Roberta Ioli: Radice d’ombra, Italic/Pequod 2016. Prefazione di Fabio Pusterla

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Oltre le colonne

Mentre il buio è al suo principio,
nella terra boreale l’alba
schiarisce la notte
i galli puntellano il giorno
nell’aia azzurra, lungamente
la mula ragliando il suo roco lamento.
Tu dormi
tra l’angustia del cortile
e la solenne croce del sud.
Ha fatto ombra al tuo viaggio
la montagna del Purgatorio
nessuna ferita dai grandi serpenti marini
nessuna offesa dalla terra
senza uomini e senza ritorno.
Attraversi gli abissi con legno leggero.
E ancora mi chiedo
se solo a te si celino i mostri di Finisterre
o se semplicemente
con il pudore di un timido pifferaio
tu li abbia mutati in onde.

*

Chi sei, straniero
che riempi di parole la mia stanza?
Quando cerco il silenzio, la tua voce
risuona negli angoli
non fa ordine degli inquieti pensieri
non ridispone i sogni della notte.
Allora ti porto nell’abbraccio
incosciente, ti tengo
verso la luce delle stelle
contro l’immobile cratere della luna
ti tengo per riconoscerti
per chiederti il nome
mentre l’eco rimbalza tra i muri.

*

Quattro tempi per voce sola

Resta ancora un poco.
Che la pioggia sia carezza e lingua
per invitarci al sonno
che la sera ci porti
la gentilezza dei suoi gelsomini.
E una fame, con loro, di silenzio
e amore. Restiamo così, ancora un poco,
dimentichi di ragioni
di saggi intendimenti.
Il mio cuore è per oggi
il muto testimone dell’infanzia:
misura l’infinito
nella latitudine del proprio abbraccio.

 

Parlo a te
o forse al mio bisogno di cucire in uno
il primo strappo.
Non so se quella offesa è da sempre
o è figlia della tua partenza,
del tuo mancato ritorno.
Non so se tu sei tu
dentro il tuo nome
la tua ruga
la tua voce
o sei nell’opaca corrente di un sogno
ostinata ragione che unisce
l’alba al suo buio.
Ti guardavo dormire
con le ginocchia al petto.
Ero Circe bei capelli
ero Cassandra sillabe di fuoco
e tu il viaggiatore multiforme
poi tornato scampato assiso in trono.
Quelle ragioni ti hanno fatto senza fede.
In un mattino siamo nati
e a sera ci siamo spenti
dentro parole, teoremi scaltri,
il tradimento della luce.
Così, da questo imbuto, da questo tempo
senza risentimento e senza gioia,
saluto la nostra fragile scheggia di mito.

 

Cosa rimane del fumo bianco
tra le ciminiere del porto
di me che attraverso il confine della notte
silenziosa, quieta
cosa rimane di quei primi timidi
abbracci di coraggio
di quella casa non nostra
che ci ha visto promettere tutto
credere in tutto
le stanze di tufo dove trovammo rifugio
e innocenza, le cicale nell’estate del sud
e mattini tersi con i tigli come sirene
per chi è ammalato di ritorni.
Cosa resta dei nostri passi
mai del tutto allineati
delle parole asincrone ma mai disperate.
Cercavamo il timbro
di una voce gemellare, dimenticando così
la nostra sola forza: la bellezza
della nostra imprecisione.

*

Simbolo

Dopo la felicità che fa tremare i polsi
il desiderio che scava solchi
nei nostri corpi insonni
devo lasciarti andare.
Hai esiliato la gioia
per avanzare senza indugio né macchia.
Io mi attardo, vuoto
contro vuoto, cerchio dei pensieri
che si ritrovano carne
nell’inganno della nostra natura speciale.
Permettimi almeno
l’ostrakon dell’ospite. Lascia
che dividiamo lo stesso intero
nelle due metà così imperfette
ma così precise nell’incastro.
Lascia che il dono della partenza
renda possibile riconoscerci
se mai ci sarà ritorno.

*

Non è per noi il tempo
che si mangia tra pareti
e si riduce alla quiete dell’abbraccio.
La nostra è stagione
di scongiuri, stretti
a sorvegliare i lupi attorno a casa.
Non possiamo proteggerci
dirci portentose staffette
se le nostre ombre si nutrono a vicenda
se il nostro buco di figli mancati
ci rende così cattivi e ciechi.
La notte mi giro piano per guardarti
e in te ritrovo la mia guancia silenziosa
il mio occhio che veglia
e che non vede.

*

Cammini nella febbre della notte
a scorticarti di vita e amori.
Stai solo – tutte le strade attraversate,
le mense consumate –
insegui voci d’uomini tra bestie
sui viali sbigottite
tra angeli che scontano la pena
davanti all’oracolo muto.
Era questo che cercavi
questa vertigine di miserie
a cui dare il nome di vita,
questo fuoco a mitraglia
di istanti e smarrimenti?
Eppure siamo ancora qui
nel furore degli abbracci
nel toccare insensato che ci incanta.

*

Con colpi di scure strappiamo
ogni scorza, ogni lebbra.
La mandorla nascosta
liberiamo dall’ombra, armati
solo di mani e fede.
Nudo va ritrovato
nello scoperto di pelle
quell’umido cuore.
È l’unica via, oggi, per non seppellirlo.

*

Venezia

Nella nebbia del mattino
la laguna è un quadro appeso
i ponti sorvegliano segreti
sotto la grande schiena addormentata.
Gridano i gabbiani
un rantolo di infanzia e fame
o la gioia di sorvolare il letargo.
Noi siamo miniature
in movimento, incuranti dei fantasmi
che a ogni angolo sussurrano il nome.
Come in un sonno umido e ostinato
camminiamo senza stanchezza
verso la nostra meta di sempre,
fondamenta degli incurabili.

*

Ossa e gusci scopre l’onda di risacca.
Restano scheletri senza nome,
avanzi del ciclopico pasto.
Noi mensa derelitta
sfidiamo la storia con i nostri otri
ricolmi, la miseria
delle nostre strade lucidate
lontani l’alba dell’uomo e il suo stupore.
Eppure la veste dei gigli nei campi
resiste, ritorna al primo appuntamento
con l’incendio del suo dono.

*

Forse è da lì che scardini il cielo
e fai di luce il corpo che era pesto.
Da lì ordini la storia
la distendi nel caos delle strade, nei deserti
in silenzioso moto, nell’altissimo
cielo degli uccelli e degli insetti.
Da quale recesso e spigolo di luce
ascolti le promesse i tradimenti
il bisogno di dire eterno e il suo inganno?
Per riposare la tua stanchezza
nascondi forse in questo tempo
l’infelice regno, e più a fondo scavi
d’ogni cosa creata
la radice d’ombra.

da Roberta Ioli, Radice d’ombra, Italic/Pequod 2016.


Un singolo stare nel mondo

Prefazione di Fabio Pusterla

Radice d’ombra, il titolo di questa seconda raccolta poetica di Roberta Ioli, è anche l’ultima parola del libro, l’ultimo verso che chiude l’ultima poesia, e che coagula il senso di un lungo percorso appunto in questa immagine: «Per riposare la tua stanchezza / nascondi forse in questo tempo / l’infelice regno, e più a fondo scavi / d’ogni cosa creata / la radice d’ombra». Ma il lettore che ha attraversato l’intera silloge coglie in questa espressione l’estrema metamorfosi di una ferita originaria, di un’ombra da cui tutto il discorso è partito, e che appare per la prima volta alla fine del testo proemiale, in cui l’autrice propone la rivisitazione di un traumatico passaggio dall’innocenza infantile al turbamento dell’adolescenza, tutto raggrumato in «quel negato amore». Tra questi due estremi, il tema dell’assenza, della ferita, della promessa mancata costituisce l’ordito sommesso di questo libro, della sua «esatta lingua del dolore» (Alla finestra, v. 4), e insieme il dato essenziale, l’origine e il limite che tendono a configurarsi in destino, del «mio singolo stare nel mondo», come recita felicemente il verso di una poesia centrale della raccolta, Quale geografia: «Nella cella della conservazione, nel silenzio / che ho scelto obbediente, / talvolta accelera rovina e rinascita / l’onda purissima di antiche ragioni: / il mio singolo stare nel mondo».

    E tuttavia questo filo conduttore non esaurisce affatto il senso e lo spessore dell’opera; che sarà certo l’ennesimo tentativo di definire un io affaticato dal male di vivere e dal disagio, di sondare appunto le antiche ragioni di quel disagio, singolo e insieme transitivo, applicabile alle zone d’ombra di ogni lettore; ma che non intende rassegnarsi a questo solo scandaglio. Già la seconda poesia della raccolta, tanto per cominciare, tende coscientemente a complicare il quadro, trasferendo la vicenda dell’io e dei suoi crucci originari su un panorama molto più ampio e molto meno soggettivo, ma insieme richiamando proprio l’archetipo di questa auscultazione dell’io, cioè la grande poesia romantica, qui rammemorata in un suo testo programmatico, El desdichado di Nerval, testo naturalmente tanto celebre quanto enigmatico, in cui importerà ora soprattutto il simbolismo della prima quartina:

Je suis le Ténébreux, – le Veuf, – l’Inconsolé,
le prince d’Aquitaine à la Tour abolie:
ma seule Etoile est morte, – et mon luth constellé
porte le Soleil noir de la Mélancolie.

E forse si potrebbe anche allegare alla genealogia della Radice d’ombra, retrocedendo di alcuni decenni, l’evocazione di un’altra figura femminile, di un’altra più concreta «étoile morte», quella della giovane Sophie von Kuhn, la fidanzata-bambina di Friedrich von Hardenberg, in arte Novalis,  stroncata dal male nel 1797, e da cui trarranno origine gli Inni alla notte (altro attraversamento conoscitivo dell’ombra). Sicché, mentre la radice d’ombra si tinge ora di una tinta notturna meno autobiografica e più meditata e letteraria, il passaggio difficoltoso o impossibile dall’innocenza all’età adulta non pertiene più al singolo io, né deriva più unicamente da una vicenda biografica che la poesia cerca di manifestare; al contrario, si distende in un «noi», il «noi clandestini» che apre il testo:

El Desdichado – Per Nerval

Noi clandestini
staccati dalla placenta dei doni nuziali,
dei presepi domestici, orfani
nei giorni della fatica giovane e spensierata,
viaggiamo ogni strada solo per ritrovarci
eterni passanti.
Impossibile tornare al cerchio
degli affetti, alla fibra del cuore,
impossibile ridiscendere
se non dentro il taglio consumato.
Quella nuova fragile pelle
è l’unica terra che possiamo abitare:
dell’assenza porta traccia
e della radice tenace. 

Tutto questo comporta soprattutto una cosa: che la «radice» è un’immagine plurisensa, di cui si potrà ora cogliere il senso negativo, di antica condanna ombrosa che di sé tinge, come si è già visto, «ogni cosa creata», negando o almeno oscurando la luce e la gioia; ora invece seguirne lo sviluppo, la crescita, poiché la radice, per sua natura «tenace», non intende rinunciare al proprio divenire, né può più «ridiscendere», e sarà dunque costretta a cimentarsi in una risalita, difficoltosa, improbabile eppure inevitabile. Poesia dunque che se da un lato guarda impietosamente alla vicenda di un io che ha conosciuto precocemente «la tenerezza impossibile» (Naufragi, v. 18) e che si sa in qualche modo condannato alle «grate di questa clausura» (così l’attacco di un altro testo senza titolo), dall’altro prova a non rassegnarsi e a continuare nonostante, affrontando la propria condizione senza speranza di salvezza e senza compiacimento del dolore, con lucida coscienza e tenace volontà. E il carburante necessario a questo tentativo è soprattutto, insieme all’esattezza dell’espressione e al ritmo secco e controllato del verso, il dialogo con il grande firmamento della poesia occidentale, che Roberta Ioli richiama spesso e attraversa, dagli antichi ai moderni. Autrice coltissima, per formazione e per scelta, la Ioli è capace di suonare su almeno due diverse pianole, quella dei classici greci e latini su cui si è formata e a cui ha dedicato numerose pubblicazioni, e quella naturalmente della poesia moderna, presente sottotraccia in questa raccolta quasi costantemente, con citazioni appena dissimulate, rimandi intertestuali, coincidenze. Stilare un catalogo dei poeti adunati sulle pagine di questo libro sarebbe possibile ma impegnativo; e d’altro canto il lettore non avrà troppe difficoltà a individuare ora in un luogo, in un oggetto o in un nome classico, come «il bosco di Eraclito», Socrate, l’ostrakon o il boschetto dei suicidi di Inf. XIII, ora in un contemporaneo, come ad esempio l’ungarettiano «Giuseppe il fante / che accoccola gli stracci» de I fiumi o il Montale di Finisterrre (toponimo o simbolo due volte presente in questo libro), l’autore convocato da una parola, da un’immagine o da un’allusione. Forse, fra tante presenze amiche e appunto riconoscibili, una potrebbe rischiare di sfuggire, l’unica a essere esplicitamente dichiarata con un nome, ma un nome pronunciato tanto affettuosamente, in tale vicinanza ideale, da poter sembrare un nome comune o privato, quando invece si tratta della figura aspra e grandeggiante di Amelia Rosselli, con la sua «incauta bellezza» (Per Amelia), che forse più di ogni altro potremmo considerare, sia pure nelle abissali diversità di intonazione e di intenti, nume tutelare della Radice d’ombra.

Mi sembra questo un tratto caratteristico della scrittura di Roberta Ioli; un tratto, vorrei aggiungere, che inizialmente avvertivo forse come rischioso, ma di cui ora invece credo di cogliere il senso e la ragione. In effetti, quando anni fa ho iniziato a conoscere l’opera di questa autrice, che mi era stata suggerita da un poeta conterraneo della Ioli e a me assai caro, Gabriele Zani, avevo appunto notato la frequenza di simili conversazioni a distanza, che temevo potessero conferire ai versi come un eccesso di cultura, se non proprio un’esibizione, e una certa letterarietà dichiarata, che forse avevo suggerito all’autrice di tenere un poco a freno. Ma oggi, potendo rivedere quei testi nel quadro più ampio e complessivo del libro, penso invece che questa forte istanza letteraria non sia né un ornamento esteriore né tantomeno un vano motivo di orgoglio per Roberta Ioli; il mormorio poetico che sobbolle dentro queste pagine e che sommuove i versi è invece intimamente legato alla concezione della poesia che l’autrice ci propone, e anche al senso che una siffatta poesia può assumere nella nostra esistenza. O forse meglio, e più chiaramente: la presenza quasi fraterna di tante voci è inversamente proporzionale alla scarsità di reali, possibili e felici conversazioni nella realtà diciamo così quotidiana; ed è anche la risposta, una delle poche risposte possibili, al disagio, all’emergenza continua dell’antica ferita, alla solitudine. Una parola che apra, che scavi, che mostri al di sotto e al di sopra delle apparenze, avvertite come asfissianti e minacciose, la complessità di una storia e di un senso, di un orizzonte di senso. La poesia non salva nessuno, questo no; ma schiude prospettive di sopravvivenza, aiuta forse ad attraversare il deserto, la nostra «stagione / di scongiuri, stretti / a sorvegliare i lupi attorno a casa». Questa mi pare essere la proposta, quasi umanistica, ma d’un umanesimo insieme speranzoso e disperato, di Roberta Ioli; una proposta in cui forse potremmo avvertire un’altra presenza importante, o almeno una consonanza con la visione poetica di Milo De Angelis, con una parte di quella visione: quella che, definita una volta per tutte nei saggi di Poesia e destino, ci parlava di un incedere eroico nel mondo, di una lotta disperata con il destino, tra Incontri e agguati possiamo dire oggi citando l’ultimo titolo di questo poeta; e anche quella perfettamente riassunta da un frammento di Lucrezio, raccolto dall’autore nell’antologia Sotto la scure silenziosa (Se, Milano, 2005):

Non c’è mai tregua per questi corpi. Mai. Non esiste un luogo, in basso, dove possano depositarsi. Dovunque e sempre un moto incessante li solleva, li sospinge, li incalza negli spazi infiniti.

Non so se Roberta Ioli abbia presente questo passo, ma penso che non le dispiacerebbe vederlo accostato ai versi conclusivi di una sua bella poesia:

Non so immaginarmi in altra vita che questa
già consumata nei suoi bordi di luce
già diseredata di promesse.
Vedo l’abisso cavo
che la tempesta ha scelto per cuore e viscere.
In quel vaso sta di me la parte corruttibile e pura
per liberare in superficie la sua muta
di lustro fantasma
la pelle di inganno
che luce non può attraversare.

Sul risvolto di copertina della sua prima raccolta poetica, L’atteso altrove,  si leggeva che Roberta Ioli «lavora attualmente a un progetto sulle emozioni tragiche»: si intendeva, non c’è da dubitarne, a un progetto di ricerca sugli antichi. E tuttavia Radice d’ombra è anche questo: un insieme di emozioni tragiche trasformate in cammino poetico.

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