Gli ori del regime. A Montreal ’76 trionfano le nuotatrici della DDR.Vincono grazie a un doping di stato che le devasterà. Ora un poema le ricorda

Evocavano l’efebo, l’androgino, l’angelo. Erano campionesse, superatlete, Wundermädchen: certo. Ma quelle fanciulle prodigio, le nuotatrici della squadra olimpionica di Berlino Est, avevano qualcosa di più che gambe e fiato. Qualcosa d’altro dalla capacità di rinuncia e dalla volontà di potenza. Qualcosa che, oltre la loro determinazione, al di là di ogni controllo, consapevolezza o decisione, le rendeva imbattibili, invincibili. Irresistibili. Il fascino della pubertà incipiente, la malia di un’ambiguità latente, l’aureola di una soavità misteriosamente asessuata. Come l’efebo, l’ermafrodito, l’angelo. Ebbero un che di magico, mitico, soprannaturale, sovrumano. E non erano nemmeno ancora donne. Minorenni, tutte al massimo quindicenni, vissero più di chiunque altro la vigilia della maturità irraggiando su chi le guardava la luce incantevole dell’infanzia perduta, dell’innocenza perduta, del paradiso perduto. Miraggio malinconico e seducente. Ma a loro che conquistavano premi e pubblico doveva restare solo la malinconia. Vinsero più di chiunque altro. Addirittura più ori che gli Stati Uniti ai Giochi di Montréal nel 1976. Oltre trecentocinquanta medaglie tra le Olimpiadi di Monaco del 1972 a quelle di Seul del 1988: le ultime giocate prima che, sfondato il Muro, abbattuta la cortina di ferro, la loro squadra non avesse più ragione di essere né di sfondare o di battere record. Ma, fino ad allora, dei 384 titoli olimpici ottenuti dalla Germania Est, la maggior parte andarono al nuoto femminile. Per la piccola DDR un prestigio, un prodigio, un miracolo. Da scatenare l’invidia degli atleti, i sospetti dei rivali, le fantasie dei poeti.

“E’ che io vi guardo e so di farlo come si guarda in volo, vi vedo leggere, in spighe di cristallo, vi vedo sottovuoto, ognuna nel suo assolo”.

Non ha dovuto fantasticare troppo però, non ha dovuto inventare niente per raccontare le imprese di quegli anni il loro poeta. Si chiama Vincenzo Frungillo, ha studiato a Berlino, è nato a Napoli trentacinque anni fa. E nel poemetto in uscita per Le Lettere a fine gennaio che ha dedicato a quelle creature fantastiche, acquatiche tanto da riuscire a prendere aria solo “Ogni cinque bracciate” – questo il titolo –, non c’è una parola che non sia vera. Non tanto perché il fenomeno fosse tutto lì da vedere: spogliato, misurato al limite del respiro, registrato al centesimo di secondo. E radioso, lampante, vistoso: dell’evidenza di chi saetta come un lampo dentro l’acqua trasparente. Né tanto perché, guardando più a fondo di quanto potessero fare gli occhi del mondo puntati allora sulle glorie tedesche, sondando con gli sguardi delle spie occhiute, gli agenti della polizia segreta, gli accompagnatori assegnati alle ragazze d’oro per non mollarle un attimo, frugando cioè negli archivi della Stasi che la rivoluzione dell’Ottantanove non lasciò il tempo di distruggere, Frungillo sia tornato su una verità emersa quando le sirene erano già in secca. Travolte dall’impeto della riunificazione. Buttate a riva dall’ondata della storia. Boccheggianti e, fuor d’acqua, davvero “spaesate”. Mostruose: il loro corpo, “disteso su un lato / prosciugato, asciutto, uno scarto / in balia del riflusso di fine secolo e poi arenato”, non avrebbe potuto esporre più cruda “la carne del tempo”. Era stata nutrita di vitamine, credevano le atlete ingoiando ignare prima degli allenamenti le famose pillole azzurre: proprio come il fondale della vasca e come i loro pomeriggi di tristezza. Era cresciuta, si sarebbe scoperto, in dieci anni di doping forzato disposto dalle autorità dello stato, a furia di ormoni maschili e steroidi, di anabolizzanti androgenici che potenziavano i muscoli, miglioravano i riflessi, aumentavano la resistenza, eliminavano la fatica, cancellavano ogni reazione negativa alle analisi e ai test. Oral Turinabol: si chiamava così la sostanza portentosa prodotta in un piccolo laboratorio chimico di Prenzlauerberg a Berlino, o nell’ala riservata alle ricerche belliche dell’industria farmaceutica Jenapharm in Turingia, e spacciata dalle guide sportive per un ricostituente. Agiva con un’efficacia speciale sulla continuità e la ritmicità dei movimenti, dunque sul nuoto. Aveva un’azione immediata soprattutto sul corpo femminile se non che, effetto collaterale, la sua virtù corroborante, virilizzante, lo rendeva stranamente più maschio. Alla lunga, lo charme torbidamente equivoco di quelle spalle alate, dei seni in boccio, i fianchi stretti, la voce scura di contralto e giù sempre più grave, sarebbe sceso a toccare il cuore, a intaccare il sistema circolatorio. E, correndo per il sangue, avrebbe lasciato tracce dappertutto: cisti ovariche, disfunzioni al fegato, cancro al seno, depressione, amenorrea, infertilità. Così le cronache, i dossier, le cartelle cliniche. Così le sentenze dei processi, gli atti di denuncia e di accusa intentati contro medici, politici, ricercatori, allenatori: gli esecutori di un piano di stato – il famigerato “Staatplanthemas 14/25” – ordinato per dar lustro di superpotenza mondiale al paese dal suo padre padrone, Erich Honecker.

“E’ una donna? Un uomo? Un essere umano?”.

Così i documenti che rivelarono lo scandalo. Il libro di Hans Joachim Seppelt, per fare un nome, il giornalista tv autore di “Anklage: Kinderdoping”, l’inchiesta più completa sull’infame “dopaggio di bambini”. O le dichiarazioni delle stesse atlete della Dynamo berlinese. Carola Beraktschian: la prima vittima ad accusare i suoi aguzzini di averla strappata a dieci anni alla famiglia, trasferita alla Kinder und Jugendsportschule e inserita nel “programma” della costruzione del superatleta. Dopo di lei tutte le altre: Knacke Sommer, la prima donna a scendere sotto il minuto nei 100 farfalla. Rica Reinisch, tre medaglie d’oro alle olimpiadi di Mosca del 1980. Daniela Hunger, doppio oro ai giochi di Seul nei 200 misti e nella staffetta 4×100 stile libero. Sono le atlete tedesche orientali della generazione che, sulla scia della pluripremiata Kornelia Ender, furono trascinate nell’operazione più segreta e inquietante studiata dal regime per dimostrare la superiorità del modello comunista attraverso i successi nello sport. Erano imprendibili da giovanissime, e non solo quando a forza di braccia filavano in corsia: nascoste all’ombra della cortina, isolate dal freddo della guerra, protette dagli obiettivi dei fotografi, dal contatto con la stampa o con gli avversari, si tennero per anni rigorosamente appartate. Parvero irriconoscibili da adulte quando, irsute, obese, i volti gonfi, i toraci taurini, uscite una dopo l’altra allo scoperto tra il 1998 e il 2000, si fecero guardare da vicino. Eccole dunque, uno spettacolo da non credere. L’efebo era violato. Tradito l’abbraccio oscuro di Ermete e di Afrodite. L’angelo, caduto. Raccogliendolo anni dopo però, insieme con tutte le testimonianze sul suo conto, il poeta italiano non toglie adesso all’enigmatico essere efebico, androgino, angelico di un tempo l’alone di mistero che lo avvolgeva. Nemmeno quando, per un istante, seduto a bordo vasca, lo fa balenare con la maschera di “un narciso nostalgico” intento a scrutare indiscreto nel fondo cupo proprio passato, proteso in un bacio sterile verso l’immagine che gli appare dentro cerchi di acqua e cloro. Neppure quell’acqua morta, clorata, distillata, intorbidata dal “tempo della memoria” che gli “gocciola dal piede”, lava via lo splendore delle eroine che Frungillo – dieci anni buoni più giovane di loro e, con la forza del senno di poi, tanto più consapevole – non vuole demistificare. Vuole cantarle, invece. Pronunciare in versi le parole più vere su un capitolo della storia europea e su un dramma delle esistenze che “segretamente riguardava la poesia”, ha detto Milo De Angelis per sostenere e incoraggiare, con Elio Pagliarani e Andrea Cortellessa, il compimento di questo lavoro. L’autore, dunque, intona per loro impresa anacronistica, inattuale – un epos narrativo. Un poema che, allontanandosi dal coro delle cronache cui pure si ispira, tiene dietro in rime e ritmi, in cinque canti composti ciascuno di cinque sequenze in cinque ottave, alle formidabili agoniste che scandivano ogni cinque bracciate la loro corsa. Le chiama Ute, Lampe, Karla, Renate. (Ma avverte nell’appendice al volumetto con le foto riprese dagli archivi della Stasi che i nomi delle vere staffettiste in gara a Mosca nel 1980 erano Rica Reinisch, Andrea Pollack, Ute Geweniger, Christa Metschuck). Le disegna sul pelo dell’acqua per cogliere, nella sagoma affilata della loro giovinezza, l’immagine tragica che lo specchio deformante, veritiero della storia avrebbe più tardi restituito. Inseparabile dalla prima come l’altra faccia di una moneta. Inconcepibile come l’altra faccia della luna. Eppure, proprio la Ute vista “quando in camera la sera…/ si spoglia, si fissa allo specchio e spera/ che il petto resti sempre così acerbo”, è la stessa che adesso “vorrebbe sospendere il fiato/ ritornare dietro lo specchio/ perché non appartiene a questo lato/ né all’altro lato del muro. Invecchio… ”.

“Fantasticava di un’eterna giovinezza, di un corpo che partorisce precisione estetica che abbandona ogni tipo di mollezza”.

Prima di invecchiare, però, le ragazze dell’est erano state giovani. Forse bellissime. Pur conservando ben chiaro il senso della loro fine – “è questo che si vuole nel contare le ore” –, o scoprendo già in loro il sospetto di “una smagliatura”, di “un che di sospeso tra se stessa e la sua figura”; anche tenendo vivo il vago presagio di una morte, “un’oscillazione di incertezza che sfigura”, Frungillo sceglie di dare incisivamente un rilievo e uno spessore epico alle sue protagoniste.

Non indulge a cercare in quelle favolose adolescenze dolcezza di ninfe, malizia di ninfette o morbidezza di naiadi. Piuttosto conferisce alle sue eroine la grinta e l’asprezza delle amazzoni. Pronte a portare rischiosamente all’estremo il contrasto tra la guerriera e la vergine. Tra la campionessa più maschia e la più fragile. Le ritrae quali furono: soldatesse assurde, impossibili. Perché denudate, “coperte solo del loro rossore”, disarmate, disarcionate. “Minute nell’accappatoio”, senza scudo. Senza armatura su “l’elasticità aggressiva della pelle” lustra, bagnata, levigata. Senza frecce o faretra da incrociare sul corpo lanciato “come un dardo”. Né una cavalcatura che potesse sospingerle più forte delle loro “mani a pinna”, delle braccia “ali di farfalla” o dei piedi “coda di delfino”.

Nelle metamorfosi che, al terzo canto, si intrecciano nella sequenza vorticosa della staffetta, le nuotatrici si prendono una vendetta preventiva sulle droghe dopanti che avrebbero fatto di loro dei mutanti. Riscattano il tradimento del veleno androgenico, l’amplesso osceno dell’ermafrodito, sposando in acqua la potenza maschile e l’armonia femminile. La forza e la leggerezza. Il coraggio e il pudore. Il silenzio e il furore. Nel momento della gara il loro corpo “esile e ossuto”, “sottile e nerboruto” non ha altro significato che quello della sua bellezza, né altro fine che quello della vittoria. Nel momento della gloria che, esattamente come quello della giovinezza, esiste solo se sospeso su un’illusione di eterno, le bambine azzurre non potevano che contare sul moto perpetuo di una nuotatrice “che partorisce se stessa senza seme”, riproducendo all’infinito il guizzo della figura che ogni cinque bracciate affiorava in superficie. “Dottore, io solo in acqua trovo un appiglio”, aveva detto Ute, la più severa, al suo Sportführer, quel Manfred Ewald che, camuffato qui sotto il nomignolo grottesco di Starkino, la imboccava di pillole per lanciarla allo sbaraglio verso “l’avvenire del popolo”, “nella marcia muta che conduce al futuro”. Lei allora, determinata, si tuffava, “la testa sotto l’acqua amorfa, la bocca prigioniera di una lenza”. Sicura di condurre il gioco, tanto più che immancabilmente vinceva. Ma già trascinata giù a sua insaputa, presa all’amo e tirata verso “il vuoto che non ha memoria” aperto sul fondo di ogni trionfo. I suoi ricordi non potevano arrivare fino al “patto di sangue stipulato in Europa prima che lei nascesse”, né al “codice dello stato” che portava in grembo e che in lei voleva manifestare “il modello di una nuova specie”. E’ bravissimo Frungillo a intrecciare su un doppio filo la trama dei destini delle sue ragazze e la rete in cui prima di saperlo furono prese. A cadenzare sulla doppia misura del cronometro e del secolo l’età e la velocità delle atlete che, in cresta all’onda, calcolavano le loro prove in frazioni di secondo, ma che poi avrebbero finito per infrangersi sul Muro del tempo. Fu la loro storia di tedesche e una storia tanto più grande della loro. Era la storia della Germania che meglio di altri – da supercampionesse – erano chiamate a rappresentare. Ma poi anche la storia de“l’Europa che straripa nella città di Berlino, oltre la sua diga”, e che abbattendo gli argini proprio quella Germania avrebbe dovuto annientare. Allora, ormai alla deriva col corpo in rovina, smarrite tra le rovine dell’Impero, le nuotatrici della nazionale potevano darsi una risposta a certe domande: “E ora che c’è di nuovo?/ Continuerò a alzarmi presto,/ e la sera a morire di poco”. Ma che scoperta. Per arrivarci non occorreva aspettare d’esser ributtate a terra. Né guadare il baratro più grande spalancarsi sotto il patrio suolo. Forse già in acqua “Ute sapeva con il suo corpo di tedesca:/ la morte aspetta sempre che la vita le getti un’esca”.

(già su Il Foglio del 27 Dicembre 2008)

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