Poesia Condivisa 2 N.35: CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE

 

Sentimento do mundo

Tenho apenas duas mãos
e o sentimento do mundo,
mas estou cheio de escravos,
minhas lembranças escorrem
e o corpo transige
na confluência do amor.

Quando me levantar, o céu
estará morto e saqueado,
eu mesmo estarei morto,
morto meu desejo, morto
o pântano sem acordes.

Os camaradas não disseram
que havia uma guerra
e era necessário
trazer fogo e alimento.
Sinto-me disperso,
anterior a fronteiras,
humildemente vos peço
que me perdoeis.

Quando os corpos passarem,
eu ficarei sozinho
desfiando a recordação
do sineiro, da viúva e do microscopista
que habitavam a barraca
e não foram encontrados
ao amanhecer

esse amanhecer
mais noite que a noite.

*

Sentimento del mondo

Ho soltanto due mani
e il sentimento del mondo,
ma sono pieno di schiavi,
i miei ricordi scorrono
e il corpo transige
nella confluenza dell’amore.

Quando mi alzerò, il cielo
sarà morto e saccheggiato,
io stesso sarò morto,
morto il mio desiderio, morto
il pantano senza accordi.

I compagni non hanno detto
che c’era una guerra
e che era necessario
portare fuoco e viveri.
Mi sento disperso,
anteriore a frontiere,
umilmente vi chiedo
che mi perdoniate.

Quando i corpi passeranno
io resterò solo solo
capeggiando la memoria
della guardia, della vedova e del microscopista

che abitavano la baracca
e non furono ritrovati
all’albeggiare

quest’albeggiare
più notte della notte.

 

Da  Sentimento del mondo , Einaudi (Milano, 1987), a cura di Antonio Tabucchi.

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2 Comments

  • Una centratissima lettura la tua. Della deriva immensa del nostro mondo e della indomita resistenza dei poeti a contrastarla. Sebbene vi sia nella chiusa una sterminata amarezza per quell’albeggiare che più che all’alba somiglia alla notte. Grazie, Franco

  • Il poeta inizia il suo viaggio indicando al lettore la fisionomia della sua nave e ciò che dice del mondo vale anche di sé. Questa volta è come vedere il poeta stesso incarnare la voce del mondo. Innanzitutto il sentimento. È questa la benzina che brucia il motore, il fatto stesso di essere mondo ed il poeta di esserci buttato dentro, avendo a corredo due mani che possono solo fare, impastare attivamente di amore gli eventi, la storia. Un dare reciproco amore.
    È una nave di schiavi però quella su cui si trova e con i quali deve confrontarsi forse condurre, forse illuminare, memore di un diritto alla vita, che gli sgorga dall’interno nel segno della libertà e del farsi dono abbandonando ogni intransigenza e dunque senza destino di ceppi come invece tutto lascia supporre.
    Schiavi che sembrano il bottino di una guerra totale, capace di cancellare anche il cielo dalla volta celeste, nello stesso tempo mai dichiarata da qualcuno verso qualcun altro ma anche taciuta da tutti, sottintesa, accettata come una condanna senza scampo, un destino ineluttabile.
    È dunque questo senso di rassegnazione che va combattuto e con essa il nemico assente dai campi di morte, con quel poco di armi che restano in mano al poeta che si è fatto coscienza delle sofferenze del mondo, la memoria delle singole persone “della guardia, della vedova e del microscopista” in opposizione alla volontà di trasformare tutto in corpi per galea, fornitori di braccia e poi di annullarlo in un niente.
    Ciò che fa è solo un alzarsi, come Lazzaro, come un popolo mai domo, come l’umanità intera sommersa da quell’alba che non è alba. Così mi sembra. Ciao

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