Ogni cinque bracciate. Postfazione di Milo De Angelis al poema di Vincenzo Frungillo

Partiamo dal finale di questo poema, che si configura come una marcia funebre: “lei sapeva, con il suo corpo di tedesca,/che la morte aspetta sempre che la vita le getti un’esca”.

Marcia funebre: ossimoro clamoroso e totalitario. Marciare nella morte, camminare trionfanti verso il nulla. Vincenzo Frungillo ne rappresenta entrambi i volti. Da una parte descrive con maestria e adesione la cadenza guerriera delle sue nuotatrici, la furia scatenata del loro gesto: “quando arriva la spinta dell’ossigeno al polmone/e diventa potenza pura, assoluto furore”. Le segue negli allenamenti severi, meticolosi, implacabili, ascolta i brevi dialoghi, gli sguardi, l’odore delle docce e degli spogliatoi, il deserto della piscina serale, i cerchi d’acqua e di cloro, le infatuazioni, la presenza ossessiva del colore azzurro. Riprende al rallentatore quel culmine di forza e armonia che diventa ogni competizione (come appare notevolmente nella tensione vorticosa del terzo canto).

Ognuna di queste giovani donne ha fatto una scelta estrema, ognuna di loro ha deciso “in centesimi di secondo la sua storia”, ha scelto di entrare nella comunità delle eterne vincitrici, quelle che testimoniano la verità di un popolo con il proprio corpo luminoso (Lampe si chiama la delfinista, la più solare delle quattro) e dimostrano con l’evidenza del numero la superiorità di un’idea politica.

Ma è altrettanto bravo, Frungillo, a cospargere queste vittorie di indizi funesti, a disseminare tra queste imprese i semi della morte, i presagi, le ombre, gli allarmi, il presentimento ripetuto che un corpo “porta in grembo il codice di Stato”, che in fondo a ogni record si annida un baratro, un errore che ci precede e ci sovrasta: “Renate vorrebbe capire perché per ogni vittoria/avverte un vuoto che non ha memoria,/che scende al fondo come un patto di sangue/stipulato in Europa prima che lei nascesse”.

E qui il poema intreccia la sua natura lirica con la cronaca del dopoguerra, con i suoi feroci patti di spartizione geografica. E il fascino di Ogni cinque bracciate consiste proprio in questa doppia natura. Da una parte è poema di un sempre: archetipo della giovinezza, della sua forza rischiosa e dei suoi corpi protesi nella gara. Dall’altra è storico. E lo è nel modo più preciso, delineando un breve segmento: il periodo dei trionfi della Germania Est, dalle Olimpiadi di Monaco a quelle di Mosca. Ma a sua volta, in un cerchio suggestivo, questo periodo coincide con la nostra giovinezza, quando abbiamo ammirato nelle televisioni in bianco e nero Kornelia Ender, Marlies Gohr, Marita Koch, i loro corpi androgini e perfetti, abbiamo percepito nella formidabile capacità di sacrificio, nella volontà assoluta di consumarsi, una via seducente e pericolosa, una via totale e senza ritorno, qualcosa che segretamente riguardava la poesia.

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