Poesia Condivisa 2 N.15: TOMAS TRANSTRÖMER

Sfere di fuoco

Nei mesi oscuri la mia vita scintillava
Solo quando ti amavo.
Come la lucciola si accende e si spegne, si accende e si spegne,
dai bagliori si può seguire il suo cammino
nel buio della notte tra gli ulivi.

Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata
e senza vita
ma il corpo veniva dritto verso di te.
Il cielo notturno mugghiava.
Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti.

da Tomas Tranströmer – Poesia del silenzio, Crocetti Editore (Milano, 2011), a cura di Maria Cristina Lombardi

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2 Comments

  • E’ incredibile, o forse solo comprensibile se pensiamo di essere nel territorio della vera e grande poesia, come due sole strofe aprano a riflessioni profonde e a infinite domande metafisiche. Ah se Transtromer fosse ancora con noi e potesse dire la sua definizione di anima.
    Tutto quel che legge Franco Intini sul senso “cosmico” dell’unione dei corpi è molto suggestivo e condivisibile. Resta il fatto che accostandoci alla dimensione dell’ “anima” , ancora così dubbia e da millenni per nulla risolta se non da un punto di vista fideistico, possiamo formulare soltanto scarne ipotesi di senso destinate a rimanere soggettive.
    L’anima che resta “rannicchiata e senza vita” quale ruolo riveste rispetto allo sfolgorante impeto dei corpi che si cercano e cercandosi si fondono nella dimensione cosmica? Che cosa è insomma l’anima se così distante dalla vita totale, se svanisce quando non illuminata dalla fiaccola amorosa? E’ forse una risposta poetica alla vana richiesta di affermare l’esistenza della dimensione spirituale, un centrare il fuoco sulla spinta alla fusione armonica universale e null’altro?

  • Transtromer dunque! Nella strofa iniziale l’analogia con la lucciola consente all’autore di inserire sé stesso in un piano concreto di sesso e amore. Soltanto la luce del richiamo sessuale, permette la tracciabilità della sua esistenza, dove i movimenti legati all’appartenere ad una specie diventano anche l’ esteriorità delle azioni, l’ intrecciarsi nella vita sociale del poeta. Di contro c’è il buio, la dimensione non visibile dell’universo, ma anche tutto ciò che non è diventato qualcosa, l’immenso nulla in cui è confluito ciò che è stato. La mancanza di luce sopprime anche la vita dell’anima, a cui sembra appartenere l’altra metà dei mesi, relegandola in un ruolo d’impotenza dinnanzi ai destini cui chiama lo scintillio di lucciola. Da questa acquisizione di certezza la poesia stessa assume un’altra dimensione.
    Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata
    e senza vita
    ma il corpo veniva dritto verso di te
    Poichè l’io si sente semplicemente corpo attratto dall’altra, gli si svela tutta la potenzialità del suo istinto di sopravvivenza, il senso ultimo dello stare al mondo, ciò che accomuna animali, piante e uomini. A questo punto più che di carne e ossa sembra che stia parlando di una navicella capace di tornare tra le stelle, nutrirsi direttamente dal seno “materno” del firmamento e sopravvivere. La metafora della mandria che mugghia, rappresenta (a mio parere, chiaramente) il forte richiamo comune, l’appartenenza ad un ordine cosmico riconoscibile e familiare non mediato dai meccanismi dell’anima che invece ha bisogno di luce per vedere e dominare. In questo senso, la capacità di accendersi del corpo, attratto da una danza d’amore, rappresenta l’autosufficienza dei destini ultimi di ciascuna specie, tutte ugualmente degne nelle immensità celesti. Così essi fluiscono in meccanismi d’amore a cui l’anima rimane estranea e con essa la “straordinarietà” umana.
    C’è da dire ancora che più di tutto è davvero impressionante la narrazione di questo non vivere dell’anima, spiegata solo dall’assenza di luce. Letargo? Morte? Un non detto che in questo contesto rappresenta un buco nero angosciante e davvero triste. ciao franco

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