Lo spazio, la Storia, la poesia progettuale: dialogo con Vincenzo Frungillo

[ Dalla Tesi di Laurea di  Cecilia Lazzareschi “PER UNA POETICA DELLO SPAZIO. IL PERSONAGGIO NELLA POESIA DI VINCENZO FRUNGILLO“.]

Spazio e tempo sono le due intuizioni a priori kantiane, i tratti costitutivi del pensiero. Una poesia che ponga una vivida attenzione allo spazio e che, in quanto epica o comunque narrativa, presupponga anche la temporalità nel suo divenire come un elemento fondante, sembra riflettere il pensiero nelle sue coordinate minime. Si può parlare, in questo senso, di poesia razionale?

La mia intenzione era quella di mettere l’accento sullo spazio in particolare, perché il tempo per lo più è la dimensione della lirica e, anche filosoficamente, è la dimensione della condizione esistenziale, quindi sostanzialmente dell’io. Mi sembra che in Italia sia sempre stata privilegiata come dimensione quella temporale, mentre quella dello spazio è stata trascurata. A me interessava fare una poesia che avesse la possibilità di creare dei luoghi abitabili: il lettore è costretto di trovare degli appigli, degli inciampi nei quali deve muoversi. Non volevo fare semplicemente una poesia che fosse una lamentazione dell’io, che si sviluppa in una dimensione temporale, verticistica, da Petrarca, Sant’Agostino in poi. Lo spazio invece è secondo me la dimensione predominante dell’epica, anche graficamente, con le ottave ad esempio. In questo poi c’è anche il fattore etico: la radice èthos significa anche l’abitare, ritrovare la possibilità di abitare dei luoghi.

Per me il filosofo di riferimento per quanto riguarda spazio e tempo è stato, più che Kant, Heidegger, secondo cui l’elemento temporale è già incluso in quello spaziale. Il linguaggio stesso è la compresenza dell’elemento temporale e di quello spaziale e non siamo noi a produrre linguaggio, ma è la sua dinamica interna che ci porta a continuare a produrre poesia.

Nel suo ultimo libro, La poesia degli anni Duemila, Paolo Giovannetti scrive che, negli ultimi anni, il lirismo più efficace si ha paradossalmente quando l’io scompare e la narrazione si assottiglia. Sembra che la cifra per stabilire se un testo è lirico sia verificare che non si esaurisca in sé tramite l’elemento narrativo. Anche la poesia oggettiva, quindi, può definirsi lirica, in quanto il poetico sta nella partecipazione emotiva che nasce nel momento in cui il lettore deve “fare” qualcosa col testo, eludendo da facili scorciatoie del racconto. A me sembra che, però, nella tua poesia l’elemento lirico e quello narrativo convivano, senza escludersi a vicenda. Cosa ne pensi?

Sì, sono d’accordo. La mia poesia non è lirica ma nemmeno solamente narrativa. Il ragionamento di Giovannetti si basa su categorie letterarie che a volte non funzionano: la mia poesia io non so nemmeno se chiamarla narrativa, la definirei progettuale, dal momento che c’è un’architettura, un’attenzione ad ogni singola parte del testo, alla sua composizione e strutturazione. Questo fattore, a volte, può venire meno in una scrittura lirica.

L’idea della strutturazione del testo, ma anche del libro di poesia, mi sembra sia alla base anche della collana Croma K di Oédipus, su cui è uscito Le pause della serie evolutiva. Leggendo il Manifesto della collana scritto da Ivan Schiavone, si dice di voler favorire una poesia che si ponga come menzogna, che sia conscia della propria artificialità in quanto caratteristica insita nel linguaggio, ma che al contempo sia capace di raccontare il mondo con sfrontatezza. Mantenere delle forme tradizionali, come il sonetto o l’ottava, è anche un modo per rendere evidente l’artificiosità della composizione poetica, senza volerla occultare?

Sì, è proprio così: il linguaggio ha delle regole proprie e vanno palesate. Esaltare fino in fondo l’artificio è anche un modo per non cadere nell’illusione dell’io come trasparenza immediata del proprio pensiero. L’altro modo possibile è quello di ridurre al minimo l’artificiosità. Io mi riconosco nell’altra linea, ovvero quella dell’esaltazione dell’artificio, anche toccando dei punti di evidente fallacia nella costruzione, perché non si parla di manierismo. Oggi si cita molto Leopardi come modello lirico di pensiero, ma anche lui manifestava l’artificio, utilizzando una lingua totalmente inattuale per i suoi tempi, ripresa e trasformata dal Canzoniere di Petrarca.

Sempre parlando di Croma K, cosa pensi ti possa accomunare, sia nelle premesse che negli esiti, agli altri autori pubblicati sulla collana?

Io non mi sento di appartenere pienamente ad un gruppo, anche se penso certamente che ci siano dei punti di contatto: in primis l’attenzione quasi maniacale alla composizione e alla strutturazione dei testi e del libro di poesia, dall’impaginazione, all’elemento strofico, metrico ecc. Ci sono anche degli elementi in comune dal punto di vista contenutistico, in particolare tra il mio libro e quello di Lorenzo Durante, per la morte come un vuoto, una pausa, una sospensione. Anche con Laura Liberale condivido la trattazione del tema della morte. In generale, sono tutti testi che richiedono tanto al lettore, sono molto impegnativi. La cosa interessante è che con questa collana si crea una via alternativa alle categorizzazioni di genere, perché è evidente che la poesia è qualcosa di molto più complesso.

Su cosa si è basata la creazione dei tuoi personaggi? La loro caratterizzazione psicologica è importante?

Nel personaggio un riflesso minimo della psicologia di chi scrive c’è sempre. La mia emotività e la mia psicologia devono essere necessariamente l’aggancio alla realtà: io posso parlare della realtà se sono un io predisposto ad accoglierla, devo fare in modo che la realtà passi attraverso di me, e tramite questo aggancio riesco a scrivere dei testi che dicano qualcosa sulla realtà, altrimenti parlerei solo di me stesso, in un io che parla di sé.

In Ogni cinque bracciate ci sono 5 aspetti psicologici che sono anche miei, naturalmente, e sono espressi in modo prismatico, frazionato. Hanno a che fare con la luce e l’ombra: Ute è la forza ma ha anche un aspetto cupo di raccolta su se stessa; dall’altra parte si rapporta con Lampe che, si capisce già dal suo nome, ha una funzione di luce, di apertura. La stessa cosa si può dire della coppia Karla-Renate. Quest’ultima prende su di sé la depressione del padre, è un personaggio che tende al basso; dall’altra parte, Karla, anche se fallisce nei tuffi, è più positiva. Poi c’è il Dr. Starkino che è il personaggio ambiguo per eccellenza ed è l’espressione dell’ideologia del tempo che è anche la nostra, quella capitalista. Il corrispettivo femminile di Starkino è Martina del Cane di Pavlov, mentre Bruno potrebbe essere il corrispettivo delle nuotatrici, in quanto vittima.

Quindi è l’ideologia del Dr. Starkino che rende attuale la storia di Ogni cinque bracciate anche per i nostri giorni?

Nella mia poesia c’è l’idea di voler, anche storicamente, dire qualcosa: l’ideologia del tempo si diffuse in tutto il mondo con la caduta del muro e quindi tocca inevitabilmente anche la nostra storia attuale.

In Ogni cinque bracciate, come in Cefalonia di Luigi Ballerini, si parte da un fatto storico, esemplare, per riflettere su alcuni temi storici ma anche morali come la violenza, la giustizia, l’autocoscienza. Nelle Pause della serie evolutiva, invece, non c’è un evento storico preciso. Cosa può cambiare a livello di efficacia sul lettore? E di trasmissione di un certo pensiero?

La mia intenzione, nei miei tre testi più letti (Ogni cinque bracciate, Il cane di Pavlov e Le pause della serie evolutiva) era quella di fare una produzione ampia, in dialogo e di creare riferimenti tra un testo e l’altro, anche perché sono stati scritti contemporaneamente. Nelle Pause l’appiglio storico immediato non c’è, ma si parte dalla morte di mio padre, che era un operaio: la fine di mio padre io la rendo come allegoria del passaggio da una fase materiale, fisica, a una nuova fase industriale dove le cose tendono a una maggiore virtualità. Il fatto storico quindi è questo, anche se non è palesata una cornice come in Ogni cinque bracciate, che però è un testo uscito nel 2009 e adesso non credo riuscirei a scrivere un altro testo così. In ogni periodo ci sono delle strategie di composizione che risultano più adatte: bisogna fare un testo che risulti significativo in base alle coordinate storiche in cui si muove.

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