Poesia Condivisa 2 N.17: Sebastiano Aglieco

In questo tempo che in noi si
forma come un architrave, vieni
parola mia, mai detta veramente
mai posseduta.

 

Un sospiro si posa in loro
chiuso in questa stanza
occidentale, io mi vergogno
d’essere appartenuto a questa razza.

 

Poi viene l’inverno e
scendono le parole.

 

Dal poemetto Oriente prossimo venturo, in  Nella Storia- Poema per una terra,  Aìsara Edizioni (Cagliari, 2009), collana YAKAMOZ,  a cura di Daniele Pinna.

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5 Comments

  • Mi chiedo in cosa consista la forza di questa poesia. Penso che ci inviti a riflettere sulla parola, su come prenda forma in noi per poi andare oltre. Un mistero il suo apparire dal nulla, in piena libertà (mai detta\mai posseduta) come quello del tempo che prepara la casa per accoglierla. E dunque l’attesa, che è anche sorpresa, si fa evocazione\accettazione (vieni\parola mia) della sua aura d’innocenza, come se avesse memoria di un remoto sconosciuto, un Logos a cui riferire la forza creatrice. Dinnanzi ad essa, alla purezza di questa origine la natura umana si riconosce misera, come se sotto l’architrave che si forma naturalmente ( in questo tempo\che in noi si forma come architrave) non sia più in grado di costruire pareti protettive né fondamenta degne ed il dono sia destinato a perdersi. E’ dunque un rivedersi davanti all’angelo con la spada di fuoco, (io mi vergogno\d’essere appartenuto a questa razza) colpevoli di avere corrotto la luce originaria. La parola ha davvero questa natura? C’è una salvezza in vista? Alcune indicazioni ci vengono dal fatto che la colpa appartiene alla razza e chi parla è un poeta che si è distaccato da essa e dunque non si riconosce più nei suoi fini. La sua collocazione in una stanza occidentale fa pensare che qualcosa (o tutto) della cultura (ma non solo) di questa parte del mondo, la sua straordinaria capacità creatrice, ma anche altrettanto distruttrice, in qualche modo sia fortemente chiamata in causa (non è questa in fondo figlia primogenita dello stesso Logos ?). E dunque quel sospiro è sia un modo di addossarsi la caduta e sia un modo per salvaguardare quella purezza dal declinare verso altro di un intero genere. E’ qui, nella mente del poeta, che si realizza il miracolo delle parole che scendono come fiocchi di neve in un inverno (della razza? della storia?) che ne restituisce il candore a chi si fa degno di vederle e accettarle-metafora (l’inverno)oltretutto di una presenza incontaminabile da parte di chi si crede padrone di tutto-. Un impegno salvifico in definitiva a tenere sempre alto lo sguardo verso quei valori fondanti del nostro stare al mondo e a saperli far rivivere, aldilà delle deviazioni e cadute di genere. Ciao Franco

    • Trovo questa analisi di Franco Intini, straordinaria, per un testo straordinario. Un testo che in soli 10 versi dichiara tutta la nostra deriva (ahinoi non solo occidentale, ma planetaria), tutta la perdita dell’umano. Integra resta solo la parola, ultima traccia pura residua ancora capace di allontanare il nostro inverno.

  • Le parole come neve, leggere perché soppesate a lungo, a lungo invocate: “…vieni/parola mia,/ mai detta veramente/ mai posseduta”. La poesia come necessità, come ultima speranza d’interpretazione della propria vita, della avvilente storia della razza umana (“… io mi vergogno/ d’essere appartenuto a questa razza”).

    • Sì, Antonio. come dicevo poco fa a Sebastiano, ho scelto questo testo che mi appare attualissimo. E pure vi trovo quel senso sacrale della parola e dello sguardo sulle cose della vita, che è l’infallibile cifra della sua poesia.

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