Alcune domande e risposte su Poesia 2.0 – Rosa Pierno intervista Luigi Bosco

[Quasi in concomitanza con l’ottavo compleanno di Poesia 2.0, Rosa Pierno – che ringrazio moltissimo per l’interesse e la disponibilità – mi fa alcune domande cui ho provato a rispondere. Vi invito a leggere l’intervista e a prolungare la visita su Trasversale, un sito che trasversalmente (appunto!) attraversa tutte le arti in modo poco convenzionale. LB]

Questa intervista è stata pubblicata su Trasversale e può essere letta qui.

R.P.: È opinione diffusa che vi sia una carenza di lettura in Italia e che la letteratura di qualità, non di intrattenimento, non trova che esigui spazi: viviamo in una società della comunicazione, ma questa comunicazione è spesso livellata sul suo livello più basso. Considerando, inoltre, che è il consociativismo corporativo che spesso determina la popolarità degli scrittori, si crede che resti attiva e libera la regione del web, la quale consente aree di percorribilità autonome da tale meccanismo. Naturalmente, come tutte le aree franche, bisogna distinguere tra iniziative valide e non, ma a questo non ci si può sottrarre nemmeno nelle aree tradizionali. Sempre deve essere esercitata la selezione e la cernita, non fosse altro per adeguare la fruizione alle proprie aspettative. In questa situazione, poesia2punto0 si sta muovendo, fin dalla sua nascita, su un livello di grande autonomia e qualità. Quali sono le linee guida che ti hanno portato alla decisione, insieme ad altri, di dar vita a questo spazio?
L.B.: Quando si parla di editoria, di lettori e di consumo dei prodotti editoriali, sarebbe auspicabile considerare alcuni elementi che potrebbero fornire una visione meno retorica e più realista della situazione. Occorrerebbe fare maggior luce su alcune questioni. Per esempio, quando si parla di lettori a cosa si fa riferimento? Ai lettori in generale, indipendentemente dal tipo di lettura o ai lettori di libri? Perché gli italiani leggono, e molto, ma non necessariamente libri: leggono i giornali, leggono sul web, leggono libri, leggono sui social network etc. Se parliamo di lettori di libri, stiamo parlando di lettori di libri della industria editoriale o di tutti i libri? Amazon e altri market place sono inclusi o no? Si tengono in conto le letture gratuite o solo quelle a pagamento? Ecco, già solo chiedersi e approfondire quali sono le basi su cui vengono poi costruite le statistiche è un bel passo, perché la statistica è un animale che va domato o ti doma. Fare riferimento al dato del 30% senza chiedersi qual è la base su cui applica non consente di farsi una idea corretta della magnitudine di tale percentuale. Per intenderci: il 30% di 10 è molto più piccolo del 10% di 100.
Statisticamente, il 40% degli italiani maggiori di 6 anni legge almeno un libro all’anno. La retorica della industria editoriale lamenta la bassa percentuale rispetto ad altri paesi europei come pure lamenta il continuo rimpicciolimento di questa percentuale. Se però si guardano questi numeri più da vicino, si notano molte cose che aiutano a definirli meglio. La percentuale di lettori italiani definisce una popolazione di circa 23 milioni di persone, lo stesso numero degli ultimi 20 anni. Se in termini assoluti la popolazione di lettori non cambia ma in termini percentuali si ottiene una variazione, ciò significa che quello che varia di anno in anno è la base e la sua composizione demografica. I lettori sono prevalentemente o molto giovani o molto adulti: leggere richiede tempo e la fascia di età compresa tra i 35 e i 45 anni è generalmente quella in cui il tempo scarseggia di più: il lavoro, i figli e altre priorità spingono la lettura in fondo alla lista. In Italia il 32% della popolazione ha una età uguale o superiore ai 65 anni, e non è detto che tutti abbiano la possibilità di leggere: i pensionati con 500€ al mese probabilmente non leggono, quelli che non hanno condizioni ottimali di salute probabilmente non leggono, quelli con età molto avanzata che non vedono bene probabilmente non leggono, quelli non scolarizzati probabilmente non leggono etc. ma tutti vengono contati per fare massa e tirar fuori la percentuale. Meno del 30% ha una età inferiore ai 25 anni, la maggior parte di questi vive in casa con dei genitori tra i 35 e i 50 anni che rientrano nella fascia di quelli che leggono poco perché le priorità sono altre dunque il contesto altro rispetto a quello familiare sicuramente aiuta. Fondamentalmente, delle fasce che hanno a tutti gli effetti potenzialmente la possibilità di leggere, praticamente leggono tutti. E ci lamentiamo?
La composizione demografica della popolazione italiana cambia: invecchia più rapidamente del resto di Europa e si fanno meno figli. Negli anni questo cambierà anche la percentuale di lettori come pure cambierà i gusti medi: se di tutti i lettori la maggior parte hanno una età avanzata si tenderà a produrre libri di una certa tipologia che è più affine a questo tipo di lettori.
Se si fa il paragone con altri paesi europei, prima di limitarsi a dire che il 40% di lettori italiani è più basso del 60% dei lettori spagnoli, è necessario fare alcune considerazioni: la popolazione italiana è di 60 milioni di persone, quella spagnola di 40, già solo per questo il mercato è molto più ampio in Italia. Se si guarda alla popolazione spagnola, demograficamente la distribuzione è molto differente a quella italiana: ci sono proporzionalmente più persone in fasce propense alla lettura. In tal senso, in Italia abbiamo un problema più demografico che di cultura. In ultimo, non necessariamente il perimetro di analisi delle statistiche italiane coincide con quello di altri paesi: può darsi che le fasce di età cambino o che si includano o si escludano categorie di letture e prodotti editoriali, andando così a modificare la base e la differenza è fatta.
La conclusione di tutto ciò è che, a mio avviso, in Italia si legge, anche più di quello che almeno io personalmente potrei immaginare.
Analizzato il fenomeno della lettura, passiamo alla sua versione applicata: cosa si legge?
L’industria editoriale lamenta la poca trazione nel mercato dei suoi prodotti. Mentre si lamenta, però, continua a produrre sempre di più: nel 2017 abbiamo sfondato per la prima volta la barriera del milione di titoli in vendita. Un milione di titoli differenti, essendo passati da una media di 3 nuovi titoli per lettore a 10 nuovi titoli. Ci sono circa 5 mila editori nazionali, di tutte le dimensioni e tipologie e solo in poesia ce ne sono oltre mille.
A partire da fine anni ’80, quando l’editoria ha cominciato a industrializzarsi, i volumi della produzione (e quelli della fatturazione) non hanno cessato di crescere. Essendosi industrializzata, l’editoria ha potuto concentrarsi sull’abbattimento dei costi di produzione per poter sfornare sempre più titoli di ogni genere e lavorare così a costi ridotti su due linee: la linea della ricerca del best seller, producendo centinaia di titoli differenti a costi ridotti e aumentando le probabilità di azzeccare con uno che ripagasse gli altri cento; la linea della cosiddetta “coda lunga”: fare molti titoli che vendono poco ma che tutti assieme sommano un volume di fatturato non indifferente.
Quindi, riassumendo: il bacino di 23 milioni di lettori è lo stesso da più di 20 anni, la scelta è molto più ampia, l’accessibilità è molto maggiore, l’editoria si è industrializzata per abbattere i costi, produrre di più e mantenere i fatturati o aumentarli, cosa non facile già che oggi la moneta di scambio economico principale non è più il lavoro ma il tempo, e ottenere l’attenzione di un determinato bacino di consumatori è diventato difficilissimo.
Stando così le cose, mi chiedo di cosa, esattamente, l’industria culturale si lamenta? E di cosa, esattamente, si lamentano gli operatori culturali o gli autori? Non mi chiedo di cosa si lamentino i lettori perché, in questo discorso, non solo non vengono mai interpellati ma non si esprimono perché si limitano a leggere senza lamentele. E leggono da un lato ciò che gli viene meglio presentato e dall’altro ciò che risponde meglio alle loro esigenze, che possono essere delle più svariate: evasione, intrattenimento, educative, approfondimento, ricerca etc., secondo quelli che sono i canoni imposti dalla realtà e non dall’accademia.
È necessario fare un passo indietro per avere una visione completa della situazione e chiedersi se il problema non sia mal posto.
Se gli autori sono pochi, si parla – anche giustamente – di potere della nicchia culturale; se gli autori sono molti ma i nomi sulle labbra dei più sono una manciata, si parla – anche giustamente – di consociativismo corporativo; se gli autori sono molti senza nessuno che emerga dal gruppo, si parla – anche giustamente – di sottobosco e abbassamento del livello culturale, di massificazione della produzione intellettuale etc. Insomma, pare che nulla vada davvero bene, mentre invece è una questione di selezione naturale, di adattamento all’ambiente.
Anziché assolutizzare, bisogna relativizzare per rendersi conto che una specifica dinamica può essere allo stesso tempo interpretata negativamente e positivamente. Einstein è un genio secondo il canone occidentale, ma se lo si abbandonasse nella giungla uno qualunque dei nativi sarebbe, in quel contesto, molto più intelligente di lui. In cultura accade più o meno la stessa cosa: il contesto contribuisce a decidere il valore dei prodotti culturali secondo l’uso che se ne fa. La letteratura non la fanno i libri, ma i discorsi sui libri – dunque: la critica, più o meno professionale. Se si parla molto di un libro, il libro viene letto da molti: un circolo a volte virtuoso e a volte vizioso che serve a identificare le dinamiche del mercato culturale piuttosto che le orientazioni della critica contemporanea. Il fatto che 50 ombre di grigio sia diventato un best seller ha varie interpretazioni che sono più antropologiche che culturali nel senso accademico del termine.
È all’interno di tale complessità che Poesia 2.0 nasce e si installa, in autonomia e volutamente senza alcuna pretesa.
A distanza ormai di dieci anni dalla sua nascita, il progetto è una evoluzione di se stesso, non assomigliando molto a quello che era ai suoi inizi. E ciò è positivo perché significa che ha mantenuto la sua ragion d’essere.
Poesia 2.0 nacque dieci anni fa dopo un paio di eventi e dibattiti locali sulla poesia, cui seguirono vari dibattiti in rete. Inizialmente era composta da un gruppo non esiguo di persone che hanno provato a lavorare a più mani allo stesso progetto. Con il tempo, però, e come mi aspettavo, il gruppo di persone ha cominciato a ridursi pian piano per mancanza di tempo, mancanza di interesse, diversità di opinioni, fino a poi scomparire del tutto. E proprio quando Poesia 2.0 è rimasta “vuota” che ho creduto che avrebbe potuto funzionare davvero, compiendo il lavoro per cui è nata: raccogliere, accogliere, depositare. L’obiettivo, infatti, è puramente “archivistico”: non c’è una ben definita linea editoriale, non esiste una preferenza, non c’è un comitato di selezionatori. C’è uno spazio, potenzialmente infinito, e la volontà di riempirlo.
È chiaro che non si pubblica indiscriminatamente tutto ciò che arriva, in tal senso la linea editoriale è fondamentalmente il mio criterio di selezione – con tutti i limiti enormi che ciò comporta. E, proprio perché cosciente di tali limiti, cerco di evitare di far intervenire la predilezione durante i processi di selezione – cosa non semplice, perché significa pubblicare anche cose che non piacciono ma che sono di valore se ci si ricorda che esistono altre soggettività con altre predilezioni.
Dunque, riconoscendo e rispettando – nei limiti delle mie possibilità – la diversità, fondamentalmente mi limito a raccogliere, catalogare, accumulare, codificare tutto quello che leggo e che ritengo interessante, che può essere considerato un tassello per la costruzione del grande mosaico della poesia. L’idea di farlo online è stata una scelta innanzitutto pragmatica: costa poco, è veloce, è pratico e potenzialmente ha una via di accesso universale. Oltre a ciò, il web permette una sedimentazione molto particolare e interessante.
La cultura è assimilabile a una sovrapposizione di stratificazioni geologiche: mentre gli strumenti tradizionali dell’industria culturale consentono dei tagli longitudinali creando delle sezioni bidimensionali statiche, il web permette dei tagli trasversali che attraversano tutto il percorso compiuto per arrivare fino allo strato più esterno, creando delle sezioni tridimensionali dinamiche all’interno delle quali è possibile muoversi in molteplici direzioni. Ecco, Poesia 2.0 vuole essere una di queste sezioni tridimensionali all’interno della quale potersi muovere in autonomia e libertà durante il percorso che ciascuno compie. Per questa ragione, da un lato c’è interesse e attenzione nei confronti del presente e del futuro – la attualità, diciamo; dall’altro c’è molto impegno sul deposito della attualità in strati coerenti di passato, che sempre sarà possibile andare a ripescare. Una specie di memoria collettiva, sia nell’uso che si fa dello strumento che nella costruzione e implementazione dello strumento stesso.
R.P.: Dico subito, senza mezzi termini, che il tuo è un vero e proprio dono, nel senso puntualizzato da Starobinski e da Nancy: occuparsi e lavorare quasi in anonimato per mettere a disposizione uno spazio in cui possano venire collezionate ed esposte le ricerche e le espressioni di alcune voci ai margini, non certo per la loro minore qualità, ma per non essere presenti negli ingranaggi delle case editrici o dei quotidiani. Parlaci di questa attività fatta per gli altri affinché sia di tutti.
L.B.: Il mio lavoro non è anonimo perché firmo i pezzi che scrivo (pochi) e sono indicato come fondatore e coordinatore del portale. Se però fai riferimento all’anonimato nel senso di mancato o poco riconoscimento della mia persona, può avere senso. Lungi da me, però, lamentarmene, frignando perché non mi si fila nessuno. Ottenere riconoscimento richiede impegno e lavoro, e l’impegno e il lavoro richiedono tempo. Io, non avendo questo non posso ottenere il primo e va bene così. È stato dimostrato che qualunque tipo di attività che necessiti di un pubblico ha a disposizione 8 secondi della giornata media di una persona per attirare la sua attenzione. Per poter ottenere quegli 8 secondi è necessario uno sforzo che vada oltre il progetto in sé: comunicare il progetto stesso. Lavoro una media di 12 ore al giorno, viaggio per lavoro almeno 2 giorni a settimana, ho due figlie davvero energiche e per fortuna dormo poco. Non potrei mai farcela, a meno che non decida di trasformare Poesia 2.0 in un lavoro. Per questa ragione non credo sia ragionevole da parte mia, o di altri in una posizione analoga alla mia, lamentare il fatto che non venga riconosciuto un lavoro fatto nel tempo libero allo stesso modo di un lavoro fatto come lavoro. Ciò non significa comunque che se dovessero esserci manifestazioni di gratitudine o riconoscimento, come nel tuo caso con questa intervista, non le accetti più che volentieri! Che non mi si maleintepreti: il messaggio che voglio mandare non è sostituire l’autocommiserazione con l’autosabotaggio. Più semplicemente, sto approfittando della opportunità che mi offri con questa intervista di provare a offrire un punto di vista alternativo al solito piagnisteo dei poeti, lettori di poesia e editori di poesia (figure che spesso coincidono in una stessa persona), tutti sempre degli eterni sfigati per definizione, oppure martiri o eroi. C’è bisogno di una visione più realista del mondo per non esserne buttati fuori.
A tal proposito, potrei approfittare della tua domanda per autoassegnarmi una funzione eroica descrivendo di quali e quanti indicibili sacrifici e rinunce e tempo etc. è fatta Poesia 2.0. Allora la domanda da farmi sarebbe: se di tanto si tratta, chi te lo fa fare? La risposta bugiarda sarebbe “l’amore per la poesia”, il “contributo all’arginamento della deriva culturale del paese” etc. La risposta veritiera sarebbe: la voglia di riconoscimento, che però non arriva e quindi crea la frustrazione che è alla base del sintomo dell’eroicità del poeta – o del suo martirio. L’altruismo, spesso, è una forma di egoismo. Per quanto riguarda Poesia 2.0, non si tratta come tu dici di una attività fatta per gli altri affinché sia di tutti. È piuttosto una attività fatta per me a disposizione di chiunque voglia farne uso o contribuire. Essendo questa la base di Poesia 2.0 e non essendoci ansie di riconoscimento, non ci sono nemmeno tutte le problematiche associate.
Mi limito a pubblicare ciò che leggo e che risulta interessante, indipendentemente da chi ha scritto. Per questa ragione, sul portale si trovano materiali di poeti conosciuti assieme a poesie di poeti esordienti o semisconosciuti. L’intenzione non è quella di tracciare una linea canonica e statica tra ciò che è buono e ciò che non lo è; al contrario, l’idea e domandarsi quotidianamente cosa è buono e cosa non lo è, anche provocatoriamente, mentre nel frattempo si cerca di lasciare un registro nel marasma generale di ciò che vale la pena ricordare. Alla fine, è il vantaggio di lavorare in autonomia e senza una linea editoriale definita, tranne quella della onestà intellettuale.
R.P.: Il sito ha sezioni che sono vere e proprie proposte di lettura: Poesia condivisa, Libri Di/versi e anche la pubblicazione di eBook, le quali configurano una sorta di antologia della poesia contemporanea costantemente online, che servono come strumento di divulgazione e di confronto. Qual è la tua visione su probabili scenari futuri?
L.B.: Della sezione ebook sono particolarmente orgoglioso. Con il tempo sono state create varie collane dove ho raccolto un po’ alla volta materiale edito o inedito di varia natura. Spero con il tempo di poter ampliare le collane, facendone alcune che ospitino vere e proprie raccolte poetiche in formato ebook e, chissà, avvicinarsi al lavoro di una casa editrice – l’ennesima.
Ritengo che il web sia assolutamente imprescindibile. Fossi una casa editrice, partirei dal web e farei il cartaceo solo di quei volumi che davvero valgono la pena. Ad ogni modo, cercare di prevedere i possibili scenari futuri è davvero molto difficile. L’evoluzione dell’editoria dipenderà da moltissime cose:
  • la trasformazione delle città in smart city determinerà la funzione, distribuzione, ubicazione e la esistenza stessa dei negozi, delle librerie e delle grandi superfici – un po’ come ai tempi dei Passaggi di Parigi di Benjamin il nuovo consumismo stava trasformando le città;
  • l’ingresso della intelligenza artificiale nella vita, nelle case e nelle auto delle persone trasformeranno totalmente gli stili di vita attuali per il semplice fatto di andare a cambiare il tempo a disposizione che avremo per fare quello che facciamo o per non farlo – se per andare a lavoro non devo più guidare una ora perché l’auto va da sola, magari durante quell’ora leggo;
  • le acquisizioni corporative delle compagnie del settore pure determineranno verso dove ci si dirigerà: grandi compagnie verranno acquisite da compagnie giganti, creando pochi mostri monolitici che si spartiranno la oligarchia del mercato, andando a cambiare molti degli equilibri attualmente esistenti: non si ragionerà più in locale ma in globale, ci sarà uno scambio molto più fluido e intenso tra diritti di scrittori appartenenti a una determinata holding editoriale a livello internazionale, costerà sempre di meno farlo e quindi si farà sempre di più; le differenze tra i best sellers e gli altri saranno abissali ma le possibilità si moltiplicheranno esponenzialmente; i volumi saranno così vertiginosi che per forza di cose bisognerà produrre in digitale, anche perché con lo sviluppo delle nuove tecnologie, degli schermi flessibili ed estensibili e dio sa cosa, non avrà più alcun senso la carta: materiale costoso da ottenere, non ecologico e costoso pure da mantenere e da immagazzinare (in media, tenere un libro a scaffale sulla grande superficie può costare tra gli 1 e i 3 euro al giorno, poi ci sorprendiamo perché le librerie selezionano così tanto i libri da tenere in casa e perché dopo una settimana senza vendite i libri vengono relegati al limbo).
Detta così, lo scenario sembra apocalittico ma in realtà è solo molto differente rispetto a quanto chiunque può oggi immaginare. E la cosa dovrebbe risultare affascinante. È chiaro anche che tutto ciò cambierà anche il linguaggio: già oggi il linguaggio audiovisivo è dettato dai tempi del web e dallo stile di Netflix. Accadrà la stessa cosa al linguaggio scritto, si mescolerà, si ibriderà, si trasformerà. Indipendentemente da ciò che accadrà, sono certo che il linguaggio continuerà ad avere molte cose da dire. E parlo volutamente di linguaggio perché tenderà a scomparire la compartimentazione per generi cui siamo abituati. Di fatto, già oggi l’etichetta di poesia è difficilmente definibile e ascrivibile in molti casi. La poesia oggi non ha nulla a che vedere con quella di 100 anni fa e molto meno con quella delle origini dei tempi. Bisogna che i poeti e gli editori se ne facciano una ragione se vogliono avere più lettori, massivamente più lettori.
R.P.: La mappa di tutte le collaborazioni ai progetti poesia2punto0 è, inoltre, come abbiamo detto, composita. Quale è la tua percezione dello stato della poesia e in generale di produzione dei testi in Italia, in questo periodo? Ritieni che ci siano ambienti chiusi, linee di ricerca non seguite da tutti gli altri addetti ai lavori?
L.B.: Come sempre, la produzione di poesia è molto florida e ce n’è per tutti i gusti. Nei limiti delle mie possibilità, cerco di seguire un po’ tutto e generalmente mi risulta interessante molto di quanto di decente viene prodotto. Come in tutti gli ambiti, ci sono sicuramente ambienti chiusi, composti da persone vicine per affinità di pensiero piuttosto che di “poetica” etc. L’ambiente chiuso non è un male di per sé; ciò che risulta problematico o spesso controproducente è che quando ci sono ambienti chiusi automaticamente si stabilisce una linea divisoria tra noi e voi. La comunicazione e lo scambio sono pregiudicati per definizione. In un sistema chiuso, avere dei compartimenti stagni impedisce di raggiungere il giusto livello di entropia che permette l’equilibrio del sistema stesso, che alla fine esplode o implode e muore.
Dunque, gli ambienti chiusi dovrebbero manifestare un sincero interesse verso gli altri ambienti chiusi che fanno parte del sistema se vogliono evolvere e sopravvivere. Purtroppo, però, mi pare che non vi sia un sincero interesse, altrimenti le domande di tali ambienti chiusi non sarebbero capziose, non servirebbero a giustificare la successiva domanda inquisitoria o demolitrice, ma sarebbero domande che sinceramente chiedono, dubitano, suppongono senza credere di avere già la risposta.
Sugli addetti ai lavori non mi pronuncio perché non mi risulta interessante parlare di chi spesso dovrebbe dedicarsi definitivamente ad altro. L’unica cosa che posso provare a suggerire a tutti gli addetti ai lavori di professione è di uscire fuori dalla autopoiesi della vita mentale di tanto in tanto: è incredibile la roba che c’è lì fuori.
R.P.: tu sei laureato in psicologia. L’arte, in generale, la poesia, in particolare che tipo di apertura consente al tuo pensiero?
L.B.: sono laureato e mi occupo di psicologia, anche se la mia attività professionale ha a che fare con tutt’altro.
L’arte, in generale, rappresenta una prospettiva, una differenza, una possibilità, una alternativa.
La poesia mi interessa soprattutto nella misura in cui si contrappone alla operativizzazione del linguaggio, aprendo nuovi scenari di senso. In fondo, la poesia è spesso la forma artistica più vicina alla madre delle arti: la musica. È il luogo dove si può esercitare il senso senza la schiavitù del significato. Che si tratti di un modo di dire nuove cose o di dire le cose in nuovi modi è indifferente, sempre che lo si faccia onestamente.
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