Arti Incompossibili N.4: I pastelli di Loredana Müller Donadini

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Traspare un sole calante dal fitto fogliame che s’infrange sullo specchio d’acqua: riflesso non sarebbe che quel che si ricompone una volta che si sia tornati in studio.

Individuare l’esatto colore di ogni foglia, e nessun altra foglia esiste che sia a un’altra uguale, per conservarne l’univoco ricordo. L’azione opposta consiste nel trasportarlo dal fogliame al vivido piano dell’astrazione.

Se natura accosta a casaccio le tinte, e quel che così casualmente compone appare di tale armonico grado, come si potrà darne conto, ricreando, su bianca tela, la calda avvolgente orditura in ordinata sequenza?

Quasi un dovere restituire ciascuna foglia sulla tela. Quei verdi diafani, sovrapposti in parte a più opachi spessori, quest’ultimi, eppure, anch’essi, attraversati da gialla luce.

Isolando le fronde, riposizionando in serrate fila le chiome, fin quasi a ispessire il contorno, ottiene la classificazione  di ciascuna tinta, tutte intimamente accordate fra loro, pur anche con la rosea luce,  la quale annuncia lo spegnersi del giorno.

Delinea contorni che non ha osservato, che non erano presenti nella verzura. I trapassi di tono sono bloccati e circoscritti per individuare ciascuna pianta, quella imperdibile, senza la quale la collezione sarebbe incompleta.

Il moto non dovrebbe essere espulso dal quadro, dovrebbe far palpitare il fogliame e, rifilando i piani, tagliare i volumi. Pastello produce con un tratteggio i binari sui quali la luce scorre disciplinatamente.

Il quadro è una macchina adescatrice di minime variazioni di clorofilla intercettate da uno sguardo-saetta.

Dalle piante viste frontalmente non si può abbattere la profondità. Si può saggiare la perizia del lavorio di cesello della lumeggiatura su ciascuna foglia e dire più tardi che pareva che sulla pianta ci fossero tutti i verdi del mondo, ma istoriati.

Ora parrebbe che da questa impossibile collezione, si acceda a un luogo rammemorato in cui le chiome sono rosa, arancio, viola, giallo.

È una mappa della valle, di ciò che ha portato con sé, rimestando con un bastone il tappeto di foglie e pietre sulla via del ritorno, rovesciando, una volta a casa, tutto sulla tavola.

A volte, l’azzurro predomina, si deposita sui gemmati rami, e vi si addensa, variando l’assetto dell’intero bosco.

Il ricordo si sfrangia tra vegetazione e nuvole a causa di occhielli di sole e frammenti d’acqua, ma l’artista riporta tutto a una limpida esecuzione: partitura visiva e tattile insieme.

Il sole ha lanciato assalti alle chiome, avendone al fine ragione. Le ha svenate, trapassandole, e le ha issate su una sorta di carro in forma di trofeo. È una tavola su legno che un morbido pastello ha reso sfolgorante, come se l’avesse lucidata.

Non si può percepire distintamente un verde se accostato ai sassi e alla fluente acqua, pena la commistione, quella stessa che si è ripresentata nello studio.

Pastelli, raspando sulla tavola, liberano polvere di pigmento, la quale si sfarina in pagliuzze dorate cadenti fra gelidi sassi. L’acqua provvida raccoglie l’inatteso tesoro e se ne ammanta.

Costruire il volume con il riverbero, quando esso è infidamente verde, spavaldamente mosso dal vento e infingardamente variegato nei profili. La tavola soltanto può catturare un simile fantastico oggetto, tramite l’incessante moto del polso dell’artista con gessetto.

A prescindere dal colore, dalle biforcazioni che s’innalzano, inghiottendo persino i lembi estremi di un riottoso cielo, non esiste un digradare delle masse arboree, ma solo una loro pianificata estensione.

Di sera, accadrebbe questo: lo spegnersi indiscusso del verde, il suo manifestarsi in altra vesta, violacea e purpurea, per rifrangere il lunare lume e mai sparire del tutto.

Armoniosi resti, di ossidati tronchi e ferrose pietre, emergono su un illuminato sentiero: la luna, ha una sulfurea luce che tutto fa vibrare verso i sinistri e oscuri colori della terra.

Lieve, un tono emerge per sfregamento o per occultamento. Pastello disegna le aree della trasparenza e dell’opacità distribuendo il suo lavoro sul legnoso piano. Materia è sempre presente. L’immagine da quella viene e ad essa ritorna.

Squadrate masse chiudono, viste dall’alto, il segreto giardino, la valle percorsa.

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