Proposte di lettura: “Portarsi avanti con gli addii” di Francesco Tomada

Da Portarsi avanti con gli addii di Francesco Tomada:

 

La grammatica (pag.11)

Quando i bambini cominciano a parlare
non pronunciano frasi intere
ma singole parole ridicole e imperfette
però palla è palla
gatto è gatto
ed è una cosa imparata che resta per sempre
a me di tutto l’italiano basterebbe poco
soltanto qualche vocabolo, ma da dire con quella
sicurezza
come madre padre figlio
e la parola casa come una parentesi che chiude
la parola noi

I titoli dei due libri precedenti di Francesco Tomada possono costituire una chiave di lettura per l’insieme dell’opera: ‘L’infanzia vista da qui’ e ‘ Ad ogni cosa il suo nome’. Questi titoli dicono innanzitutto di una fiducia, di una fiducia che vorrebbe essere ‘grammaticale’, fondante, fondativa del rapporto tra le parole e le cose. E poi questi titoli dicono anche che il rapporto tra le parole e le cose si può stabilire a partire da un punto di vista. Un punto di vista relativo, consapevolmente relativo, qui l’io che parla è fondamentalmente questa consapevolezza: di dovere ‘riempire’ di contenuti l’identificativo Francesco Tomada, come scrive in una poesia. Qui abbiamo finalmente, dopo tanto manierismo, dopo tanta insistenza sulla metrica, dopo il metricismo, abbiamo finalmente un’idea di poesia che torna ad essere un’attività di nominazione e non un gioco di parole. E’ cosa difficile, pericolosa, anche rischiosa perché una poesia del genere o anche un atteggiamento del genere rischiano il contenutismo, oppure il lirismo, rischiano, nel concreto tecnico del far versi delle cadute di stile. Secondo me vale la pena di correre questi rischi, Tomada poi ne esce benissimo da queste Scilla e Cariddi … Perché? Perché lui fa sul serio. Se mi chiedo perché mi piacciono queste poesie, perché le sento vicine, mi rispondo che queste poesie sono dei metodi, esemplificazioni di un metodo, meglio. Si tratta di una modalità di stare nel linguaggio e forse di stare al mondo. Questo modo di fare linguaggio allude ad un modo di fare mondo, dove ad ogni cosa corrisponde il suo nome, o almeno il desiderio che questo possa accadere. E non invece l’opportunismo del nichilista che parte dal presupposto che tutto ciò non possa accadere; le conseguenze sono che il virtuoso, l’abile, come ne Le Nuvole di Aristofane, il sofista riescano a vincere. Non vince né convince chi dice la verità, la parresìa, né chi prova a dire la verità, perché si tratta comunque di prove. Il mondo descritto da Tomada è un mondo a 360 gradi, asciutto, netto,secco, che non si compiace, che non indulge, parla di cose liriche, dell’oggetto della lirica ma non è lirico, racconta ma non è un racconto, ragiona, riflette ma non è propriamente un pensiero sistematico, o che alluda ad un pensiero sistematico. Si tratta piuttosto dell’utilizzo di strumenti vari nel bel mezzo di un’esistenza molto ‘individuata’, nel senso proprio junghiano del termine, dell’individuazione. Quindi quest’esistenza mostra anche le sue ombre e non solo le sue luci.

Da Mezzo vuoto e mezzo pieno (pag. 13)

Io ti osservo e penso sempre a tante cose
che vorrei avere più tempo
e più attenzione da te
che invece per i figli sei presente e ti consumi
come io non sarei mai capace
ma anche quando resto ai margini di te
comunque c’è bellezza nel vederti
in fondo
neanche i fiori fioriscono per noi

Questa poesia ci dice che anche ciò che è più lirico come il soggetto dei fiori può essere rivisitato se si attraversa una realtà, concreta, densa, come quella dell’attenzione che la propria compagna o moglie ha per i bambini e che vorremmo che fosse destinata a noi … Un sentimento concreto, quotidiano, viene a riscattare il lirismo dei fiori che manifestano la loro bellezza comunque anche se non sono per noi. Questa poesia ci dice che la bellezza è indipendente  da noi e che ogni atteggiamento antropocentrico è un’illusione e anche un’immaturità. La realtà è lì bella o brutta che sia, indipendentemente da noi. Poter parlare dei fiori è forse possibile solo se si passa attraverso quel bagno difficile di concretezza quotidiana, altrimenti sarebbe probabilmente stucchevole ritorno ad immagini più che usurate. La poesia ha anche questa capacità di rinnovare ciò che già si sa, di vederlo in un contesto diverso, e quindi in modo nuovo. Questa innovazione continua stabilisce che non sono i nomi ad essere nuovi ma la relazione tra noi e le cose che produce dei nuovi nomi. Questo credo sia un aspetto non secondario nel lavoro di Francesco Tomada.

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