Ivano Mugnaini su “Curve di livello” di Annamaria Ferramosca

curve di livelloL’esplorazione dell’universo poetico intrapresa da Annamaria Ferramosca prosegue costante e coerente in questo suo volume edito da Marsilio all’interno della collana diretta da Cesare Ruffato. L’aggettivo “poetico” utilizzato per qualificare l’ambito in cui si muove ed opera l’autrice, è, a ben pensare, per molti versi superfluo. In primo luogo perché l’attività creativa della Ferramosca è quasi esclusivamente rivolta alla lirica, e, anche nei casi in cui sconfina in altri ambiti, conserva un’attenzione e una sensibilità al valore evocativo della parola che è anch’essa una forma di poesia. Ma è superfluo, l’aggettivo in questione, anche e soprattutto perché, tramite la ricerca linguistica e tramite il mezzo privilegiato della scrittura, A.F. esplora un universo che non ammette né giustifica delimitazioni. Viene fatto di dire che esplora l’universo. Senza bisogno di aggiungere altro. Un mondo, un insieme di mondi, di cui è artefice e prodotto, galassia e molecola. Leggendo i versi di questo volume, mi viene ancora una volta in mente l’immagine di una tuta da astronauta accanto ad un microscopio elettronico. La visione e il sogno, l’infinitamente grande, si sposano all’osservazione dell’infinitamente piccolo, che è però, a sua volta, specchio di prospettive sconfinate.

L’impronta più tipica della poetessa pugliese è forse proprio questa sua capacità, o forse sarebbe più esatto dire necessità, di scavo, di analisi quasi scientifica di ciò che sente dentro e percepisce attorno. Il tutto senza smarrire quel senso di urgenza, e neppure quella radice irriducibilmente irrazionale che costituisce l’essenza tenace e genuina della passione. Un ossimoro complesso in grado di produrre frutti di gusto e colore particolare. Abbina, la Ferramosca, una minuzia paziente, attenta, assiduamente documentaria, con quell’attimo di perdita (volontaria o ineluttabile che sia) della bussola, del metro, del compasso. Sa far agire ed oscillare dentro di sé le correnti di due mari estremamente diversi: il flusso caldo del Mediterraneo delle sue origini, e il Mare del Nord, o, meglio, il Canale della Manica, di quella Gran Bretagna che è, almeno in parte, la sua terra d’elezione, luogo in cui trova affinità profonde, dialogo, amicizia. C’è, in alcuni suoi versi, l’eco multipla e fertilmente sovrapposta dei canti della Puglia antica, proiettata al di là dell’Adriatico, un Oriente mai troppo lontano, e, a fianco, il suono di una cornamusa. Al di sopra di tutto, in controcanto, i versi dell’Odissea recitati a memoria e accompagnati dalla lira, e la voce pacata di Newton che descrive con ritmo cadenzato i suoi studi sui principi della luce e sulla gravità. Anche quest’ultima, nelle cadenze e nei contenuti, una forma di canto, di poesia.

La prima Sezione del libro ha per titolo: “Ho visto corpi e terre”. Dichiarazione di intenti, resoconto, racconto sospeso tra sogno e realtà. “Ancora siano i segni sulle rocce/ a dischiudere il tempo”, recita il verso d’esordio. Un modo efficace di porre fianco a fianco la strada e la meta, il nemico e il punto d’appoggio. I segni sono, forse, quelli della poesia, la memoria, ciò che abbiamo a disposizione per provare a sentire, e vivere, la nostra dimensione di esseri umani. L’avversario, ottuso, ostinato, è il tempo. Ma il trucco, il più antico, e forse il solo, è quello di trasformarlo in amico, o, almeno, di esorcizzarne il potere. Rimbecillire il gigantesco Polifemo. Accecandolo, o sostituendo il suo enorme occhio con una fonte, con un lago infinito di ricordi, sensazioni, attimi strappati al nulla. Le parole, certo. Mezzo e risultato finale, strumenti e monili. Incontrare le parole, e lasciarsi incontrare da loro, con incanto sempre nuovo, “prima che accada il nero errore”.

Ritrovando le radici, innanzitutto; il punto in cui si coglie appieno la forza de “lu rusciu de lu mare” e il sangue torna ad essere “incontro d’onde”. Oppure portando le parole, le frasi, verso orizzonti nuovi. Anche sintattici, con la libertà sempre sensata e felice che l’autrice si ritaglia per inventarsi formule linguistiche. Per dire, e far vedere al lettore, “i luoghi dove/ lei ciecamente piove”. E il suono, lo scorrere così fluido dei versi, fa sì che non ci possa né debba chiedere più chi sia “lei”, né se possa questa entità effettivamente “piovere”. Si legge, si ascolta, si approva. Si diviene noi stessi, nell’atto della ricezione, “transitivi”. Pronti a piovere a nostra volta. Diventando pioggia.

Lo stesso accade quando A.F. conia termini nuovi, spesso mettendo spalla a spalla parole che, unite in un unico viluppo, creano nuove assonanze, fecondandosi. Nella lirica “Piazza Jemaa el Fna”, descrive una scena in cui “le narici inalano magia di terra/ di mentaradiciossaconsunte”. I sostantivi e gli aggettivi non erano separabili, così come non potevano essere distinte le reazioni che provocano nei cinque sensi. Quindi, spontaneamente, sono stati raggruppati. Le parole sono mezzo e fine. E l’autrice, pur conservando un sacrale rispetto, le forgia e le plasma a piacere. Con acuto, conscio, piacere. I versi sono momenti, paesaggi filtrati nell’anima e nella mente tramite una lenta osmosi. Storie e leggende, mito e realtà. Fino al punto in cui si perdono i confini, ritrovandoli. Il presente e il passato, Cnosso e l’alfabeto Morse. Il tutto confluisce nel futuro, nell’eterno dell’emozione.

In quest’ottica è possibile anche far svanire i confini geografici, dare vita ad “una sibilla ignota celtica”, quell’elemento universale della natura che trae linfa dalle strutture, anche verbali, che essa stessa genera e da cui è composta. Una sorta di possente “blend”, mistura quasi magica, come un whisky antico, distillato a metà strada tra chimica e alchimia. Anche Roma allora, città dove l’autrice vive attualmente, luogo connotato storicamente come pochi altri al mondo, può divenire, un “cielo sfacciato”, dimensione quasi incorporea nella sua granitica consistenza. Pronta a convergere nella parola, in una domanda densa di profondo affetto: “dov’è la mia roma – mio anagramma?”. Roma umanizzata. Scritta con la lettera minuscola per renderla alla portata del cuore, e per far sì che l’anagramma sia ineluttabilmente quello voluto. Quello che rende tutte le curve di livello in grado di coinvolgerla ed inglobarla.

Non dimentica mai, A.F., le Ferite. Ne testimonia con partecipazione la seconda Sezione del libro. L’Olocausto, la Memoria che non può smettere di ricordare, altrimenti cadrebbe nella colpa, non meno mostruosa, dell’oblio. Ma c’è anche, non meno forte e solenne, l’invito al coraggio di sopravvivere. Anzi, di vivere. La realtà della “piccola stanza delle rinascite”. La speranza di un canto che si fa coro. Superando le barriere, i fili spinati e i cavalli di Frisia delle individualità.

C’è la coscienza dell’esistenza: pena e gioia. Quasi un trattato di anatomia e di chimica. Ci sono i “Dispositivi antievanescenza”, per dirla con il titolo di una delle liriche più dense di termini scientifici. La coscienza della vita nel suo lineare e ipercomplicato dipanarsi di istanti e respiri: “le mie palpitazioni accelerano/ invadono aree corticali/ e il flash si ripete”. L’ottica del ricordo osservata attraverso una radiografia.

Raramente parla di sé in maniera smaccatamente diretta, A.F.; possiede il pudore del buon gusto che le impedisce di farlo. Ma a tratti, tra le righe, compare un “preferisco i versanti inquieti”: attimo in cui il sorriso del dirsi, del raccontarsi, si fa, adeguatamente, più aperto. L’ultima Sezione del volume, “Al margine dei fuochi”, si apre con una citazione tratta da Seamus Heaney, in cui si parla del silenzio, incapace di acquietarsi perché un uomo appare sul margine del campo impugnando una sega ad arco come una lira. Dice molto questa epigrafe, sia della Sezione specifica che del libro. L’uomo appare fatalmente sul margine, ma possiede sia gli utensili che il canto. Anzi sa fare degli strumenti di lavoro un accompagnamento per il sogno.

Annamaria Ferramosca ha saputo proporre con questa sua nuova, convincente opera poetica, uno scandaglio ampio e incisivo del mondo, il suo e quello che osserva con occhio mai banale, mai cattivo, mai sdolcinato, mai retoricamente vuoto. Ha saputo oscillare con moto isocrono tra la concretezza dei dati di fatto dell’essere e quell’aspirazione, ugualmente solida, a crearsi una “mitologia del quotidiano”. I luoghi d’elezione, gli incontri, le presenze, le assenze, la comprensione dell’incomprensibile. L’attimo breve che dà senso, o speranza di senso, al tutto. Questo libro è un utile e ispirato “manuale di volo” da leggere prima, dopo e durante i tentativi di decollo e di atterraggio sui suoli sassosi del nostro tempo. Insegna l’arte del “planare alle umili latitudini/ a fari spenti”, quando è necessario. Ma anche, grazie ad una capacità di stupore abbinata ad un amore ugualmente possente per il dettaglio e per la prospettiva, invita a “spartirsi/ in piccoli grani la sorpresa/ poi sollevarsi in volo/ da tenui animali avvezzi alle alte cime/ seguire la direzione dello stormo/ cuneo orientato verso l’ignoto”.

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