Su “Tempo negoziato” di Giusi Drago

.

Caminante, son tus huellas
el camino y nada más;
Caminante, no hay camino,
se hace camino al andar.
Al andar se hace el camino,
y al volver la vista atrás
se ve la senda que nunca
se ha de volver a pisar.
Caminante no hay camino
sino estelas en la mar.

Antonio Machado

tempo-negoziato-giusi-draCome le formiche, non conosciamo nulla interamente | finché non ci giriamo tutt’intorno[1]. Nel caso di Giusi Drago, il risultato di questa volontà perlustrativa[2] è stato Tempo negoziato, una breve ed intensa raccolta di ricognizioni e setacciamenti data alle stampe quest’anno, nel silenzio della critica e di chi l’ha scritta. Ora, lontano da ogni ridicola pretesa di esaustività, questo mio intervento vuole essere un invito ad entrare nel mondo che si schiude tra le pagine di questo libro, rappresentando il mio solo uno dei numerosi modi di esplorare tutte le sue molteplici possibilità interpretative.

Tempo negoziato è un libro di poesia sui generis, dove convivono tra le altre cose, ibridandosi, una versione contemporanea e originalissima del De rerum natura ed uno sfortunatamente poco esteso bestiario del XXI secolo. Un coacervo di allegorie e rappresentazioni dove la densità soffocante delle immagini si alterna continuamente alla spinta propulsiva delle intuizioni, entrambe installate all’interno di una struttura semantico-sintattica solida, che riesce a prescindere dall’uso massiccio della metafora, così tipico in poesia, senza risultare assertiva, didascalica.

Se dovessi usare una parola per definire Tempo negoziato, sceglierei la parola resa per il suo triplice significato di rinuncia, restituzione, risultato.

La rinuncia – che è rinuncia alle risposte ma non alle domande – è il filo rosso che unisce tutti i testi e, probabilmente, ciò che li ha fatti nascere. Non c’è rimpianto nella voce, né disappunto. Piuttosto il tono è constativo e quasi privo di enfasi e, allo stesso tempo, lontano dalla freddezza di un’accettazione risentita che non lascia spazio al nuovo, alla sorpresa

guarda come resistono le minuscole ombre,
come si oppongono
alle ingiunzioni del buio totale

Quando ho finito di leggere Tempo negoziato, l’impressione che ho avuto è stata quella di aver letto un libro la cui pubblicazione ha segnato un confine, un distacco tra un prima e un dopo, tra un vecchio e un nuovo, chiudendo definitivamente un periodo già trascorso e aprendone un altro forse non ancora cominciato. La transizione, il momento limbico del passaggio, è ciò che in esso viene narrato con lo stesso audace distacco di un sopravvissuto che, di ritorno, racconta le scene – perché c’era -, così come le ricorda.

Nel caso di Giusi Drago, la narrazione non è uno scambio ma una restituzione, poiché ciò che è in gioco non è il valore della cosa scambiata ma la cosa stessa[3]

Se fai fuori il sole e la verità condivisa,
alle parole resta il tuffo
a testa in giù nel fiume, cerniera fra i margini
di una cieca paura

Dunque, l’interazione tra chi scrive e chi legge non avviene sul piano del valore; piuttosto, l’interazione è cosale ed avviene sul piano dell’esperienza, che trascende il valore e che per questo non può essere scambiata ma solo restituita, tramandata e, nel migliore dei casi, rivissuta con la replicabilità di un esperimento dagli esiti, però, sempre imprevedibili.

Coerentemente, l’uso della metafora – che, per il suo elevato grado di complicità e seduzione che presuppone, è ciò che determina il valore di scambio di un atto linguistico – viene quasi completamente sostituito dall’uso dell’allegoria, ripristinando l’equità della distanza delle parti rispetto all’oggetto del discorso. Detto in altre parole, mentre la metafora fa il lavoro della letteratura, e cioè consente di mettersi nei panni dell’altro senza dover però lasciare i propri, l’allegoria sveste i panni della finzione e denuda per par condicio.

Il risultato è la possibilità reale di fare esperienza concreta di altri modi di sé, evitando di consumare emozioni posticce altrui come forma di intrattenimento.

Prologo

 

Ogni rinuncia è sempre preceduta da una presa di coscienza, cioè da una condizione che la determina. Nel Prologo di Tempo negoziato viene narrata la presa di coscienza che precede la rinuncia di Voci di fiume e Delta Dunari:

paziente come quel che resta
di ciò che si consuma: tempo
dalla durata irresistibile
o stretto, negoziato con la morte,
e che per pronuncia non nostra
ci trascina a consumare nomi e corpi

Come quasi sempre accade, la riflessione da cui tutto origina è quella sulla condizione umana, descritta qui con un sottile piglio collettivo ascrivibile più alla linea del soggettivismo liquido postlirico che alla tradizione più prettamente epica.

La natura di questa riflessione, in cui l’epifania è nel darsi della contingenza della cosa che è la vita stessa, si installa in un immanentismo a posteriori che, allontanandosi dalla linea più tradizionalmente ontologica e metafisica, prende allo stesso tempo le distanze dal vuoto postmoderno, riuscendo ancora a fare spazio al senso dettato dal pathos, nella misura in cui tutto quanto già è, pur senza nessuna necessità, lo è ormai inevitabilmente.

La libertà, diceva, è qualcosa d’invernale,
qualcosa, ripeteva, che non possiamo reggere
a lungo, per un guizzo di passione,
per quella piuma di passione in più
che cade sulla verità come un pizzico di sale

Ma tu baciami con bocca generosa
anche il cosiddetto falso è pur qualcosa

 

 

La rinuncia: Voci di fiume | Delta Dunǎri

 

Dopo il prologo, tutto è più chiaro, contestualizzato: evidente

ora lo vedono tutti: il fiume
murato vivo nella casa, a riposo
fra i cuscini, mostra lo squarcio
che si è prodotto nel muro
al suo passaggio

La scena presentata è di una potenza inestinguibile: si può leggerla e cercare di rappresentarsela decine di volte e sempre avrà la stessa forza, lo stesso effetto cortocircuitante e di grande impatto. Il fiume murato vivo nella casa è, tra quelle da me lette e conosciute, l’allegoria che meglio riesce a riprodurre la stupefatta angoscia della vita intrappolata nella coscienza dell’uomo.

L’originalità della scena non sta tanto nei singoli elementi che la compongono, quanto nella loro giustapposizione. Il fiume come rappresentazione allegorica della vita è, infatti, antica almeno come Eraclito, e molto della visione del filosofo del πάντα ε[4] viene conservato in questa raccolta, così come dell’atteggiamento di fondo che non è né eroico, né romantico ma, a suo modo, stoico.

Insomma, pur restando quasi intatta la scena, ciò che cambia, costituendosi come elemento di grande originalità, è, invece, la prospettiva: in Tempo negoziato non c’è la vita vista dall’uomo, ma l’uomo visto dalla vita.

Ed è proprio in questo cambio, in questo stravolgimento della prospettiva che è insita la rinuncia alla quale preventivamente prepara il prologo: rinuncia ad una visione antropocentrica delle cose, rinuncia alla umanità come privilegio, rinuncia alla lotta e, dunque, rinuncia alle ragioni. Al posto di tutto ciò vi è l’abbandono, che non è un arrendersi né un lasciarsi andare con indifferenza, ma piuttosto un far rientrare i remi per seguire la corrente perché

non è disposto
a somigliare a noi,
lontano,
piuttosto andrà lontano il fiume
e sarà imprendibile

La restituzione: Bestie sempre in salita | Ombra di bestia

Il processo di restituzione che ha luogo nelle due sezioni centrali della raccolta prova indiscutibilmente due cose: che la rinuncia di Tempo negoziato è una rinuncia fertile, e che una emancipazione dal vuoto del postmoderno è possibile.

Non vi è rifiuto o rinnegazione, piuttosto l’abbandono di quella eredità rinascimentale, figlia di un umanesimo bigotto e positivista, avviene in sordina, rimpiazzata quasi senza soluzione di continuità da uno sguardo nuovo e disumano: quello della vita senza l’uomo così come siamo abituati a conoscerlo, ammutolito da tanta disumanità.

Antefatto

appoggiano lo sguardo o una zampa
al monte, salendo o meno

sia o no inverno, lasciano appena
un segno o una piccola frana
nella neve o nell’erba

non hanno perduto la vista e l’odorato
(l’udito, il gusto e il tatto)
ne dà materia il monte
ne dà di pietre e nevi e selve
– da tutti i lati – per non affondare

in volo o in fuga giù dal pendio,
a volte inermi come noi
davanti a una distesa di ghiaccio

 

L’antefatto di Bestie sempre in salita è centrale: in esso ha luogo in maniera esplicita, attraverso un uso anfibologico della sintassi, quella omologia (che è identità più che somiglianza) tra natura e uomo a cui si deve l’aspetto ambiguo, perché intercambiabile, della posizione e natura del soggetto e dell’oggetto all’interno della raccolta. La domanda, infatti, è: a volte inermi come noi, ma “noi” chi?

Il ribaltamento del punto di vista si fa più evidente nei componimenti successivi: Catturata, Il raglio, Sciacalla, Il gregge, Lo sciame, Formiche, La corazza costituiscono un breve ed intenso bestiario di straordinaria potenza allegorica

tu catturata in accordo al sentiero
obbedisci trottando, non hai fretta
mentre la mano che ora ti governa
spazza via dal prato le grida

La metamorfosi che “non credevi tua”, qui più kafkiana che ovidiana, suggerisce come il venire al mondo sia un esser piegati alla vita dalla vita, messi “in accordo al sentiero” come un asino o un cavallo.

Certo, non si esclude la possibilità di discutere “il tema della reversibilità / fra l’uomo e l’asino”, però

dio non c’è che muti
il tuo spiacevole raglio in una voce,
quando citi
quel dipinto di Pompei
dove l’asino si assicura
il dominio sessuale sul leone

Dunque, sembra non ci sia scampo alla bestialità, al “potere immenso dei contagi” che il gregge umano testimonia, catapultato intero in un lavorio costante e a testa bassa con cui vorrebbe riscattarsi e che in fondo lo confina in un enorme formicaio dentro “quel prezioso presente dove noi / in fila e in tempo / usciamo alla luce”.

Il disseppellimento dell’elemento tragico che in Tempo negoziato viene “leopardianamente” restituito alla condizione umana possiede una funzione che è letteraria solo nella misura in cui argina gli eccessi ironici e cinici attraverso cui le opere di natura postmoderna hanno bypassato una questione veramente contemporanea: la paura.

(poco lo spazio
dentro gli occhi
per frammenti di realtà
e variazioni d’albero)

Nascita a vuoto, vita ipotecata, pensiero
non in atto: s è vinti da viltà

Certo, la situazione non è entusiasmante: siamo a corto di lumi e nessuno è immune a ciascuno è dato / in un solo gesto più di un addio. È però interessante notare come, ancora una volta, Giusi Drago introduce un elemento di sorpresa, un cambio di prospettiva, suggerendo la possibilità che la vita umana non sia tanto una questione di speranza, come vuole gran parte della tradizione non solo letteraria, quanto di coraggio.

Un albero abbattuto è un contrattempo
nella lunga vita della terra

[…]

Una paura superata lascia una traccia
minima, dal punto di vista cosmico:
corriamo il rischio di crepare sotto il peso di rami
e case morte – se è trascorso il loro tempo
e non il nostro

 

 

Il risultato: Parte del tempo

 

Se la prospettiva, come dicevamo, è ribaltata, allora l’uomo non è più al centro: non è più il tempo funzione dell’uomo ma, al contrario, l’uomo parte del tempo – una parte scheggiata lungo i bordi che tocca a ciascuno.

E in questa parte scheggiata di tempo, in questo recipiente vuoto alberga una voce, una eco di parole in essa cadute che eruttano nel dire quel poco di sé che il vuoto lascia. Ed è proprio questo dire che fa emergere da un fiume un delta, lasciando tra i detriti il segno di un passaggio, impedendo alle acque di mescolarsi senza lasciare vuoti.

È la voce degli argini che contengono la vita giusto prima di dissolversi in quell’attimo di perfezione / che anche i corpi chiedono / e ottengono / in quell’attimo di perfezione / la loro parte.

È in questo dire altro, in questo incedere nell’extimità[5] del dire che consiste il coraggio del vivere – nonostante tutto. È lì, nella voce che scava tra i nomi gettati nella comune fossa / del dolore che ha luogo l’epifania del senso – la sua promessa. Poiché non esiste luogo migliore della bocca / dove portare l’acqua attinta con la mano.


[1] “Formiche” in Tempo negoziato, di Giusi Drago, La camera verde, 2014.

[2] “e la mia vita che non conosce i suoi confini | – per questo si finge illimitata – | trova la parola fiume e la perlustra”, in “Delta Dunǎri”, Tempo negoziato, di Giusi Drago, La camera verde, 2014.

[3] Vale la pena sottolineare come ciò valga per numerose scritture emerse durante gli ultimi tempi, tra loro anche molto differenti, indicando una possibile direzione della mutazione genetica della poesia e antropologica del poeta.

[4] pánta rhêi, overo tutto scorre

[5] Termine lacaniano qui usato per indicare la natura estranea di quanto proviene da sé.

Written By
More from Luigi Bosco

Zibaldello n.26: Ultimo scatto/ultimo strappo

  [Pubblico di seguito il “call for papers” ed il mio intervento apparso...
Read More

Lascia un commento