Arti Incompossibili N.8: I libri dipinti di Gérard Titus-Carmel

I libri offrono la superficie più problematica da dipingere, poiché in essi è contenuta la profondità del mondo. Tuttavia, non fanno che affermare apparentemente la variazione di numero e misura, il loro accumulo in una parola sola.

Si replicano sottilmente mutando gradazione della tinta, densità del pigmento, fino all’esfoliazione: sono piatti, privi di volume.

Non si possono aprire, però sappiamo che l’opera rappresenta ciò che è leggibile. Ed è a sua volta non verbalizzabile. Un’ambigua visione, un’oscillazione perenne c’inchioda dinanzi alla libreria-quadro.

Con la regolarità della loro squadratura, compaiono in settori variamente denominati, in biblioteche che pensiamo sommabili: insiemi di scomparti formanti la totalità della cultura. Mondo non esplorabile.

È inevitabile pensare alla loro inesauribile moltiplicazione, a una cifra che approssimi l’infinito. Sportelli potrebbero aprirsi in questi scaffali, introdurci in segreti anditi, a loro volta ancora ricoperti da scaffali.

Si sente che per tali volumi non è questione di spazio, ma di profondità mentale, di mancanza di limite: è così che ci si può raffigurare la libreria illimitata: con un’immagine piena di librerie in scala. Ripiani sporgono, scatti si odono come in un cubo di Rubrik, ove solo la superficie muta, mantenendo invariata la forma.

Pur anche nel consentire al suggerimento del volume, determinando l’ombra che vi si annida, la polvere che vi si addensa e la luce che ne impallidisce le copertine, l’artista constata l’irrilevanza della convenzione nella rappresentazione.

Tenta di far perdere ai libri il segno distintivo che li separa, aumentando la velocità dell’atto pittorico, ottenendo quasi un zig-zag: i fogli si aprono a ventaglio, impigliandosi l’un nell’altro, tuttavia restano riconoscibili come pagine.

Accatastare in lungo e in largo i dorsi, in un intercambiabile schema orizzontale-verticale, mentre si è dominati da una frenesia d’accumulazione che toglie ogni respiro e pensiero: dorsi neri, grigi e arancio e grigio più chiaro.

Serrano le fila i volumi, come in una testuggine impenetrabile. Dietro la prima fila, altri se ne vedono, di soldatini colorati.

Penetrare la foresta libraria, affrontare i piatti delle copertine, cellulosa attratta verso ben altri scopi, sentendo come ultimo baluardo fra loro e l’artista un’ombra incombente: un libro volante.

Libri sono potenti soltanto se in folto numero: nelle fila che si sovrappongono, che geometricamente riempiono lo scaffale, respingendo il vuoto ai margini.

I tomi possono anche stratificarsi uno sull’altro, semiaperti, disponendosi al modo di triangoli, tovaglioli pieghettati e tavole da bucato, mostrando inaspettatamente un ulteriore grado di libertà.

Variando la tecnica, pastelli a cera, fusain, incisione, i libri diventano diversi, ma mai cose diverse: sono non assimilabili e pur tuttavia simili. Il segno è connotato da una differenza inestinguibile come l’arsura di un drago. Lo schema, investito dal nero fiotto, arde.

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