Poesia Condivisa 2 N.41: Zbigniew Herbert

Un cuore piccolo

Il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

nel momento meno opportuno
quand’ero ormai sicuro
di aver dimenticato tutto
le sue – le mie colpe

eppure come gli altri
volevo cancellare dalla memoria
i volti dell’odio

la storia mi confortava
io combattevo la violenza
il Libro diceva
era lui Caino

tanti anni paziente
tanti anni inutilmente
ho pulito con l’acqua della pietà
la fuliggine il sangue le offese
perché la nobile bellezza
il fascino dell’esistenza
e forse perfino il bene
dimorassero in me
eppure come tutti
desideravo tornare
alla baia dell’infanzia
al paese dell’innocenza

il proiettile che ho sparato
da un piccolo calibro
nonostante le leggi della gravitazione
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle
come volesse dirmi
che niente e nessuno
sarà perdonato

e così adesso siedo solitario
sul tronco di un albero tagliato
nel centro stesso
della battaglia dimenticata

io ragno grigio intesso
riflessioni amare

su una memoria troppo grande
su un cuore troppo piccolo

da L’ epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti, Adelphi, (Milano,2016), a cura di Francesca Fornari

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2 Comments

  • Grazie del tuo profondo e articolato commento, caro Franco. Affermi, in empatia con Herbert: – Il cuore dell’uomo è troppo piccolo per contenere la memoria delle cose e imparare dalle lezioni della storia, dunque strutturalmente insufficiente a pompare nelle arterie che contano quelle soluzioni che la poesia indica come risolutrici dei conflitti men che mai a captare il battito dei poeti. – Trovo nella tua affermazione una incontrovertibile verità. Ma non credo che non vi siano oggi voci poetiche sensibii alla necessità di solidarietà planetaria, di un’inversione di rotta verso l’umano autentico. Basta scorrere le voci raccolte nella nostra rubrica(De Andrade,Ritsos, Zagajewski,Tito,Raimondi, Heaney, e tante altre ancora) Ma si sa, la sensibilità oggi è merce rara e la poesia è voce poco ascoltata, nel mezzo del frastuono mediatico e del rumore individualista che ottunde.

  • Fortunatamente, accanto alle grandi narrazioni dei filosofi ci sono i piccoli interventi dei poeti a cui basta una metafora, semplice come la traduzione di una legge di natura per esprimere una realtà complicatissima.
    Qui c’è una pallottola sparata durante la grande guerra che colpisce alle spalle lo stesso sparatore\poeta. L’immagine traduce in lingua poetica il fallimento degli obiettivi dell’uomo moderno, laddove si prometteva di costruire una città a misura d’uomo ha finito per lasciare macerie dietro di sé. Le forze di sempre, sembrano dunque invincibili e soffiano sulla terra come uragani capaci di contrastare la stessa gravità. L’illusione che il bene possa abitare il cuore di una collettività è la più grande di tutte le illusioni? Il poeta è l’ultimo ad essere colpito ed il fallimento dell’obiettivo è anche la sua sconfitta.
    Il suo dramma consiste nel fatto di essere vittima di sé stesso. Come dire che tutte quelle cose che a lui, abitatore dell’innocenza sembrava giusto dover dire, per colpire al cuore il suo contemporaneo e ridestarlo dai suoi vizi costantemente rivolti alla ricerca di potere anche a costo della devastazione di una guerra moderna, hanno fallito l’obiettivo.
    Cosa c’ è dunque nel poeta che non va?
    C’è qui il sentimento di inadeguatezza di ogni risposta individuale di fronte alla totalità delle contraddizioni della storia. Il cuore dell’uomo è troppo piccolo per contenere la memoria delle cose e imparare dalle lezioni della storia, dunque strutturalmente insufficiente a pompare nelle arterie che contano quelle soluzioni che la poesia indica come risolutrici dei conflitti men che mai a captare il battito dei poeti. Meglio per esso ridurre tutto alla semplicità della merce con l’aiuto del calcolo matematico, piuttosto che invischiarsi nella solidarietà ai deboli.
    D’altra parte c’è uno iato profondo tra poeta e uomo moderno, nato nella grande guerra e che ha attraversato i lager nazisti e quelli dello stalinismo, la Cambogia di Pol Pot fin dentro Guantanamo che si traduce in una incapacità del linguaggio poetico ad andare oltre il proprio orizzonte di riferimento e di autoreferenzialità. Difficoltà tuttora in atto secondo me. ciao

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