Poesia e spazio pubblico: intervista ai ragazzi del M.E.P

mepQuella del m.e.p (“movimento per l’emancipazione della poesia”) è un’iniziativa che s’inserisce pienamente nel contesto di quelle controculture giovanili che mirano a emergere in maniera programmaticamente avulsa da qualunque forma di mercato: ovvero, principalmente, in un intervento diretto sullo spazio pubblico. La cosa vale in maniera particolarmente appariscente per la cosiddetta “street art”. Quanto ai ragazzi del m.e.p., l’intento che si propongono è quello di dar voce a tutti i poeti che vogliono far parte del movimento esponendo direttamente i loro versi, stampati in fogli A4, sui muri delle città. Ho trovato delle loro poesie (rigorosamente anonime) nei muri di Bologna, Roma, Venezia, Firenze. In un primo momento incuriosito, e persino un po’ rincuorato da queste mute presenze (“in un tale paesaggio di esibizionismo isterico” -mi venivano in mente le parole di Montale alla fine della sua vita, quando s’interrogava sulla sorte della poesia- “che spazio potrà trovare la più discreta delle arti, la poesia?”), mi sono poi quasi immediatamente fatto prendere da una serie di dubbi. Cosa significa, nel profondo, il gesto di uno che incolla una poesia sul muro di una città? Cosa mi dice? Decisi che sarebbe stato interessante intavolare una discussione con i ragazzi del m.e.p per capire un po’ le loro idee. Mi sembrava sarebbe stata una buona occasione per avere finalmente un confronto con qualcosa che a dire il vero andava molto al di là del loro movimento nello specifico: un modo di pensare diffuso sostanzialmente tra tutti coloro che promuovono un’idea di creatività “senza filtri”, e che trovano nello spazio pubblico delle città la piattaforma ideale attraverso cui liberamente (e, il più delle volte, abusivamente) esprimersi. Insomma proposi loro un’intervista. Ci siamo incontrati a Firenze, la città che ha visto nascere il movimento e in cui, tutt’ora, risiede il gruppo più numeroso e attivo. Inizialmente avevo proposto di vederci ai giardini di Boboli, ritenendo che, se di poesia si doveva parlare, era meglio farlo in un bellissimo giardino che altrove; a questa mia idea forse eccessivamente idilliaca, loro hanno opposto un sano senso pratico, sostenendo che i giardini di Boboli erano troppo dispersivi, e suggerendo di vedersi al “pur sempre amabile” giardino dell’Orticoltura. Luogo che (anche se mi sono ben guardato dal dirglielo) mi è sembrato francamente piuttosto brutto, ma che nondimeno ci ha in effetti consentito di parlare a lungo e indisturbati. All’appuntamento si sono presentati due ragazzi e due ragazze, tutti simpatici. Andando un po’ a discapito delle personalità di ciascuno, ho comunque deciso, per comodità di esposizione, di trattarli nella trascrizione dell’intervista come un unico interlocutore (il “m.e.p.”, appunto).

 

E.F:  Cominciamo molto brevemente con una premessa: com’è nato il vostro movimento.

M.E.P:  Il movimento è nato nel 2010 da alcuni studenti…

E.F: …scusa, se vieni un po’ più vicino al registratore ti si sente meglio.

M.E.P:  No sto seduto qua, mi si rovinano i calzoni. Spero non lo includerai questo nell’intervista, la mia preoccupazione per i calzoni.

E.F: Certamente no.

M.E.P: Comunque, il movimento è nato da una riflessione sullo stato attuale della poesia, sul ruolo che occupa nella contemporaneità, sui suoi canali di fruizione. I nostri riscontri erano molto negativi. C’erano dati di Feltrinelli che davano 1 a 80 il rapporto fra i libri di poesia venduti rispetto agli altri. E quei pochi erano tutti di poeti già consacrati ampiamenti; pochissimi esordienti, pochissimi contemporanei. Abbiamo constatato insomma che, in un mondo in cui l’arte è sempre più legata a dinamiche commerciali, la poesia, essendone per natura distante, è arretrata.

E.F:  Va bene. Il pubblico non chiede poesia. Non la cerca, non la vuole. Ma io vi chiedo: che male c’è in questo? Perchè voi lo sentite necessariamente come un problema?

M.E.P:  Perchè è un’espressione potente, è un bisogno millenario dell’uomo, e comporta il regredire di una civiltà perdere una forma di comunicazione con una tale capacità di suscitare sentimenti e pensieri e fantasie.

E.F:  D’accordo. Ora però, stando a queste premesse, voglio farvi una domanda inevitabile: che cos’è la poesia secondo voi? Vi spiego perchè vi chiedo questo. A volte io ho la sensazione che il punto del problema sia che in genere si continui a considerare la poesia in maniera molto limitata. Cioè mi sembra si sia rimasti attaccati all’idea di poesia come breve componimento in versi, da leggere nero su bianco, espressione della sensibilità individuale del poeta, generalmente un po’ ermetica, un po’ allusiva etc. Questo però è ciò che la poesia è stata negli ultimi diciamo cento, duecento anni a dir tanto. Ma la poesia (che generalmente in ogni cultura letteraria nasce prima della prosa) è sempre esistita, ovunque, ed è stata un milione di cose completamente diversa da questa. In antichità la poesia è stata una forma di preghiera, di magia. Per molto tempo è stata un attributo della musica. E nella stragrande maggioranza dei casi è stata una forma di narrativa, di story-telling. Insomma, se si guarda il corso della storia umana con la dovuta distanza, mi sembra che la poesia come ci ostiniamo a intenderla noi appaia come qualcosa di non solo limitato nel tempo, ma anche in fondo di molto particolare. Per cui quello che mi dico è che forse se oggi la poesia vende sempre meno è perchè effettivamente sta diminuendo nel lettore l’esigenza di questa cosa qui nello specifico.

M.E.P:  E’ possibile, che la poesia nella sua definizione contemporanea vada rifondata. Ma il pensiero del movimento è che per rifondare qualcosa c’è bisogno di rimanere in contatto con quella cosa. Dev’essere diffusa proprio perchè le nuove forme possano dare eventualmente spazio a una ridefinizione del genere. Più che risponderti su che cos’è la poesia secondo noi, quello che ti possiamo dire è ciò che abbiamo fatto. Il nostro modo d’intendere il problema si rispecchia nelle nostre azioni, che appunto mirano a proporre tutta la poesia che viene fatta. Cioè qualunque modalità di espressione che le persone vogliano intendere come poesia. Per questo non facciamo distinzione stilistica o di qualità. La poesia è quella che ogni singolo autore crede che sia poesia, e quella viene trasmessa. Il m.e.p non è un corrente letteraria, non promuove una formulazione o una definizione di poesia. Il m.e.p è un movimento d’azione. E’ meno artistico di quanto si possa pensare. La sua è una logica emancipatoria.

E.F:  A quest’ultimo punto torneremo dopo. Mi sembra però di avvertire una forte contraddizione fra l’esigenza che sentite voi di riportare la poesia fra la gente e questo fatto di voler accettare indiscriminatamente qualunque cosa vi venga proposta come poesia, in nome di una specie di principio di universale accoglienza.

M.E.P:  A noi non spetta la critica. Noi siamo semplicemente contro l’idea che la poesia debba fare parte di una ristretta elìte. Noi vogliamo che la poesia torni nella discussione generale. Anche forzando la mano, invadendo lo spazio pubblico come atto simbolico. Sostanzialmente tu dici: “non c’è emancipazione senza qualità” ?

E.F:  Non avrei mai saputo esprimerlo così chiaramente, ma sì, intendevo esattamente questo. Cioè, che servizio fate alla poesia se indiscriminatamente accettate di imporre alla cittadinanza (perchè di questo in fondo si tratta), tramite l’attacchinaggio sui muri, qualunque…

M.E.P:  …ma quello che noi stiamo imponendo è la necessità di riportare la poesia fra le persone. La gente è difficile che c’inciampi nella poesia. Se non vai in una biblioteca, se non ti abboni a una rivista, se insomma non la cerchi, la poesia non la leggi per caso. La musica te la schiaffano in faccia ovunque, anche i film. La poesia no, e quindi c’era il rischio che qualcuno se ne dimenticasse.

E.F:  Sì, ma continuo a non capire. Con una definizione così vaga, così aperta di poesia…

M.E.P:  …la nostra è un’azione che parte dal basso, da chi ne vuole fare parte! Spesso veniamo invitati a eventi di vario genere in cui ci chiedono di fare dei reading…e noi ci tiriamo indietro, perchè non stiamo emancipando il movimento, la nostra azione; noi stiamo emancipando una forma d’arte, e lo facciamo in tutte le sue declinazioni possibili…

E.F:  Un momento, ferma: avete mai ricevuto proposte di pubblicazione?

M.E.P:  Certo.

E.F:  E le avete rifiutate?

M.E.P:  Certo.

E.F:  Ma perchè?

M.E.P:  Perchè allora. Non abbiamo interesse noi dal vendere. Dobbiamo stare lontani dalla possibilità che il nostro messaggio venga frainteso. Noi idealmente diciamo che il fine ultimo del movimento è quello di estinguersi, cioè di creare un mondo in cui non serva più che un gruppo di persone vadano in giro ad attaccare poesie sui muri come degli scemi per far parlare di poesia…

E.F:  Eh, appunto. Ma il fatto che qualcuno vi proponga di pubblicare delle vostre poesie in un volume da distribuire nelle librerie mi sembra sia una cosa che va esattamente in quella direzione. Invece non va bene?

M.E.P:  Noi pensiamo la pubblicazione semplicemente come “rendere pubblico”. Quindi noi pubblichiamo, eccome. Quello che non vogliamo è pubblicare nella forma più commerciale in cui s’intende la pubblicazione. Ovvero non vogliamo che ci sia una barriera che separi il potenziale lettore dalla poesia. E il prezzo è una barriera! Se un editore ci dicesse io stampo e distribuisco gratuitamente le vostre poesie, quello sarebbe un ottimo modo. Non vogliamo insomma che qualcuno debba pagare per fruire la nostra poesia.

E.F:  Ma non capisco perchè. Cosa c’è di male nell’idea che qualcuno paghi per prendersi un libro?

M.E.P:  Ti ribalto la domanda. Non c’è niente di male in una pubblicazione vera e propria. Ma cosa c’è da guadagnarci?

E.F:  Mah, non so, il fatto che un lettore possa voler pagare per acquistare un libro è segno che quel libro lo desidera. Cioè, non ci si scontra per caso, è lui che lo va a cercare, quindi…

M.E.P:  …ah, magari si arrivasse a questo punto! Noi affiggiamo poesie in giro per far sì che la gente poi vada a leggersele.

E.F:  Eh, per questo non capisco…

M.E.P:  Non acquistare la poesia, leggerla! Se ritorniamo a Omero, alla poesia dei rapsodi, era necessario pagarli?

E.F:  A parte che forse sì, non lo so. Ma in ogni caso non siamo nel mondo di Omero, siamo inseriti in un mondo ben diverso. Io direi che in questo contesto l’idea che un movimento come il vostro, che parte con le vostre premesse, arrivi in un secondo stadio al fatto che un lettore possa voler spendere dei soldi per comprare una raccolta di vostri testi sia un segnale che va esattamente nella direzione che fin dal principio vi eravate indicata. Invece no?

M.E.P:  Te vedi come un limite il fatto che noi non diamo a qualcuno la possibilità di pagare per leggerci.

E.F:  Ma no, non lo vedo come un limite. Sto solo cercando di capire le vostre ragioni.

M.E.P: Bada bene, noi non disprezziamo assolutamente chi pubblica libri e li vende, anzi. Ci sono molti poeti “ufficiali” nel movimento, che parallelamente pubblicano libri. E’ una scelta la nostra ma non vuol dire che disprezziamo chi fa diversamente. La nostra azione dopotutto ha anche un forte significato politico, sociale. Vedici come dei volontari, degli attivisti…

E.F:  Dei santi!

M.E.P:  No, magari santi no. Però comunque un po’ di sacrificio dietro c’è. Anche perchè non è che le poesie si stampino da sole.

E.F:  Esatto, proprio questo di voi mi aveva incuriosito. Voglio dire, vi ci dedicate proprio seriamente a questa cosa. Da un bel po’. Ci mettete molte energie, correte dei rischi. Mi spiegava una di voi che l’attacchinaggio in un centro storico protetto dall’Unesco come quello di Firenze è perseguibile addirittura dal punto di vista penale. Ci credete insomma. Per cui mi veniva da chiedermi: qual sarà nel profondo la loro esigenza?

M.E.P:  La nostra esigenza è il fatto che sia un’esigenza condivisa. Proporre, dare, scrivere e leggere poesie: è un’esigenza che ha avuto un forte riscontro. Questo ci spinge ad andare avanti. Tante persone hanno aderito al movimento. Quasi in tutte le regioni d’Italia ci sono dei nuclei. E adesso anche all’estero, a Berlino, Siviglia, Londra. Così questa macchina di distribuzione alternativa continua a funzionare. E’ tempo che uno decide di dedicare a questa lotta per l’emancipazione. La mia per esempio è una lotta contro l’imbarbarimento della società contemporanea.

E.F:  Scusa, in che senso “imbarbarimento”?

M.E.P:  Io riscontro un sostanziale imbarbarimento nella società contemporanea. Secondo me restituire una forma d’arte potente come la poesia alla società attuale può aiutare a ricostruire qualcosa di buono. Sulla poesia si sono costruite lingue, culture!

E.F:  Ho capito, ma per questo mi perplime così tanto il fatto che voi non vi vogliate arrogare il diritto di scegliere in alcun modo i vostri testi. Lo so che qualunque selezione ha per forza dei limiti ed è per forza arbitraria. Ma a me sembra d’altra parte che una selezione sia anche l’unico punto di partenza possibile per cominciare a ricostruire qualcosa, un qualsiasi discorso, un’identità…

M.E.P:  Siamo incapaci di scegliere. Non abbiamo lo spirito del tempo nel nostro palmo. Noi partecipiamo al nostro tempo e quindi il nostro giudizio è compromesso. E’ il problema della critica militante: hai troppo poco tempo per maturare un giudizio, hai troppo poco tempo per vedere quali sono le ripercussioni di un determinato fenomeno. Che siano i posteri, che sia il pubblico a determinare cosa deve andare avanti e cosa no.

E.F:  Va bene, va bene. Sentite, c’è un’altra questione importante su cui mi voglio soffermare, anche se non è strettamente legata alla poesia. E cioè il rapporto fra certe forme espressive, legate in particolar modo ad alcune cosiddette “controculture”, e lo spazio pubblico. E’ una cosa su cui stavo penosamente riflettendo ultimamente, specie in merito alla “Street Art”, ma sostanzialmente la cosa riguarda allo stesso modo anche il vostro movimento. Cioè: io da un lato riconosco l’importanza, in un paese in cui per i canali ufficiali di cultura se ne produce veramente poca, dell’ermergere di un’esigenza espressiva diversa, che parte dal basso, e che qualche volte cerca di erompere in maniera anche abusiva. Ovvero agendo direttamente sullo spazio pubblico. Però io ci trovo anche in questo un segnale molto allarmante di crescente indifferenza verso ciò che è il luogo di tutti. Insomma, l’idea che non ci sia più alcun senso di distanza fra ciò che senti come personalmente “tuo”  e ciò che senti come spazio pubblico…

M.E.P:  …è buona questa cosa!

E.F:  Ma no che non lo è! Io ci vedo il segno di una crescente egomania del singolo individuo. Mi sembra che ci sia sotto un atteggiamento arrogante, adolescenziale, bambinesco…

M.E.P:  Ma scusa a me allora questo ragionamento sembra che si applichi molto di più a livello di alta finanza, di canali istituiti. Non è affatto un’egomania riappropriarsi degli spazi pubblici.

E.F:  “Riappropriarsi”? In che senso riappropriarsi?

M.E.P:  Eh, qui si entra in discorsi un po’ politici. Fenomeni di centrificazioni delle città, tutta questa museificazione dei centri storici, è un’espropriazione. La nostra è una riappropriazione intesa come reazione a una espropriazione che ti viene fatta dello spazio pubblico. Una regolamentazione che poi va tutta in un verso, perchè la pubblicità e la propaganda politica non si fanno neanche la metà degli scrupoli che ci poniamo noi quando andiamo ad attacchinare, e sono molto più invasive sugli spazi cittadini. Cosa fa più violenza secondo te, una poesia su un muro o l’impalcatura in una chiesa rinascimentale con la pubblicità di calzedonia?

E.F:  Sì sì, quanto a questo mi trovo d’accordo.

M.E.P:  Noi parliamo di riappropriazione non in senso di possesso ma nel senso di partecipazione dello spazio pubblico. Lo spazio pubblico come luogo dove tutti passano e dove tutti possono.

E.F.  Va bene. Ma io mi riferivo a qualcosa che sta più alla base di questo atteggiamento. Quello che io trovo allarmante è l’idea per cui tu, artista, poeta, quello che vuoi, nel momento in cui vuoi far vedere il tuo disegno o far leggere la tua poesia a qualcuno, anziché utilizzare qualunque canale appositamente esistente per la fruizione di quella cosa, ti arroghi il diritto di imporla sullo spazio pubblico, utilizzandolo veramente come se fosse una parete di camera tua. E’ questa cosa che, mi sembra, si basa su quella crescente egomania di cui parlavo, è in questa cosa che io vedo un crescente distacco e mancanza di rispetto verso ciò che è di tutti.

M.E.P:  Ma è di tutti o non è di nessuno? Scusa, una volta che tu hai una piazza cristallizzata nel tempo come un quadro di De Chirico, quello è uno spazio pubblico o uno spazio in cui qualcuno ti dà licenza di passare senza poterti soffermare?

E.F.:  Quello che sto dicendo è che se tutti quanti si sentissero in diritto di agire in questo modo…

M.E.P:  Che succederebbe? Avremmo delle piazze più vitali!

E.F:  Non lo so.

M.E.P:  Senti, anch’io riconosco questa egomania di cui stai parlando, per cui ognuno vuole esprimere a tutti i costi se stesso. Ma io non ci vedo un segnale di sventura. Facendo l’avvocato del mep, noi siamo espressione di una comunità…

E.F:  …ma non stavo parlando di voi nello specifico adesso. Anche perchè i vostri interventi sono relativamente leggeri, perchè si tratta in fin dei conti solo di fogli di carta.

M.E.P:  Sì, ma attaccati con la colla che stacca l’intonaco se li levi via!

E.F:  Oh, hai ragione. Allora siete dei vandali!

M.E.P:  Come Blu, come Exit-enter…

E.F:  Ecco, Exit-enter per esempio: uno che disegna degli omini sui muri…

M.E.P:  …ma quanto significato in quegli omini!

E.F:  Be’, non lo so. Ma io dicevo, quanto è capriccioso, immaturo, arrogante il gesto di uno che…

M.E.P:  …può sembrarlo a prima vista, così come allora può sembrarlo il mep. La differenza fra un muro vuoto, immacolato, che non è di nessuno, e un muro pieno di scritte e disegni, belli o brutti che siano, è una differenza importante. Oggi devi pagare venti euro per entrare agli Uffizi, “se no l’arte non la puoi vedere”. Allora non è più patrimonio dell’umanità; diventa qualcosa di privato, non è più pubblico. Pubblicare una poesia, è la stessa cosa: hai delle distribuzioni irrisorie, hai dei vincoli contrattuali svantaggiosissimi. Nel momento in cui si riscontra un sostanziale affossamento di queste cose sta ai poeti andare a ricercare nuovi modi per esprimersi. E’ vero che non te l’ha chiesto nessuno, ma quante cose sono successe cominciando proprio in questo modo?

E.F:  Sì, ma c’è una bella differenza fra, poniamo, gli impressionisti, che nel contesto della pittura ufficiale della loro epoca organizzano una mostra in cui propongono al pubblico qualcosa di completamente diverso, e l’atteggiamento di un ipotetico Monet che un giorno decide di imporre a tutti “Impressione: Sole Nascente” dipingendolo di notte su un muro di Parigi.

M.E.P:  Sono epoche storiche diverse.

E.F:  Ma il punto è che loro si sono proposti. C’è una bella differenza fra il proporsi e l’imporsi.

M.E.P:  Ma quale imposizione? I graffiti e i murales non resistono più di due anni al massimo. E’ roba tutt’altro che permanente.

E.F:  Va bene, nulla è permanente, neanche le statue di Fidia lo erano, dal momento che non ci sono più. Però si tratta comunque di un’imposizione temporanea…

M.E.P:  …il palazzo di giustizia è molto più permanente! Ed è fatto con tutti i crismi della legalità. Quella sì che è un’imposizione: un neogotico in una città rinascimentale come Firenze!

E.F:  Quando l’han fatto?

M.E.P:  L’han finito cinque o sei anni fa.

E.F:  Brutto?

M.EP:  Bruttissimo. Molto discontinuo con l’ambiente. Come la piramide del Louvre, i parigini non la volevano. “Questo mai eh”, dicevano. Però poi ce l’han schiaffata lì.

E.F:  Ok, ma appunto: diciamo che queste cose succedono solo una volta ogni tanto, perchè per fortuna ci sono una serie di forti limitazioni. Ora, provate a immaginare un mondo in cui con la stessa facilità con cui un writer scribacchia su di un muro qualunque architetto può piazzare dall’oggi al domani una piramide di cristallo nel bel mezzo della città. Che caos sarebbe?

M.E.P:  Sono due livelli di imposizione un po’ diversi.

E.F:  Però il concetto di base è lo stesso. Il concetto è che io piazzo lì qualcosa che penso debba esserci anche se nessuno mi ha chiesto di mettercelo.

M.E.P:  Sai cosa, a un certo punto, quando riesci a vedere la situazione e vedi del giusto nell’una e nell’altra parte, o ti ritiri nell’ignavia, o in qualche modo una piccola scelta la devi fare. Diciamo che la scelta è: preferisco “ordine e censura” o “disordine e libertà di espressione”? Allora, io sto senz’altro col disordine e la libertà di espressione.

E.F:  Ma no, scusa, la censura è una cosa completamente diversa! La censura è quando tu blocchi un certo contenuto, una certa forma espressiva in tutti i suoi canali di diffusione precostituiti.

M.E.P:  La censura è quando lo spazio pubblico mi è interdetto. Quella è censura. E’ quando io metto un foglio da qualche parte e l’autorità me la va a togliere.

E.F:  Ma no, è censura se tu non puoi pubblicare i tuoi contenuti in alcun modo!

M.E.P:  Eh, non puoi renderli pubblici.

E.F:  Ma scusa, scrivendo un libro o facendo una mostra tu rendi pubblico eccome.

M.E.P:  No! Non lo rendi pubblico, lo rendi soggetto a dinamiche di mercato! Non lo stai offrendo a nessuno. Se vuoi mettere un manifesto in giro devi chiedere il permesso al comune, timbrarlo, pagare una quota, è diverso.

E.F:  Però scusa, e poi finisco. Non ti sembra che un’idea di libertà così eccessivamente vasta sia assolutamente contro l’idea stessa della creatività? Che comunque deve pur sempre aver dei limiti per esistere. Non foss’altro perchè una cosa non può esistere senza il suo contrario (se tu non hai il concetto di freddo anche il caldo non ha più senso). Così, se tu davvero vuoi togliere ogni limite, ogni possibile barriera alla creatività, alla fine cosa ti resta? In che direzione si va? Voglio dire, in un mondo in cui chiunque può dire scrivere e disegnare qualunque cosa ovunque…

M.E.P:  Sì, ma anche cancellare quello che vuole ovunque!…

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