Poesia Condivisa 2 n.3: Luigi Manzi

luigi manzi

 

Un giorno

Un giorno un vecchio dal cuor di leone
teneva per mano un bimbo lungo la strada,
come fosse un diamante. Rullava
nel fondo il torrente; il pino
ruotava la chioma nel vento:

Ho conosciuto l’estate e l’inverno,
la caverna, il bastimento, il recinto.
Sono stato mandriano. Nella foresta
ero padrone dell’aria e dell’acqua,
mai schiavo. Fischiavo ai puledri selvaggi,
li radunavo col solo sguardo.
Ho bevuto alla sorgente che disseta il rettile.
Ho attraversato due volte
l’oceano. Al ritorno,
io resto l’uomo inadatto che fui. Io sono colui
che ovunque è fermo.

da Fuorivia,  Edizioni Ensemble (Roma, 2013), collana Erranze, diretta da Gezim Hajdari

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2 Comments

  • La mente va alle note de “ il vecchio ed il bambino “ di Francesco Guccini. Ma subito si allontana. Lì c’è il mondo contadino, ormai scomparso, che il vecchio rimpiange struggendosi nella nostalgia di fronte a un bambino che crede racconti una fiaba. Qui è l’inadeguatezza degli abitanti: il vecchio, il pino, il torrente nei confronti del mondo dominato da un divenire incessante. Su di esso scorre la vita ma qualcosa non cambia e resta invece ancorato al suolo, al fondo del torrente.
    È inadatto l’uomo al suo mondo?
    E’ la domanda fondamentale di questa poesia. E dunque ci appare un gigante dal cuore di leone mentre lo attraversa facendo risplendere il piccolo diamante al suo fianco.
    Tutto ciò che muta e cambia aspetto è incapace di colmare la sua ansia.
    Il lavoro non lo ha soddisfatto.
    Nemmeno la libertà di cui ha goduto è stata capace di farlo felice.
    La ragione è questa contraddizione tra l’essere sé stessi ed il contenitore che vorrebbe plasmarlo a suo piacimento e trascinarlo nelle sue logiche. La quadratura del cerchio è una follia tra due estremi inconciliabili, tutto sta ad avvertirne l’impossibilità. Il compromesso di allungare all’infinito il numero dei lati conduce a farne punti senza dimensione, astratti e vuoti, senza più ricordo di ciascuno dei quattro lati di partenza, senza più il senso del problema che si perde nell’ assurdità.
    Il pino ruota la chioma come l’albero di Esenin nella Confessione di un teppista:
    la mia testa come un agosto\fluisce con il vino dei tumultuoso capelli.

    Nel suo girare, una forza terribile tenta di sradicarlo inutilmente.
    È il risultato di questa lotta impari tra le forze che operano nel verso del tempo e quelle nel cuore di leone che, intatto, ruggisce sul fondo del torrente.
    E sì, ci vuole proprio un cuore di leone per rimanere intatti ed incolpevoli di fronte a tutto ciò che si propone come realizzazione umana: la posizione di dominio nel lavoro e quella sulla natura, l’esercizio dell’intelligenza e della libertà, l’esperire il nuovo ed il saper tornare alle origini.
    Fini e mezzi che minacciano l’innocenza originale che il bambino deve conservare come luce per far risplendere il suo diamante.
    ciao franco

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