Poesia Condivisa 2 N.40: Carol Ann Duffy

 

Premonitions

 We first met when your last breath
cooled in my palm like an egg;
you dead, and a thrush outside
sang it was morning.
I backed out of the room, feeling
the flowers freshen and shine in my arms. 

The night before, we met again, to unsay
unbearable farewells, to see
our eyes brighten with re-strung tears.
O I had my sudden wish –
though I barely knew you –
to stand at the door of your house,
feeling my heartbeat calm,
as they carried you in, home, home and healing.
Then slow weeks, removing the wheelchair, the drugs,
the oxygen mask and tank, the commode,
the appointment cards,
until it was summer again
and I saw you open the doors to the grace of your garden. 

Strange and beautiful to see
the flowers close to their own premonitions,
the grass sweeten and cool and green
where a bee swooned backwards out of a rose.
There you were,
a glass of lemony wine in each hand,
walking towards me always, your magnolia tree
marrying itself to the May air. 

How you talked! And how I listened,
spellbound, humbled, daughterly,
to your tall tales, your wise words,
the joy of your accent, unenglish, dancey, humorous;
watching your ash hair flare and redden,
the loving litany of who we had been
making me place my hands in your warm hands,
younger than mine are now.
Then time only the moon. And the balm of dusk.
And you my mother.

*

Premonizioni

La prima volta ci incontrammo quando il tuo ultimo respiro
si raffreddò nel mio palmo come un uovo;
tu morta, e un tordo là fuori
cantava il mattino.
Mi ritirai dalla stanza, e sentii
i fiori riprendersi e splendere nelle mie braccia.

La notte prima ci incontrammo ancora, per ritrattare
addii insostenibili, per vedere
i nostri occhi illuminarsi di nuovi fili di lacrime.
Oh, mi venne quel desiderio improvviso –
benché ti conoscessi appena –
stare alla porta di casa tua,
sentendo calmarsi i battiti del cuore,
mentre ti portavano dentro, in casa, in casa per guarire.
Poi settimane lente, non più sedia a rotelle, medicine,
maschera d’ossigeno e bombola, la comoda,
gli appuntamenti,
finché non fu di nuovo estate
e ti vidi aprire le porte alla grazia del tuo giardino.

Strano e bello vedere
i fiori chiudersi alle loro premonizioni,
l’erba farsi dolce e fresca e verde
dove un’ape estasiata usciva da una rosa.
Tu eri là,
due bicchieri di vino agrumoso in mano,
camminavi verso di me sempre, e il tuo albero di magnolia
si sposava all’aria di maggio.

Come parlavi! E io come ascoltavo,
incantata, umile, filiale,
le tue storie incredibili, le tue sagge parole,
la gioia del tuo accento, non inglese, danzante, spiritoso;
e osservavo i tuoi capelli cenere incendiarsi di rosso,
l’affettuosa litania di chi eravamo state
mi faceva mettere le mani nelle tue, calde,
più giovani delle mie ora.
Poi è tempo solo la luna. E il balsamo del crepuscolo.
E tu mia madre.

da Le api (in originale The Bees), Le Lettere (Firenze, 2014), traduzione e cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti.

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