La poesia come luogo del taumazein. Studio su “Other Signs, Other Circles. A selection of poems: 1990-2009” di Annamaria Ferramosca

copertina-OSOC-200x300Il viaggio celeste e terreno. Pubblicata l’anno scorso a New York, questa antologia di testi  di Annamaria Ferramosca (Il Versante Vero del 1999, Porte/Doors del 2002, Curve di Livello del 2006,  i più recenti Inediti, composti fra il 2007 e il 2009 ) si presenta come un libro duplice, con testo a fronte (italiano e inglese), di per sé vocato non solo a perimetrare l’esistenza poetica dell’autrice, ma soprattutto a instaurare un rapporto tra più lingue e quindi tra più esistenze. Other Signs, Other Circles configura una co-esistenza, una sincronia ideale e reale fra chi è investito del compito di scrivere e chi dovrebbe rispettare il ruolo di destinatario della poiesis.  Nelle sue partiture Annamaria Ferramosca si serve di molteplici registri per dare corpo a identiche riflessioni, ma su livelli espressivi  differenti, attestando fra le altre cose che non sussistono certezze vietate (l’assoluto), che si possono ancora percorrere le questioni più antiche (l’umanesimo), altrimenti relegate a reperti d’antan, che si deve rimemorare l’urgenza del problema etico, per non  lasciare campo libero a un relativismo insaziabile e oppressivo. Scorrendo i suoi testi ci si trova di fronte a parole nude e disarmate, strappate al magma interiore dell’autrice e dispiegate al lettore secondo una ritualità laica, spesso commovente. Annamaria Ferramosca offre la sua testimonianza coram populo, autorizzata dal rigore della sua ricerca e dalla dedizione pressoché totale alla scrittura: non esita a rendere pubblico lo scambio segreto con la propria coscienza, affinché i suoi travagli e le sue emozioni assumano valore paradigmatico (di confronto e di eventuale maturazione) per chi legge. Other Signs, Other Circles rimanda a un disegno, se non definitivo, certamente unitario della storia poetica di Annamaria Ferramosca, densa di motivi e variazioni: il viaggio di formazione (bildungsreise), l’osservazione attenta della quotidianità, l’Altro come patria del meraviglioso, la delusione per una società gettatasi nelle braccia della Tecnica e del Nulla, la forza salvifica dei sentimenti, la necessità di un nuovo ordine morale,  la disperazione mitigata da una realistica speranza per il tempo a venire, il tema continuamente sfiorato della morte in rapporto alla progettualità dell’essere nel mondo.

Il versante vero (1990-1999) muove da un nucleo culturale e spirituale forte e compatto; vi campeggia un Io solido, perno attorno al quale si  stratificano i significati derivanti dagli accadimenti individuali e collettivi. Si percorre con l’Autrice il crinale dell’orfismo (l’antica dottrina del ritorno dell’anima all’Uno) e si scende verso le pendici del realismo, segnato dai viaggi veri in metropolitana, in aereo, in direzione di Istanbul: sono i mille viaggi della vita che riconducono a Aracne, il personaggio delle Metamorfosi di Ovidio, la fanciulla che aveva osato sfidare e superare Atena nella tessitura, punita dalla dea con la distruzione della tela; per il dolore Aracne si era data la morte per impiccagione, ricevendone un’ulteriore punizione: la trasformazione in ragno e la conseguente condanna a tessere per tutta la vita fili dalla bocca. Non vi è chi non veda in questo mito una baluginante metafora della tramatura poetica, che a sua volta riconduce a un’altra narrazione mitica, riguardante Arianna, la figlia di Minosse, colei che per amore aveva fornito a Teseo il filo affinché ritrovasse l’uscita dal labirinto. Arianna aveva sfidato l’autorità paterna dipanando un filo di passione mutatosi in immeritato tradimento, poiché Teseo l’aveva sedotta e abbandonata sull’isola di Nasso. Annamaria Ferramosca raccoglie le suggestioni dei due miti e li convoglia nella Piazza delle vinte tarantole, dove il ballo estenuante esprime il bisogno di sfiancare la paura di vivere e liberarsi dall’angoscia (“Abbiamo l’alba/che batte su pelli tese in sarabanda,/…/Piedi /a scandire colpi d’amore sulla terra/E tuoni/a dissipare tutte le aracnitudini”, p.28). Risulta allora che l’identità di ogni individuo e l’efficacia di un discorso letterario si commisurano alla capacità di abitare l’alterità: in rapporto all’Altro la spinta etica consiste nel riconoscimento e nel rispetto, così come  la cattura del senso, che in poesia avviene mediante una rete cognitivo-emozionale,  trasforma la pratica astratta della scrittura in pratica esistenziale, per cui è impedito l’isolamento e nell’universo poetico, la solita stucchevole autoreferenzialità. Abitare L’Altro e interrogarlo (l’eironeia socratica) impedisce la dispersione dei segni, elimina il rischio di ridurre gli eventi e le cose a una fenomenologia fantasmagorica e virtuale. Non l’individuo (Gabriel Marcel) costituisce l’orizzonte della letteratura, piuttosto la persona che vede comparire nella sua esistenza l’Altro, ossia colui che conferisce fondamento e determina i ruoli. A differenza del solipsismo odierno, Annamaria Ferramosca ritiene che ogni aspetto della vita sia segnato dalla presenza di un tu: solo nel dialogo, nell’opposizione, nella tensione verso la comunicazione si crea la coscienza dell’Io, vale a dire la  capacità di scelte e di relazioni significative (“Siamo in tanti a scendere/offrendo mantelli ininterrotti/di fuochi e solitudini/Gli orli/son ricamati di domande”, p. 62).   Ciascun testo di questa sezione si delinea in prospettiva come una presenza incontrovertibile, funzionando da indice storico per il conseguimento, la trasmissione e la gestione di una comunicazione veritiera. La poesia di Annamaria Ferramosca implica – ed è bene sottolinearlo – una costante curvatura etica nell’ attraversamento dell’attuale deserto morale, sottoponendoci alla prova non sempre compresa e accettata  della condivisione (“Sollevi di poco lo sguardo,/quel tanto che basta/a immaginarmi forte la tua storia,/i viaggi i progetti/insieme a…/A una donna extraordinaria/Vorrei dal vero ammirarla/toccata da sorte irripetibile/Andromaca dolce/anche lei di magica di stirpe”, p. 42).  Il Versante Vero segna l’uscita dallo stato di minorità della solitudine: l’abissalità di una simile esplorazione non si arresta fino a che l’individuo non si trova a fare i conti con  il nucleo segreto di un altro individuo in un gioco entusiasmante- disperante di specchi contrapposti. L’Autrice non nasconde la difficoltà di accogliere l’Altro in tempi di cinismo e indifferenza, al contrario sublima gli ostacoli nel quieto incedere dei testi, che si espongono al mondo con pazienza, promuovendo una diversa forma di epoché husserliana: non l’accomodante sospensione del giudizio, piuttosto la sospensione del pregiudizio, il rifiuto delle mode intellettuali per entrare nella sfera incandescente del dolore con effetto disoccultante.

Il passaggio dall’Altro come individuo all’Altro come civiltà segna i risvolti poetologici del secondo lavoro edito, Porte/Doors ,del 2002. In un lirismo consapevole (alla Rilke, per intenderci) Annamaria Ferramosca inaugura le sue edizioni bilingui, concentrando le proprie riflessioni sul tema dell’oikos (la casa), nel significato di soglia e attraversamento, secondo il movimento orizzontale che avviene in vista di nuovi valori ( risposte che gli intellettuali devono fornire ai dissesti della globalizzazione e della migrazione di popoli disperati e reietti); analogamente si intravedono vettori verticali, ascendenti e discendenti, quando all’abitare si attribuisce la dimensione transfisica di luogo dell’anima. Ancora una volta la trascendenza (in alto) e lo scavo interiore (in basso) rappresentano i due estremi di un’inesausta ricerca linguistica, stilistica, morale: dalla casa del Linguaggio alla radura dell’Essere, dal cielo della Precisione al Continente Interiore, l’autrice intraprende un suo personalissimo viaggio verso l’origine per trovare le forze adeguate con le quali calarsi senza orrore nel presente e provare a salire le scale del futuro. Nuove risorse vengono rintracciate oltre la soglia dell’Occidente in quella civiltà orientale così pregna di profumi e di essenze spirituali (“Una pupilla di seta/mi cercava/-luna dietro le nuvole-/cercava/la mia parte d’oriente/Solo accostarmi, io nube confusa/ansia di loto/senza sovrappormi/Offrirti le mie figurine immobili/Emily, Simone, Cristina, Amelia/la polpa del mio loto/in cambio/del tuo biancore”, p. 72). In Porte/Doors Annamaria Ferramosca accentua il carattere geologico della sua scrittura (Policiclici idrocarburi Aromatici,  p. 104), trovando uno straordinario correlativo oggettivo ai suoi stati d’animo: gli strati del suolo (gli azoti, il benzene)  richiamano un’analoga esperienza di discesa scientifica agli inferi, e mi riferisco alle indimenticate torbiere,  così ossessivamente presenti nella poesia dell’irlandese Seamus Heaney. In tempi di terza o quarta rivoluzione scientifica, objective correlative  dello spazio interiore intelligibile diventa il sottosuolo (come in Dostoevskij), mentre dall’epoca romantica in poi le profondità della coscienza erano state assimilate alla dimensione notturna (tra i tanti citerei Gli inni alla notte di Novalis). Annamaria Ferramosca riporta alla luce sedimenti arcaici, rinviando a un fondamento comune storico-antropologico: nella sua versificazione affiorano le misteriose  connessioni della fabbrica-mondo, le nervature della realtà attraverso cui passa la stessa linfa, come a dire che l’uomo si affanna a dividersi e a dividere ciò che in natura invece risulta profondamente unito (“Ma queste sono voci/di cellule remote, dissepolte/da mari antichi/animule larvate di petrolio”, p.104). Abbandonati taluni intellettualismi della prima raccolta, l’Autrice matura uno stile personale che definirei mistico-scientifico, proprio perché i due mondi linguistici (scienza e letteratura) vengono mantenuti distinti, ma variamente ricombinati, allo scopo di produrre un effetto straniante, sorprendente per chi legge. Seppur lentamente, tutto in questa poesia si muove, attraversa lo spazio, consuma il tempo e resiste, come la secolare civiltà egiziana (“Beato ero/bendato/svuotato eppure sazio/imbalsamato/Lasciavo perfino indovinare/un sorriso indulgente/di esatto dio deposto/nel punto di intersezione/dove la geometria del cielo consolava/il pianto notturno delle stelle”, p.92).

Riandando con la memoria a Emmanuel Lévinas, si può ripetere con lui e con Annamaria Ferramosca che l’uomo è un’esistenza che parla e si arrotola nel cerchio delle sue riflessioni: quando compaiono simultaneamente automobilisti, TIR, onde radio e dolmen megalitici, allora si impone la metafora dell’eterno ritorno, che in termini poetici si traduce in un circolo ermeneutico ricolmo di significati (mi  riferisco alla terza opera antologizzata, Curve di livello del 2006). In forza di un rinnovato umanesimo, lo sguardo infinito del poeta abbraccia tutte le epoche, ogni  religione, ogni singola nazione (“Entro in Jemaa el Fna/quasi cadendo sul fango secco/rinnovando il parto/di me africana/le narici inalano magia di terra/mentaradiciossaconsunte/già sortilegio è l’amnesia/della tribù bianca lontana/sterilizzata, muta”, p. 130).  Annamaria Ferramosca si volge verso l’infinito e accetta di misurarsi con la dismisura, consapevole che il linguaggio si offre solo in termini di approssimazione alla totalità. Nella ripartizione del finito esperienziale sceglie i temi della diacronia, della non-coincidenza e dello spossessamento, nella sua rincorsa all’assoluto si sorregge sull’intenzionalità e sul progressivo avvicinarsi, vissuti come afflato laicamente mistico. Il dinamismo dell’aspirazione rinvia a una disposizione più profonda e più arcaica della semplice intellettualità: l’Autrice intende l’infinito nella sua reciprocità con il finito, nel suo essere tratto d’unione con la terrestrità, nella sua simmetrica sollecitudine a donare e a perdonare (“Dammi parole dunque, e segni/piangi sulla mia spalla, o ridi/offrimi le scene della gioia/incontrami”, p. 124). Vi è in questa scrittura qualcosa di sontuoso, sempre connesso con il saluto e la preghiera, secondo un sentimento di alleanza e di elezione. Ne derivano toni compositivi aperti, mai trattenuti nel respiro, inventivi per struttura e argomenti, perché viene coniugata la dimensione verticale della tensione all’assoluto con la prospettiva orizzontale della giustizia umana. Annamaria Ferramosca non grida ipocrite invettive che nascondono, quasi sempre, una sottile acquiescenza alla realtà, lascia aleggiare al contrario una voce  profonda come il silenzio, un timbro elementare e decisivo, anacronistico e attualissimo in grado di raccogliere da sé la concretezza del già detto (la tradizione) e la spinta etica verso il non ancora compreso e il non ancora accolto (le contraddizioni taglienti della contemporaneità). La sua poesia di stampo ritmico, più che rimico, si genera nella continua discontinuità tra i due ordini (passato e presente), raccogliendo l’energia dello scarto e impiegandola nel prendere  la parola, anzi nel prendersi la parola, nell’assumersi il dovere di testimoniare l’immensità del dono (la vita) all’interno di ogni sintagma, anche nel più insignificante. La condizione della scrittura poetica consiste proprio nella sua omogenea disomogeneità, nella sua capacità di interrompersi nel punto di equilibrio ideale per far emergere lacerazioni e ricomposizioni.  Annamaria Ferramosca ripropone in termini escatologici la questione del destino umano, confidando in una possibile soluzione che faccia leva sul superamento dell’estraneità in noi e fuori di noi. Attraverso un dettato metonimico e allegorico,  suggerisce l’origine della nostra inquieta afasia e  nello stesso tempo ci presenta una lingua inaudita, la cui rettitudine ritma l’estrema sincerità dei testi: ricorre in Curve di Livello  una parola densa, rotonda, significante; una parola carnale, fisica, medium sonoro fra il sé e l’Altro; una parola sacra, irripetibile e ripetuta di continuo, che raccoglie le viscere individuali e collettive; infine una parola battesimale, lavacro dell’indifferenza, potenza che trascende e invera il contingente (“Si sale inconsapevoli su fili/tesi tra terra e luna/già l’eco fossile canta/allo spazio la rivincita sul ragno/il pane ha battuto il ferro/il sangue rientrato in vena//In alto il nostro suono indelebile/oscilla quantica/l’offerta di una mano”, p. 142).

Negli Inediti, composti fra il 2007 e il 2009, risalta immediatamente il testo incipitario (“vorrei dirvi – no – piuttosto dirti”) con la sua messa a fuoco definitiva del rapporto autrice-lettore: Annamaria Ferramosca non intende rivolgersi a un pubblico anonimo, indistinto, generico, perciò stesso astratto e inconsistente, snida disperatamente il lettore reale, naufrago anch’esso nel mare delle reti sociali, ma disposto a raccogliere la lettera estrema che gli viene consegnata in una bottiglia di carta. Come due autentici naufraghi, chi scrive e chi legge, si scambiano un messaggio lancinante, acuto e acuminato, a causa del carattere tenero e straziante della loro ineffabile conversazione. Più che mai in questi Inediti, Annamaria Ferramosca non sale sul palco e non si esibisce, invece  lavora a un linguaggio ancora più complesso a livello sintattico, ancora più denso di metafore e evocativo: un ininterrotto flusso di coscienza in cui fonde passato e presente e sublima la delusione storica per l’attualità con una scrittura che, al di là delle emozioni che suscita, si pone come esauriente e coerente sistema di conoscenza (“hai sulla testa/non un antiquato, di certo, serto di lauro/ma una lucida tecnocorona/barbara, sfolgorante. La mente/- che non ha chiesto protesi -/vacilla”, p. 172). Dopo aver fatto spoglio dei versi e estrattone il succo, nel dettato emerge una figura di linguaggio ricorrente, che dà corpo anche nel lessico a quell’idea di koinonìa, di comunione solidale con l’Altro. Si tratta dell’ agglutinazione, creata con fluida naturalezza e densa di efficacia come nei lessemi feliceobesa, granomiele, ventretempio, asfaltocielo. Né necessità convenzionale, né facilità retorica, piuttosto un moto armonico personale che attraversa le parole e fondendole le rinnova, le rinforza. Si tratta ancora una volta di abbandonare una pseudo oggettività scrittoria (i ritornelli del poetichese) in nome di una soggettività compositiva che coinvolge e chiama alla riflessione, alla responsabilità, e insieme alla libertà. Al di là della singola riuscita dei testi, al di là delle preferenze occasionali (per umore momentaneo e disposizione d’animo), questi Inediti colpiscono per la loro fecondità, per la loro volontà di farsi seme di speranza nei nostri labirinti quotidiani.

A proposito di taumazein.  Per Annamaria Ferramosca la poesia corrisponde allo specchio nel quale ci guardiamo e veniamo guardati,  coincidendo la pagina con la superficie che ci smaschera e ci denuda; in sostanza la versificazione inerisce alla nostra capacità di provare stupore e ammirazione (il taumazein  del titolo), concerne il senso di mistero che circonda la vita, riguarda il nostro senso di pietà, si riferisce all’insopprimibile certezza della solidarietà che unisce la solitudine di infiniti destini umani, attiene all’idealità di sogni, gioie, aspirazioni e paure, ha a che fare infine con la possibilità di erodere, strofa dopo strofa, l’indicibile. Dal Teeteto di Platone giunge una corrente di significati che alimenta l’opera di Annamaria Ferramosca, articolata attorno al ri-provare meraviglia, intesa come vedere immediatamente le cose così come sono, come nella visione dell’originario: nel quotidiano irrompe qualcosa, una presenza semplice, eppure misteriosa, da cui scaturiscono domande: la meraviglia esige una risposta, ma non di natura esplicativa, altrimenti la certezza razionale annulla l’intero processo emotivo-intellettivo. Annamaria Ferramosca sfiora il lato opaco degli oggetti,  ne individua sporgenze non ancora conosciute, crea percorsi che sorprendono e spiazzano il senso comune (“ha tre anni mio figlio/e un respiro di resina nel sonno/ecco che allatta alla mia cenere/sul palmo delle mani abbiamo un marchio/a fuoco, di pinoli e bacche d’agrifoglio/ieri ne raccoglievamo ridendo/in lite con i merli”, p.200). La polisemia e la metaforicità del linguaggio pongono un’infinita apertura espressiva, inusitate distanze prospettiche, volte a individuare l’inesauribile riserva di suoni possibili e mai del tutto esplicitati che le parole custodiscono al proprio interno, quel significato originario antecedente a ogni atto classificatorio e a ogni concetto codificato nel registro ufficiale del linguaggio comune. Negli elementi archetipici atemporalità e dimensione temporale meccanica si intersecano e permettono piccole, esplosive, abbaglianti epifanie, nelle quali si aprono le radure junghiane (lichtung) della mitografia interiore soggettiva e della memoria superindividuale:  Annamaria Ferramosca non teme la trascendenza, anzi  situa ogni oggetto della propria investigazione in un Altrove latente, che si riverbera nel reale e rivela molto della propria grammatica e della propria sintassi ontologica (“E non so perché mi commuove/tutto di questo bus fendinuvole:/la marcia il freno i sobbalzi il contrasto dell’aria/il riflesso sul vetro del pianto stellare/il turbinio del sangue sottopelle/-nostalgia del big bang- se il cuore/sta meditando di rallentare, predisporsi al viaggio”, p. 214). L’inquietante estraneità del mondo lascia il posto allo stupore, che a sua volta si traduce in una significatività asciutta che presenta incredibili tratti aurorali: il gesto verbale in grado di rovesciare l’indicibile nel dicibile, di dare spessore e profondità alle percezioni di superficie, di rendere cosciente e leggera la satura abusata dimensione interiore. Con acutezza heideggeriana l’Autrice connette ringraziare e poetare e mette capo a un altro inizio, rispetto al nostro tempo di povertà emotiva: in Other signs, other circles le cose smettono di funzionare e appaiono nel loro essere, si aprono e pongono in questione la verità. Annamaria Ferramosca torna (per noi) a fidarsi del mondo, va incontro all’Altro, sicura di essere nel giusto, di cogliere un autentico sentimento dell’esistenza. Ci mette, come direbbe Bergson, un supplemento d’anima (“una linguasilenzio felice larga piove/penetra cantapetali dentro nel/dentro innocente sanguelinfahumus/permea senso    senza/metallo che risuoni”, p. 218).

Epilogo con qualche definizione e ringraziamenti. Other signs, other circles appare un libro crisalide,  bozzolo frugifero pronto a far nascere storie che si dipanano fra le illusioni e le lame del tempo; a questo potrei aggiungere che si configura anche  come  un libro acropoli, nel senso che non teme di ricorrere a un tono autorevole, a volte sentenzioso, pur non mancando alla fermezza della voce inevitabili dubbi e incoercibili incertezze; potrei continuare con il richiamo a un libro veggente, nel quale visioni precise, rigorose, razionali, con un improvviso balzo si gettano nell’irrazionalità della visionarietà, quando l’Autrice sostiene di guardare un treno che corre nelle pupille di chi gli sta di fronte; non posso tralasciare l’aspetto di baedeker, perché vi ricorrono di frequente stazioni, autobus, treni, aerei, navi, come se l’Autrice dovesse trasportare continuamente la propria anima altrove, oltre la fisica, alla ricerca di appigli e significati metafisici. Annamaria Ferramosca viaggia sempre concentrata, non perde dettagli, e la realtà assume per lei l’aspetto di una gigantesca mappa da decifrare per assegnare un fondamento credibile all’esistenza. Infine accenno all’aspetto di libro sincretico, in ragione del fatto che scienza e poesia si scambiano osmoticamente i linguaggi, ponendo le basi per una diversa comprensione dell’esperienza (non è leggendo il Finnegans wake di Joyce che Niels Bohr  scoprì il termine quark?). In definitiva bisogna essere grati a chi, abbagliato dalla necessità di scrivere, curva altrimenti lo spazio della propria esistenza, toccando il senso di amicizia e di ospitalità insito nel linguaggio.

Nereidi, 23 luglio 2010

(da Rivista Gradiva, numero 39/40,Spring/Fall 2011)

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