Arti Incompossibili N.2: Sergio Pallone: un esercizio metafisico

img_3660-350x247Si può percorrere a volo d’uccello una stanza, perché la stanza non ha un soffitto e dunque percepire uno sfondamento in una direzione perché non se ne ravvisa il limite. Guardare un oggetto all’interno di una stanza siffatta è come guardarlo in una scatola di gioielli. La preziosità s’insedia nell’opera a causa della scala alterata del contenitore. Non a caso, Sergio Pallone  è incline a definire orizzonte la linea di demarcazione nella scala prospettica e terra e cielo il pavimento e lo sfondo. Anche il rapporto con la natura subisce un’alterazione: sembrerebbe cielo quello in alto e per contrasto si sarebbe portati a considerare mare, superficie lacustre, quella del piano di appoggio per i bellissimi, acquorei colori.

Il piano sul quale l’edificio poggia richiede allo spettatore una particolare attenzione: reclama che sia considerata la sua qualità pittorica. Le variazioni a cui è sottoposto il pigmento con la miscela di olio e smalto, corposa a tal punto da donare un pondo specifico alla carta rendendola quasi morbida e flessuosa come un pesante telo di plastica, immette sulla superficie una cromia che impone allo sguardo di seguirne le duttili efflorescenze e variazioni, contemporaneamente facendo perdere loro la caratterizzazione spaziale: il piano è piano a tutti gli effetti e soltanto in relazione all’oggetto al centro dell’opera acconsente a divenire contenitore.

Le superfici che inizialmente avevano la funzione, a un primo sguardo, di dilazionare l’attenzione rispetto all’oggetto – dilatando le dimensioni reali del foglio con la visione a volo d’uccello e accentuando la percezione delle zone laterali – reclamano una posizione privilegiata all’interno dell’opera proprio per il trattamento a cui sono sottoposte:  variegato e rappreso a un tempo.

L’oggetto rappresentato, sempre accampato al centro della scena, presenta a sua volta una deformazione inusuale: la prospettiva aerea non ce la si aspetterebbe in una stanza. Poltrone, tavoli, sedie dai contorni nettissimi non offrono altri appigli e si pongono come oggetti che isolati, poiché unici, depistano la conoscenza che abbiamo dell’oggetto, il quale appare spesso anche in una scala alterata, equivalendo quasi a una nuova nascita e andando a delineare una metafisica dell’arredo. Che tale trattamento dell’oggetto procuri una sorta di diffrazione nel suo riconoscimento è atto inevitabile nelle arti (in quelle visive come in quelle letterarie). L’oggetto rappresentato non  coincide con l’oggetto reale e proprio in questo risiede il portato dell’arte, diversamente da ciò che afferma Platone. Disgiungere l’oggetto dalla sua rappresentazione è atto ineliminabile, su cui chiudere gli occhi non vuol dire comunque portare acqua al mulino del reale.

Oltretutto, Sergio Pallone dal reale si diparte sempre e cerca nell’arte anche  le chiavi per un riposizionamento del soggetto. Se apparentemente esso sembra espulso dai riferimenti percettivi dell’opera, in quanto oggetto di visione, rientra dalla finestra attraverso l’uso a cui gli oggetti rappresentati rimandano.  E, a maggior ragione, quando nell’opera siano presenti case, stanze, porte, pareti.  Il soggetto per analogia sembrerebbe subire la stessa deformata presenza, in quanto ab-norme, fuori dagli schemi, imprendibile, dislocato in uno spazio indeterminato e dunque, al fine, incollocabile. L’abitare diventa quella condizione d’animo che non è data, che bisogna tentare di conquistare, ma che è un desiderata, un’impossibile condizione.

Metafisico, pertanto, può considerarsi il risiedere, poiché spazio è contenitore infido e incerto, affascinante e ambiguo: la sua classificazione è sempre deviata da uno sguardo esterno alterante e spiazzante: non si entra in certi spazi,  non vi si staziona, anche se così intensamente azzurri e verde acqua, invitanti e aerei, affascinanti e pieni.  Se è metafisico spazio, ma non incasellabile, è arte.

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