Poesia Condivisa 2 N.19: SEAMUS HEANEY

The given note

On the most westerly Blasket
In  a dry- stone hut
He got this air out of the night. 

Strange noises were heard
By others who followed, bits of a tune
Coming in on loud weather 

Though nothing like melody.
He blamed their fingers and ear
As unpractised, their fiddling easy, 

For he had gone alone into the island
And brought back the whole thing.
The house throbbed like his full violin. 

So whether he calls it spirit music
Or not, I don’t care . He took it
Out of wind off mid-Atlantic. 

Still he maintains, from nowhere.
It comes off the bow gravely,
Rephrases itself  into the air.

La nota ricevuta

A Blasket, all’estremo occidente
in una capanna di muro a secco
trasse quest’aria dalla notte.

Strani rumori furono uditi
da altri che seguivano: frammenti
di una musica di tempesta

anche se niente di simile a una melodia.
Sprezzava le loro dita, il loro orecchio
da ignoranti, quel rozzo sviolinare,

perché lui era andato nell’isola da solo
e aveva riportato l’intera cosa.
La casa vibrava come il suo sonoro violino.

Così che la chiamasse musica dello spirito
o no, non importa. La prese
dal vento del mezzo Atlantico.

E ancora la ritrova, da nessun luogo.
Sale grave dall’archetto,
si riformula da se stessa nell’aria.

Da  Seamus Heaney Premio Nobel 1995  Una Porta sul buio, ed.TEA (Milano 1998), collana Poeti del nostro tempo, a cura di Roberto Mussapi.

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4 Comments

  • E sì, c’è qualcosa che sfugge e va oltre la melodia.

    \Strani rumori furono uditi\ da altri che seguivano: frammenti\ di una musica di tempesta\ anche se niente di simile a una melodia.

    L’ordine, la simmetria, la logica entrano in questo gioco di suoni compiuti- la melodia- che fa piacere sentire. Ma c’è qualcos’altro, un tutto da cui la melodia si distacca, un’ampiezza di suoni misteriosi, per niente incasellati dalla logica di uno spartito.

    Come inquadrare il suono di un’onda che si frange su un’altra onda e dopo molti passaggi su uno scoglio? Cosa modula una musica di tempesta? Lo stridere dei gabbiani, la carena di una nave che va su e giù, il lento girare intorno delle nubi, la pioggia che si abbatte incostante, il vento che non trova ostacolo? Ah, queste cose soltanto uno spirito attento che sa farsi altro da sé e nello stesso tempo rimanere in sé, sa captarle. La sua non è arte, ma uno status. Essere poeta è recuperare la totalità, mettersi a servizio dei propri simili perché nulla vada perso del fondo d’oceano come della sua burrascosa superficie. In natura c’è sempre qualcosa che si perde, una parte di calore per esempio è perso per sempre, anche se i conti a ben farli, tornano. È così anche per il linguaggio? Al poeta tocca il compito di farsi custode del linguaggio e di recuperare in termini di affetto, emozioni, sentimento quanto è perso dal pensiero calcolante?
    E’ la melodia metafora di questo pensiero che domina l’uomo moderno?
    Non so, ma il violinista ha questo di grandioso, di essere solo un mezzo, il resto, la musica dello spirito vive da sola, in nessuna parte ed in tutte le parti dell’universo. Questa musica è lo spirito stesso raccolto in quella casa di Blasket, dove forse l’ oceano e tutto ciò che lo sovrasta, hanno voluto manifestarsi. E dunque è la ricchezza dei linguaggi dell’universo a sfuggire all’uomo moderno; quello stesso che nella sua povertà di spirito disprezza il violinista, desidera melodia e smarrendosi davanti alla voce della tempesta,-fatta di suoni scomposti e senza senso- si sente ad essi estraneo. D’altro canto poi, se sotto le spoglie della tempesta oceanica si cela quella umana,

    …Così che la chiamasse musica dello spirito \o no, non importa. La prese\ dal vento del mezzo Atlantico…..

    è la sua qualità complessa a sfuggire nel rapporto uomo uomo. Il destino lo lascerà nella sua casa, solitario suonatore d’ oceani che si scontrano e s’increspano nell’ anima, l’unica in grado di raccogliere la voce del firmamento per come s’infrange in una ciotola di continenti e riportarne intatto il linguaggio, perfetti l’uno e l’altro come di un Dio che si fa musica e sceglie un archetto per manifestarsi e autoreplicarsi, “da nessun luogo” toccato:
    …E ancora la ritrova, da nessun luogo.\ Sale grave dall’archetto, \si riformula da se stessa nell’aria….
    C’è in questa inadeguatezza del cortile attorno, fissa nell’ orecchio dell’ascoltatore tutta l’ignoranza-e l’arroganza- di chi, nonostante si manifesti l’infinità del linguaggio, il suo mescolarsi complesso in qualcosa di vivo ed in grado di autoriprodursi, riduca la vita ad un angolo di ascolto- il più confacente al suo piccolo io- e lo faccia metro di tutto. Così mi sembra. Ciao franco

  • Grazie della lettura, Antonio. Sono versi straordinari che ho imparato a memoria. La loro incompletezza è la cifra più alta, una potenza evocativa estrema, laddove quella nota che attraversa gli oceani e pure abita nessun luogo, ha gli
    indicibili contorni della poesia. E Heaney riesce a dirli.

  • Come il violinista avventuroso di questa poesia, che rischia e soffre nel tentativo di carpire la musica alla tempesta atlantica, così è il poeta che, in non detta ma trasparente metafora, va a cercare la sua poesia nella tempesta della vita: ” E ancora la ritrova, da nessun luogo”.

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