interpretare la poesia meglio di quanto lo facciano gli autori. Ma è giusto che sia così. L atto creativo è qualcosa che nasce da dentro, dal nostro inconscio, e spesso chi scrive non è in grado di spiegare, né di capire fino in fondo, il significato di determinati versi. In questo caso lo hai fatto tu, e lo hai fatto egregiamente, con notevoli sensibilità e acume. Per questo ti ringrazio di cuore. Daniela

  • E’ con la voce di coro che la poetessa parla dei poeti . Ogni poeta dovrebbe avere le idee chiare a proposito dal momento che parafrasando Szimborska “poeta” non si colloca tra i mestieri. Egli è qualcosa, ingegnere, chimico oppure muratore ed in più poeta. L’incipit ci ricorda che si scrive per il sogno, non la dimensione onirica ma un frammento di utopia inestinguibile, tipica di chi vede oltre la realtà in una specie di trance permanente, la perfezione di un tocco d’angelo sulla guancia e dunque percepisce nettamente il contrasto distruttivo del male, sempre in agguato sottopelle. I demoni sono lì a ricordarci di una divisione in noi, una lotta che gli antichi attribuivano agli dei e noi al piccolo io cosciente\incosciente del suo destino giocato tra prevedibilità e imprevedibilità:

    Se scriviamo è per questo:
    per non dimenticare il sogno..

    Se dobbiamo cercarne una specificità è nel fatto che essi avvertono il contrasto brutale tra la gentilezza delle origini, il calore del nido materno e della semplicità dell’affetto ed il tempo che è dato di attraversare, violento fin dall’alba, con quella triste realtà di scheletri coperti di pelle (quelli nei campi di concentramento, credo) e l’orrore rappresentato da questo pipistrello, signore della notte e dunque del buio, ciecamente orientato verso di noi, trattati alla stregua di insetti di cui nutrirsi.

    Siamo stati cullati da madri gentili
    in un tempo che era piccolo e chiaro…

    Ciononostante si continua a scrivere perché si spera nell’ innocenza che non conosce noia e nella luce, così come nelle donne di Rubens, nella loro florida e bianca bellezza, fonte inesauribile di nuove generazioni di bimbi. Il canto dei poeti sia modulato a misura della loro voce di questi ultimi:

    Scriviamo per la voce dei bimbi
    che piega il rumore della noia…

    Tutto ciò si raccoglie nei versi finali dove ad un desiderato momento d’amore si sovrappone uno di attesa che torni la saggezza a circolare nelle cose umane anche quando queste ultime sembrino deviare dai binari della logica e del bene:

    quando un’orbita di luna ha sbagliato percorso,
    per la corona di spine che ci sanguina la fronte
    e ci fiorisce le mani nella luce di un verso

    Il ruolo del poeta è in questa capacità di prendere su di sè la corona di spine dello sbandamento, della sofferenza per l’orbita di luna che sbaglia il percorso e di farla rifiorire come luce che risorge in un verso (chiusa semplicemente straordinaria).
    ciao

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