Barbarah Guglielmana: “Rondini come formiche”

rondini come formiche copertinaEsile nelle dimensioni, sia complessive sia a livello di testi singoli, questo Rondini come formiche sembra però sempre pronto a scoppiare, dilatarsi a ogni pagina grazie a una miscela di vitalismo e pietas nei confronti di una vita continuamente offesa – dalla morte per lavoro alla disoccupazione, dalla sterilità materna alla fragilità minacciata delle piccole cose, in cui l’autrice si riconosce.

L’urgenza di denunciare, spesso senza mediazioni, le molte sfaccettature del male, conduce tuttavia questo “allegro diario di bordo alla deriva” (la definizione, felicissima, è di Anna Ruchat, prefatrice del libro) a una qualità alterna in cui, quasi con noncuranza, intuizioni notevoli convivono con ingenuità e acerbità di stile. Offro un paio di esempi in entrambe le direzioni, a beneficio dei lettori e dell’autrice stessa. Già nella poesia incipitaria, La mia poesia (p. 7), l’enunciato di apertura “La mia poesia / si chiama Vita” (con titolo sintatticamente legato al primo verso) aderisce al credo dell’autrice ma non lo elabora stilisticamente, toccando una naiveté disarmante. E però, a sconfessare l’inizio di poesia-pensierino ci pensano poi i versi successivi. Qui, con un linguaggio semplice ma con nessuna concessione al cliché, l’autrice rende sinistramente fiabesca l’immagine di un uomo morto per un incidente:

Racconta di me, contadino sul trattore,
E delle mie rotonde, compatte, gialle palle di fieno.
E di una, rotondissima, che un giorno
Mi è caduta addosso,
lasciandomi per sempre sdraiato.
Con gli occhi che hanno iniziato a guardare il cielo,
davvero bello anche con la pioggia.

La rotondità, pienezza quasi idillica delle palle di fieno e il loro effetto distruttivo; la richiesta del morto al vivo affinché questi parli di lui, in ciò richiamando e rovesciando un modus della poesia (reso celebre dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters) dove i morti prendono la parola. E c’è un misto di ironia e sincerità in quel “davvero bello”, che stride con la tragedia individuale ma al tempo stesso si ricongiunge con il piano più vasto del creato. O parabola di come ciò che dà nutrimento, il fieno, può uccidere se manovrato dalla tecnologia dell’uomo (qui, il trattore). Poche pagine dopo, ritorna l’idea dell’uomo come dominato dal caso, che soccombe quasi senza accorgersene eppur quasi grato del suo destino:“il soffitto mosso da un vento perturbato / cade sulla figura umana, / schiacciandola a terra / in una serenità velata” (p. 11, Cielo plumbeo). Questi versi sono tratti da una poesia che, titolo a parte, reputo assai riuscita. C’è un’astrazione quasi geometrica, la musicalità di versi medio-brevi senza interpunzione e spaziati da un’interlinea generosa, nonché l’elusività icastica della chiusa: “S’alza allora un odore di muschio, e di cemento”.

Di contro, isole di acerbità compositiva sono, purtroppo, presenti più di quanto si vorrebbe concedere a un’opera pubblicata (nel frattempo Guglielmana ha pubblicato un nuovo libro presso Lietocolle, Davanti alla tenda, e mi è sembrato, sfogliandolo, che molti di questi problemi espressivi sono stati risolti). Mi limito a pochi casi: la chiusa canzonettistica della poesia senza titolo a pagina 18 (“striscia sul banale rancore / ed è la fine di un amore”). O i tentativi micro-allegorici che ricorrono a fiori e animali emblematici: il pavone senz’ali che “faceva volare la sua bellezza / danzando fatuo” (p. 30) o il gladiolo che “s’alza fiore dopo fiore a sfiorare il cielo” e poi si accascia “a terra” (p. 29). In casi come questi i correlativi oggettivi di tematiche quali lo sperpero, la dispersione, la caduta e la morte, fanno leva sulla loro natura convenzionale, in ciò sollevando chi scrive dal dovere di offrire un taglio, una visione originale, un valore aggiunto.

Altrove questa inventività c’è, sostenuta da un talento grezzo e istintivo, di sicuro effetto – come quando si prega che il latte materno non sia colla (“Madre, / che il tuo latte / non sia una colla / da cui non possa / scivolare via”), ovvero che il nutrimento non impedisca, paradossalmente, la crescita adulta, la separazione. Un’analogia credibilissima, fondata sulle proprietà semantiche +BIANCO +LIQUIDO, accosta dunque latte e colla ma permette di accedere, per via appena indiretta, a grandi temi – senza per questo forzarli.

Quello della maternità – mancante, prosciugata, soppressa, e perciò più rivendicata – è d’altronde un punto carissimo all’autrice, che vi ritorna parecchie volte. La terra fredda infatti “non genera” e “non passa un’anatra gravida, / sulle acque” (p. 14); la “madre dalle grosse tette, / con il latte parzialmente scremato, / manca a tutti, operai e padroni” (p.19); il seno è prosciugato da “un uomo bambino” che lascia alla donna solo “pelle morta” (p.20); e “i figli muoiono, non progettati” (p. 65). Poesia e vita sono in effetti un tutt’uno per l’autrice (come dichiarato in apertura di libro, sfidando, come si è visto, il rischio di banalizzare), medico, femminista e impegnata attivamente nel sociale.

Altre poesie sono più descrittive che dichiarative, e qui va sottolineata l’abilità dell’autrice di evocare atmosfere senza, per una volta, il peso dell’accusa. Penso a Scarnebbia (p. 45), dove la topografia di Pavia è nei suoi emblemi, dal Duomo al Castello, dal Ponte ai Navigli alle Cliniche “con le malattie degli altri” (p. 45). Le maiuscole qui si propagano a sostantivi che normalmente non li richiedono (Nebbia, Fiume, Rotonda), così che questi elementi del paesaggio naturale e urbano diventano quasi presenze umane, tramite prosopopea ma senza intenti ironici. Sempre a proposito di poesie più evocative che enunciative, vorrei concludere con una poesia che – come le più riuscite di questo libro disomogeneo e tuttavia sempre fedele alla sua autrice – sembra meno toccata dal bisogno di dire a tutti i costi e più sedotta da quello di mostrare, semplicemente:

gli amici a cerchio
nella notte delle stelle nuvolose
in banchetti e falò nella sabbia
mentre nelle onde spettacolari
s’incammina con un gusto solitario un diverso
e alla riva chiamano Giulia dal mare

Non so bene perché, ma mi ha colpito quel verso finale, con un nome proprio emerso all’improvviso e che potrebbe essere virgolettato come in un discorso diretto (“chiamano ‘Giulia’”) e che invece è lasciato così, in una gratuità sospesa, a fondere suono e distanza, ricordo e descrizione. I guizzi sono lì, occorre solo ascoltarli, rimuovere ciò che è scontato e approssimativo, insieme a un po’ di fede nel non-mediato. Una prova che, ne sono convinto, Guglielmana saprà affrontare a testa alta, senza perdere in freschezza e stralunata grazia.

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