Poesia Condivisa 2 N.14: Claudia Ruggeri

claudia-ruggeri

 

lamento della sposa barocca (octapus) 

T’avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
– sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce( la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato; poi che mossa un’impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.

Da Inferno minore, peQuod,(Ancona, 2006), a cura di Mario Desiati

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5 Comments

  • Accostandomi a questa poesia, alla sua difficoltà di lettura e trasportato anche dal suggerimento in calce da parte della redazione, mi sono reso conto che c’è una vasta critica intorno al nome di Claudia Ruggeri. Cosa potrebbe aggiungere un semplice lettore (nessuna velleità di critico a mio carico) a quanto già scritto ben sapendo del rischio che si corre di sbandare su ogni parola? Bè, la risposta è semplice. Una poesia è scritta per un lettore ed è in questa veste che scrivo i miei commenti. Dirò da lettore cosa mi colpisce, cosa mi incuriosisce.
    In questo caso è già il titolo ad attrarre la mia attenzione.
    Octapus? C’è una ragione per cui scrivere “octa” e non “octo”? A me è sembrato (ma potrebbe essere anche diversamente, ovvio) un preciso capovolgimento in favore della femmina di questa specie di mollusco disposta a sacrificarsi per la sua discendenza. Fatto sta che così l’octapus (e non octopus come vuole il suo nome scientifico) diventa una metafora stupenda che in chiusa:

    poi che mossa un’impronta si smodi
    ad otto tentacoli poi che ne escano le torture

    probabilmente indica la rivelazione della natura femminile (l’impronta, il suo segno distintivo), disposta a lacerarsi tra estremi come lavare i piedi al suo uomo o al contrario a farsi altissima appena la si chiami in causa (si smodi) a mostrare di cosa sia fatta, di cosa sia capace (con i suoi otto tentacoli) . Tutto ciò che l’iconografia barocca rappresenta su soffitto, mura e colonne non è che il mutare aspetto di questo intelligente mollusco, octopus\octapus appunto, nel suo manto, capace di adattarsi a tutto, di assumere qualunque aspetto e dunque di mettersi a servizio del lamento di donna:

    come i soffitti scavalcati di cieli
    come voce in voce si sconquassa
    tornando folle ed organando a schiere
    come si leva assalto e candore demente
    alla colonna che porta la corolla e la maledizione
    di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
    che cade, se scattano vele in mille luoghi
    – sentite ruvide come cadono -;

    Oh si, anche farsi insetto che infesta la sala, potrebbe essere possibile dinnanzi alla certezza di raggiungere lo scopo e avere pace.
    E’ rappresentato nella pietra di questa terra il matrimonio perfetto, tra l’Umanità e Dio con la prima che assume la sua Veste di Pace (nella sua massima espressione, a parte suo Figlio, cioè Maria), quando questo è celebrato e dunque sarebbe perfetto se l’amore tra uomo e donna fosse così come è rappresentato biblicamente o in Dante.
    Ma come è possibile reggere il confronto? Alla donna capace di assumere ogni aspetto fisico del sacrificio, anche a costo di mortificarsi in un insetto indesiderato e irrimediabilmente fastidioso per qualunque genere di persone, si contrappone l’ uomo chiamato al compito di sorreggerne il peso.
    Ma alle ventidue danze-di donna intorno al suo sole- si potrebbero contrapporre, per bilanciarne l’entità, solo trentatrè fuochi come quelli di Cristo -per ogni anno che è vissuto-, anche Lui chiamato al sacrificio totale e assoluto. (Anni e fuochi come nell’ellisse, ventidue a trentatrè, a rappresentare l’incommensurabilità tra Sposa e Sposo,tra il sacrificio umano e quello divino, per sua natura irraggiungibile).
    Quale uomo potrebbe prenderne il posto?
    E’ questo il senso del lamento della sposa barocca?
    Magnificenza di Chiesa trionfante che diventa rappresentazione di un matrimonio impossibile e dunque destinato a chiudersi in un rapporto impari tra i due sessi. Al sacrificio della femmina di octopus, al suo tragico torcersi (tortura) e indebolirsi continuamente in difesa del compito assegnatole dalla natura, cosa corrisponde? Nessuna riposta.
    È strano come si possano allacciare due vite, due poetesse in uno stesso disagio. Come conciliare l’essere donna con quello di uomo? Alle due, l’altra è S. Plath, appare un abisso incolmabile. L’una e l’altra accomunate dalla stessa sorte, nella stessa identica non risposta. Ciao franco

    • Lasciamo che si restituisca merito alla scrittura di Claudia Ruggeri, che finalmente altri lettori gioiscano- con amarezza, purtroppo – di questa travolgente poesia. E resti e resista il mistero della sposa barocca, che ha scolpito di meraviglie la parola, oltre la decadenza opaca del barocco chiesastico. Grazie, Franco ( Intini, menomale, non Franco Fortini, da cui Claudia fu purtroppo incompresa).

      Annamaria Ferramosca (risposta del 26 dicembre, in ritardo per problemi al sito)

  • Gentile Annamaria,

    su Claudia ho scritto dei versi….
    ———————–

    Nostra Signora dei Lamenti

    ach, claudia… ruggeri…
    vediamo un po’ di renderTi – immortale!

    Barocca è la Sposa dei Lamenti, questa sera!

    In polvere di tufo ruggisce il favonio:
    secca il suono dei Tuoi versi
    e i detriti pagani di angelica pietra,
    ma il tuo carro avanza a malincuore,
    non vuole che il volo sia senza nastri e fiori!

    E come somiglia la Tua voce a quel naso amato…
    accendimi la conoscenza, donna, dalle miniate labbra!

    Che Io… non Ti conobbi io, e non mi pento!
    E come profuma la Tua caduta sulla soglia acrobata!

    Non so quale maggiore inferno hai scelto
    e perché nessun Bene ti chiamò…

    Come siamo folli, noi, della – FINISTERRAE!

    antonio sagredo

    Vermicino, 13 luglio 2010

    ————————————————–
    (a quelle due…)

    …di Te agli occhi è una accidia, quel nero sudario, mostruosa sessa come una veronica mi snodava lo sguardo e spumosi ciottoli risonavano sulle doglie dei marosi … le quinte , ach! – – – orfane partenze alla Stazione della Voce incarnata in quei supplizi, e a la rota degne di un tarocco,
    e quadrata la mente di chi, ossesso, disturbava la visione di ignoti – arrivi!

    E il trionfo dei miei versi senili non vorrei passaporto universale per una immortalità come dantesco imbuto o filtro immagnifico per una beatitudine di ombre rivelate, tornasole a le parole di una soglia e al sacrificio di una cornice e… a un ritmo nuovo che poco mi sorregge –ora!
    i musicali muscoli di una gola al più estremo grido e a la bocca un ovale tra disperate

    mani nordiche! E le dita in ogive… posture di maddalene – misericordie nude!
    Ah,
    Nadia e Claudia – nude sublimità! La vostra vita fu negata angoscia, nudo ectoplasma, gelatina votata invano – al sangue! Trasparenze danzanti, incubi di baci, prede di melanconie che una croce, una corda o altro caos gettarono negli orridi di una luce – estrema!

    antonio sagredo

    Roma, 13 gennaio 2014
    ————————————————–

    Il pretesto fu l’attesa di una condanna prescritta dai loggioni.
    La corda era timida come la lingua di Giovanni nei suoi occhi.
    Il patio sofferente per l’assenza di un Antonio qualsiasi,
    ma la sua parola era tortile come il pensiero di Giuditta.

    La città era pavesata da recise lingue in fiamme eretiche, come rossastre – grida!
    Letale crollava dai balconi sangue di giumenta – il tramonto, sgozzato!
    Il sorriso del canto sugli occhi delle meridiane. Sii serena, Claudia, io non sognavo
    le destinazioni, non potevo lacrimare dalle orbite straniate degli anelli di Saturno.

    Come l’alloro reclamava dal favonio la sua giurisdizione!
    L’appello all’arsura era la perdita di una gloria proscritta dai pulpiti.
    I viali latini del diritto erano una fogna per lo spavento del tripudio a un franco
    cielo. Le istanze – non la memoria dei mentori – ma la morte dei Trionfi!

    E ancora, come sempre, la stessa città rullava la propria inconsistenza
    sui tragitti romani, e sui selciati – lascivie di gatti tufacei e minzioni d’urine umane –
    l’Ospizio scatarrava sentenze dai senili orecchi, e dai pelosi occhi di madonne,
    e dai ratti del Riformatorio uno sputo barocco inondava e levitava le viuzze

    col mestruo delle lanterne e delle chiaviche – in volo!

    Antonio Sagredo

    Maruggio/Campomarino, 15 agosto 2014

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