Elisa Vignali su “Nel debito di affiliazione” di Lorenzo Mari

nel debito di affiliazione lorenzo mariCi sono libri la cui importanza non risiede solo nel valore intrinseco dei testi, ma anche nella messa a fuoco di questioni che, sebbene di definizione in parte ancora incerta, sollecitano riflessioni più ampie sullo statuto attuale della poesia.

Nel debito di affiliazione (L’arcolaio, 2013) di Lorenzo Mari, classe 1984, appartiene precisamente a questa categoria, perché chiede di porsi in atteggiamento di ascolto, non eludendo alcuni interrogativi, ma nemmeno facendone un facile grimaldello. Si tratta di una scrittura che nonostante tutto non rinuncia a dire le cose, a costo di nominarne anche solo gli scarti, i barlumi di sopravvivenza, quasi facendo proprio la sentenza fortiniana: “Nulla è sicuro, ma scrivi”.

La silloge mostra una buona tenuta strutturale, ottenuta attraverso la costante ripresa di alcune immagini o parole-chiave riconducibili a un identico campo semantico: tra gli altri, quello geometrico della linea e del punto; della luce e delle lucciole di pasoliniana memoria e infine quello bellico. Tali immagini si richiamano e formano, nell’insieme, una rete metaforica, e in questo caso più propriamente allegorica, tra storia collettiva, anamnesi individuale e visione desoggettivata, con un uso insistito dell’allegoria in funzione straniante e demistificante. Oggetti, piante e animali (tra volpi, faine, oche montaliane e capre sabiane) vengono così a comporre una pluralità di voci e di figure che allegorizzano una tensione progettuale inesausta e in continuo divenire, e sembrano con ciò rimandare alle figure vegetali, umane e ornitologiche dell’ultimo Porta. Lo scavo geologico (qui anche genealogico) nel tracciato incompiuto della storia, la propria e quella universale, chiama in causa, d’altra parte, il riposizionarsi del soggetto nello spazio testuale, invitando il lettore a riflettere sulla possibilità di una poesia sociale oggi.

Se letta in questa prospettiva, la poesia di Mari, dietro le movenze qua e là apparentemente divertite del gioco verbale, ambisce a offrire un’osservazione lucida, e a un tempo disincantata, del presente. Si veda, per esempio, la poesia Crepa, paese, che nella forma di una filastrocca rovesciata s’incarica di rappresentare il processo di erosione e smottamento del reale, anche al limite di giocare semanticamente sulla crisi: “Crepa, paese. / Crepa che sotto la crepa / il paese infine s’intravvede.”.

E invero si può riconoscere in questa raccolta una componente di ludus poetico, accanto ad elementi di alto potenziale simbolico. Altrettanto significativa a questo proposito, è la rima “crisi-derisi” nel poemetto Intermittens, che segna il punto più alto all’interno della raccolta, non fosse altro che per la capacità di utilizzare lo strumento retorico dell’ironia a fini critici. Deridere la crisi: ecco forse l’unica strategia di sopravvivenza rispetto alle ferite della storia, senza nessuna mitologia facile dell’esilio o lamentazione nostalgica del passato. Il poemetto citato rappresenta una sorta di mise en abyme dell’intera raccolta perché ne racchiude il significato complessivo: le intermittenze alludono tanto alle faglie aperte nella realtà – tra stati di sospensione e stati di continuità, tra il tutto pieno e il vuoto – quanto quelle riprodotte a livello ritmico nel dettato poetico.

Ma ad illuminare meglio l’intero significato della raccolta è soprattutto il titolo, aperto fin da subito a molteplici suggestioni interpretative, per la contaminazione tra linguaggio dell’economico e del giuridico e sfera affettiva. Se è vero, infatti, che il termine “affiliazione” rimanda all’ambito giuridico, ovvero a quell’istituto introdotto nel diritto positivo con cui una persona può attribuire a un minore sotto la sua protezione lo status quasi di figlio, la scelta del titolo appare allora densa di implicazioni, perché sembra segnalare la volontaria uscita anche dal discorso rischioso, e non privo di ambiguità, delle generazioni, anzitutto dei padri e delle madri, in rapporto ai figli, veri o putativi, ma anche dei fratelli e quindi compagni di strada. Affatto diverso dalla semplice “filiazione” che riguarda il rapporto tra figli e genitori, l’affiliazione, in definitiva, implica una scelta, che va al di là dei semplici legami naturali. Il debito di cui si parla implica dunque un duplice movimento, a un tempo attivo e passivo: il riconoscimento di appartenere a qualcosa di già dato, ad altre storie già scritte (siano esse letture o resti di conversazione, come si legge nella nota che accompagna il testo) e la volontà di posizionarsi, seppure dal crinale incerto di chi si sente privo di saldi punti di riferimento e per così dire orfano. Farsi carico di questo debito significa perciò anche sfuggire al rischio della facile omologazione, all’imparentamento superficiale prodotto da una parola complice, come si evince dai versi di Tutta la parola: “se si varca la soglia e non si sta / perfettamente attenti alla fisica dell’unione, / ai suoi mezzi e ai suoi nodi – / finisce che si scivola/ si scivola si scivola / e alla fine, a rotoloni, / ci si imparenta”.

Questo vale poi, soprattutto, se si tratta di maestri appartati, come il Giuliano Mesa citato in esergo, a cui i versi di Mari intendono richiamarsi almeno per la ricerca di una parola relazionale, un certo gusto per le iterazioni foniche e le paronomasie. Ma soprattutto rimanda a Mesa l’aspirazione a fondare la poesia su quella che l’autore dei Quattro quaderni chiamava “verità comportamentale – etica – nel pronunciare le parole”.

Più problematico il rapporto con la poesia di Simone Cattaneo, l’altro poeta citato in esergo alla raccolta, artefice di una poesia disperatamente impoetica, non a caso tra i più citati nel recente “Censimento dei poeti under 40” (si veda “Atelier”, n. 74, giugno 2014).

Ecco allora che la duplice citazione in esergo, nell’accostare due poeti dalla cifra stilistica così diversa, al di là dell’effetto straniante prodotto, vuole forse implicitamente alludere alla necessità di liberare il linguaggio della e sulla poesia da certe ambigue parole d’ordine e da battaglie letterarie fratricide. E in effetti questo libro, nel mescolare preziosismi verbali a vertiginosi abbassamenti lessicali, sembra muoversi tra questi due poli opposti, ma per rifiutarli infine entrambi e muoversi alla ricerca di un proprio stile, ancora in via di affinamento.

All’ambigua mitologia di padri e nonni putativi Mari sembra opporre l’immagine, ancora una volta ad alto potenziale allegorico, della desertificazione, cui rimanda l’immagine del deserto dei tartari entro il quale un “noi” sempre più indifferenziato si aggira spaesato. Un pregio del libro risiede proprio nel tentativo, perlopiù riuscito, di oltrepassare certe forme proprie dell’epigonismo lirico e cercare di dire questo tempo mediante una parola antiretorica e lontana da inflessioni sentimentali.

Oltre gli scorni del reale, dei fallimenti individuali e sociali, questa seconda raccolta di Mari addita nondimeno una ferma volontà di resistenza del principio speranza, dopo la stagione di Minuta di silenzio (L’arcolaio, 2009): là era il tempo del silenzio, del fare e del disfare (ben tradotte dalle metafore ricorrenti dell’ago e del filo), dell’equilibrio precario, reso attraverso le tante emblematiche immagini dell’uomo che cade; qui è la presa d’atto che quelle stesse coordinate storico-esistenziali, portate dentro il tessuto stesso della poesia, sono come schegge che irrompono in un reale indecifrabile, qui è il tempo della coraggiosa pronuncia delle cose, nonostante lo scacco. Inoltre, laddove la precedente raccolta soffriva un po’ dell’impianto frammentario, ed era caratterizzata da un certo grado di astrattezza, in questa seconda silloge la realtà, seppure colta ancora attraverso frammenti, restituisce nondimeno un quadro più unitario e compatto, procedendo verso una maggiore nettezza della dizione. A livello formale, se in quella raccolta il registro prevalente era quello di una sottile intonazione ironica, nel Debito di affiliazione prevalgono invece le punte di sarcasmo, la sferzante ironia, che arrivano a torcere la lingua, dietro l’apparente musicalità del verso, come in questi versi di Punto gotico: “e ormai cosa dare in luogo della carne / della memoria –  neanche il merito / dell’osceno può restare oggi // alla carne dei mezzi padri, / già nera perché già scura: / non è più esposta / non è ancora ritirata – // sono ladri di ricotta e di quaglie: / è carne ormai sicura”.

Lo stato di sospensione esistenziale prodotto dalla perdita di un rapporto realmente interlocutorio con i padri della tradizione si è insomma tradotto in un coraggioso rifiuto delle comode appartenenze e dei falsi miti, per ritrovare utopicamente una propria, nuova, misura del mondo.

(Già su Atelier n.75)

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