Osare parlare di gioia. Noterelle a margine su “Temeraria gioia” di Eleonora Rimolo

La gioia, oggi e sempre, è un atto di coraggio, quasi un’impresa eroica, un correre a petto nudo verso la trincea nemica. È quasi un ossimoro, allora, il titolo di questo libro scritto da una poetessa giovane ma già con una personalità, un moto del dire e del sentire che la rende riconoscibile, individuabile, quindi temuta dalla trincea nemica dove sono acquattati la banalità, le espressioni scontate, i versi privi di forza e di passione.

Eleonora Rimolo osa parlare di gioia. Anzi, non osa solo parlarne, osa cercarla là dove è più pericoloso, nel fuoco e nelle cenere, ancora calda, vivissima. La gioia a cui dà forma e voce, o meglio di cui si fa corpo, non è qualcosa di astratto e di etereo. È uno sguardo lanciato al di là di un muro, o meglio gli occhi, le pupille, il corpo tangibile e vulnerabile che su quel muro sale, si sporge e si protende. Oppure è un ricordo, un “tu” abbinato ad un verbo al passato, remoto o imperfetto, ma mai abbastanza remoto per smettere di fare male e fare bene, dentro; mai abbastanza imperfetto per essere tutto quello che, alla fine, davvero si cerca e si desidera. Ciò per cui, in ultima istanza, si vive.

La Rimolo si espone, è necessario ribadirlo. Non indossa le corazze protettive di frasi belle ma vuote. Parla in prima persona, con una frequenza e un’insistenza da confinare con un necessario, catartico narcisismo:

Ai miei dèi chiedo solo che non sottraggano
la fonte alla sete, che allontanino la tristezza
del non essere più, del non volere più,
feconda, come chi calibra i propri innesti
con quelli della terra, perché non sembri
prosciugata la madre corrente, la suprema viandante:
se questa è la promessa io invoco, io convoco
il mio mito, il mio sacrificio.

Si mostra nuda, agli dèi e agli uomini, espone ciò che ha e quindi ciò che è, quello che possiede e che la possiede. Si fa feconda di un pensiero che invoca e convoca. Il libro descrive la lotta di sempre, gli elementi a contrasto, acqua e fuoco, vita e morte, vita nella morte e morte nella vita, braci e ceneri. La poetessa sa che è inutile e vano parlare senza parlarsi, rivelare a se stessa e ai propri dèi e demoni ciò che davvero ci distrugge e ci fa rinascere, ciò che speriamo e ciò che aborriamo. La ricerca (temeraria) della gioia passa da questo snodo, da una decisione in apparenza naturale e in realtà ostica e complessa come poche altre: convocare il proprio mito e il proprio sacrificio. Offrire il collo nudo e vibrante alla mannaia e alla carezza della sincerità.

Di cosa sono fatte le dita e le lame? Viene fatto di dire dall’amore, innanzitutto, in senso amplissimo e specifico. Amore per la bellezza, per l’arcano della femminilità di poetesse mitiche e carnalissime vissute in un’epoca di cui sono rimasti frammenti, parti in apparenza incomplete, scheggiate, ma che costituiscono le tessere di quel mosaico di cui è fatta sia la scrittura che la vita, i pensieri, le percezioni. E poi la realtà odierna, quella prosa nella poesia che la rende completa, come un chiaroscuro, un taglio di luce caravaggesco.

La strada passa da un vicolo in cui da un lato c’è il mito, la dolcezza suadente di un tempo che sembra non poterci ferire. Dall’altro c’è ciò che ci circonda, gli oggetti concreti e impoetici, i suoni, gli odori che si assaltano e ci aggrediscono senza sosta, quasi senza scampo.

Sono io, mi riconosci,
ho un sopracciglio che supplica
il conto, alla fine di un misero
pasto: hanno appena
asfaltato, mi dici, ora
è quasi pronto, il cortile
che ci accoglie ha perso pure
l’ultimo coriandolo di verde,
un gorgoglio ci ricorda che
esistono ancora le fogne,
scrigni oscuri, custodi ultimi
delle lenzuola che solamente
sognammo di annusare.

La poesia di Eleonora sa assumere le cadenze e i ritmi propri di questo iato, di questa ineluttabile dicotomia. Sa parlare del nostro oggi senza lasciarsi alle spalle il mito che convoca e da cui è convocata, chiamata a cercare la totalità del proprio essere, sia di persona che di autrice. La temerarietà l’ha dimostrata. Ha superato la prova del coraggio di essere e di esprimere se stessa,  raccontandosi tramite i versi e con quella prosa vividamente poetica che rende tutto credibile e percepibile. Il cammino è lungo, ma i passi intrapresi, la visione, l’onestà del passo e della sete, lasciano prevedere che la sua strada lascerà tracce e segni. L’augurio che Gabriella Sica nella prefazione al volume fa alla sua poesia, di rimanere giovane nel tempo, è talmente bello che lo prendo in prestito, anzi lo rubo, e glielo rivolgo anch’io. Aggiungendo a mia volta l’auspicio di conservare quella sincerità aspra ma mai feroce, mai aliena al gusto e alla volontà di cercare quella gioia che più risulta chimera più ci affascina, più ci sfugge e ci irride e più è vitale, assolutamente essenziale.


Eleonora Rimolo è nata a Salerno il 18/12/1991 e vive a Nocera Inferiore. È dottoranda di ricerca in “Studi Letterari” presso l’Università degli Studi di Salerno. Collabora con alcune riviste di Italianistica quali Sinestesie, Misure Critiche, Rassegna Italiana. Ha pubblicato un romanzo (Amare le parole, Litedition 2013), e tre raccolte di poesie: Dell’assenza e della presenza (Matisklo 2013), La resa dei giorni(AlterEgo 2015, Primo Premio “Poesia Giovani Europa in versi 2016”, organizzato dalla Casa della Poesia di Como) e Temeraria gioia (Giuliano Ladolfi Editore 2017, prefazione di Gabriella Sica, Primo Premio “Pascoli- L’ora di Barga”, Finalista “Premio Fogazzaro”, III° classificato “Premio Fiumicino”, Premio “Napoli Cultural Classic”, II° classificato Premio “Aoros Valerio Castiello”). È vincitrice del Primo Premio “Ossi di Seppia” 2017 (Arma di Taggia) con alcuni testi inediti. Alcune sue poesie sono state tradotte in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti e da Mario Pera per la rivista Vallejo&Co, e in brasiliano per la rivista Dottor Cardoso. Traduce poesie dal portoghese per la rivista Vallejo&Co. È caporedattore per la sezione online della rivista letteraria «Atelier».

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