Raffaela Fazio su “Dolore dei sassi” di Rosa Salvia

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Il filo conduttore della silloge poetica Dolore dei Sassi di Rosa Salvia è la sensibile, vigile, a tratti ironica ricerca di “verità e bellezza” nel “libro dei misteri” dell’universo. Perché tutto è mistero: la natura (“mi son messa a inseguire il suono della luce/ nel libro degli alberi”) e l’uomo (“il labirinto di ogni creatura”). Il senso filosofico che regge la concezione del vivere della nostra autrice è infatti ben riassunto dai seguenti versi: “L’audacia della ragione sta nel/ riconoscere che c’è un’infinità di cose/ che la sorpassano”.

Rosa Salvia traduce questo “libro dei misteri” in atmosfere e descrizioni in cui non c’è mai compiacimento, ma sforzo di pervenire all’essenzialità, essenzialità confermata in particolare dal taglio epigrammatico-aforistico dell’ultima sezione del libro intitolata “Un sottile scrutare”, suggestiva ed elegante nella sua asciuttezza.

La ricerca di verità e bellezza è possibile solo grazie ad “un sentire vero e puro” e ad “un lampo di pensiero che accolga voci”: sentimento e pensiero che non si dissociano mai nello sguardo che la poetessa rivolge al mondo, mentre attende un segno.

E quando il segno arriva, ella si accosta ad esso in modo sempre nuovo; a volte cerca di decifrarlo, talora con autoironia e riserbo, altre volte lo accoglie nella sua immediatezza, senza forzarlo, e ciò le permette di fruirne anche sensualmente (“Lascia sia lo sguardo/ ad avvertire il simile nel dissimile […] Uno sguardo che tocca dal profondo/ una ad una, e, tutte insieme, ogni particella del tuo corpo”).

Rosa Salvia non teme la distanza, il vuoto, l’assenza, perché li sente come rivelatori, come aspetti irrinunciabili del vivere (“la distanza squilla come le ginestre,/ e rimpicciolisce gli oggetti all’occhio, li ingrandisce al pensiero”).

Con amorevole attenzione osserva soprattutto ciò che passa, ciò che è provvisorio (“penso a quante cose sono sparite”), forse perché in questo essere transitorio delle cose avverte una comunanza con la nostra stessa natura di mortali. Nella consapevolezza della fragilità del mondo, l’autrice rimane fedele al suo guardare dentro l’istante, decide “di essere”. Non si affretta; sa quanto prezioso è il “tempo paziente e muto”.

Se è vero che la malinconia è sempre presente nella sua poesia e a volte affiora lo sgomento o il dolore (“un senso di gelo nella carne”), la paura (“questa paura nostra di foglie/ che una folata fa cadere a picco”) o la stanchezza (“stanca di quelli che si presentano/ con parole, parole/ ma nessuna lingua”), è anche vero che non c’è resa, non c’è mai rassegnazione, perché per la poetessa il mondo, con i suoi uomini, le sue miserie e le sue grandezze, è degno di amore e fonte di amore (“qualunque forma d’amore è una cosa viva,/ come una creatura che si muova/ in grembo”).

E, nel dolente e affascinante “libro dei misteri” dell’universo, Rosa Salvia sa che verrà di nuovo una sorpresa a ridonare ossigeno (“Ma non è forse sempre lo stupore/ l’ideale che resiste?”) Come verrà sempre, a redimere la sofferenza, a scacciare demoni, ad aprire uno scorcio su verità e bellezza, la Poesia (“Forse soltanto in questo vuoto d’aria/ la poesia sfiora, in un lampo,/ verità e bellezza”).

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