Lampi e cortocircuiti. Il linguaggio binario ne ‘Il lampo’ di Giovanni Pascoli

lampoChe cos’ha a che fare la lirica Il lampo di Giovanni Pascoli con il moderno linguaggio informatico? C’è una relazione: usano entrambi un sistema binario.

È noto che il computer funziona utilizzando un sistema binario, un sistema numerico posizionale a base due, composto da due sole cifre: 0 e 1; sono i famosi bit. Nei circuiti elettrici del computer questi due valori sono associati agli stati di spento/accesso; è lo stesso fenomeno che accade in una normale lampadina, usata (scopriremo nella Nota 1) da Andrea Zanzotto come metafora della poesia, che può essere o spenta o accesa: tertium non datur, non c’è uno stato intermedio.

Il Pascoli, nella lirica Il lampo, utilizza la stessa logica binaria, come vedremo nel presente articolo critico attraverso alcune schematizzazioni.

Informatica

Il sistema binario, basato sui numeri 0 e 1, è alla base della programmazione informatica:

0 = negativo (o spento, o non c’è elettricità)
1 = positivo (o acceso, o c’è elettricità)

Metrica

Il ritmo più elementare, in poesia, è composto da due stati:

suono / pausa

che corrispondono, nella metrica accentuativa italiana, a:

sillaba accentata /sillaba non accentata

Sistemi binari uditivi e visivi

I sistemi a base due si fondano su stati contrari, sugli opposti, ossia su una logica binaria; nel sistema a base due uditivo l’alternanza di stati opposti è percepita dall’orecchio come successione di suono/pausa (ed è ciò che accade in poesia), mentre in un sistema a base due visivo la stessa successione può essere invece percepita dall’occhio come alternanza di luce/buio. Giovanni  Pascoli, ne Il lampo, usa entrambi i sistemi, sia quello uditivo sia quello visivo, creando un effetto di ridondanza.

 

Analisi de Il lampo di Giovanni Pascoli

Nel Lampo è presente un alfabeto composto da due soli simboli (equivalenti a 0 e 1): Giovanni Pascoli usa un codice linguistico immediatamente percepibile a livello logico-grammaticale analogicamente uguale a quello che in informatica è chiamato linguaggio macchina; si tratta di un codice estremamente semplice, ma che produce risultati molto complessi dal punto di vista linguistico; e tuttavia questo linguaggio base continua a lavorare anche a un livello più semplice e inconscio.

Nei testi pascoliani, le stesse onomatopee, sia quelle semanticamente attive sia quelle senza “significato”, lavorano anche e soprattutto a livello pre-logico e proto-grammaticale bypassando le sovrastrutture della lingua complessa e letteraria usata da Pascoli (e dal lettore).

La funzione pre-logica del linguaggio pascoliano è stata messa in luce anche da Pier Vincenzo Mengaldo, che in un’introduzione a Myricae[1], parlando di «linguaggio agrammaticale o pregrammaticale», scrive: «È fuori discussione che trasgressione della lingua letteraria acquisita, plurilinguismo, oltranza pre e post-grammaticale ecc. sono componenti nucleari e costanti della rivoluzione, o riforma, pascoliana […]». Il Mengaldo mette poi in evidenza come, a livello di schemi tradizionali (per es. il madrigale nel caso della poesia Dialogo), «il Pascoli proceda generalmente per aggiunzioni e dilatazioni su strutture primitive brevi» aggiungendo: «Talora ciò avviene precisamente per moltiplicazione della forma metrica originaria». «Questo fenomeno», commenta il  Mengaldo, «può essere considerato l’equivalente, sul piano delle forme metriche, di quello che sul piano dei versi e delle loro sequenze è stato definito, in particolare dal Bigi, come compresenza e conflitto di un doppio ritmo, quello esterno ed esibito e quello interno e nascosto».

Nel frammento Il lampo G. Pascoli aggiunge un ulteriore grado di semplificazione raggiungendo un livello a-sentimentale e, dunque, antilirico: anche se il testo, una volta decodificato, rappresenta un fulmine psicologico caduto all’improvviso sul poeta (la morte del padre, come ha mostrato Giuseppe Nava nell’edizione critica di Myricae[2]), esso si riduce a una dialettica binaria senza alcuna partecipazione emotiva; Il lampo è costruito con meccanismo simile a quello dei componenti elettronici, che funzionano in on/off, cioè con le condizioni di acceso/spento oppure di suono/pausa.

I sistemi binari, come s’è accennato, si basano generalmente sull’esistenza di due stati opposti; Giovanni Pascoli, ne Il lampo, usa sia quello uditivo sia quello visivo generando un effetto di ridondanza, anche se nella lirica c’è una prevalenza del sistema binario visivo (che rimanda alla dialettica cielo/terra) su quello uditivo, relativo al ritmo. Il sistema binario visivo (bianca bianca è uguale a c’è corrente/c’è corrente) viene replicato dal sistema binario uditivo (per es., nella rima interna appa/spa). Più precisamente, Giovanni Pascoli descrive visivamente il lampo (oggetto della poesia) utilizzando delle parole legate semanticamente all’occhio.

Analizziamo, a questo punto, Il lampo. All’inizio, prima del lampo, c’è un ordine naturale, un equilibrio che viene rotto. Il primo endecasillabo

e cielo e terra si mostrò qual era

e l’ultimo

s’aprì si chiuse, nella notte nera

hanno la stessa struttura ritmica:

− + − + − − − + − + −

Questa sequenza rappresenta l’ordine, l’equilibrio rotto dal fulmine, che viene però subito dopo ristabilito con il ritorno allo stato di quiete.

I due valori (positivo e negativo) del codice binario compaiono, all’interno de Il lampo, sempre nel primo emistichio, tranne che nel quarto e nel quinto verso, ossia nel luogo dove cade il lampo:

tacito / tumulto e appari / sparì.

Il primo verso, separato anche graficamente dagli altri da un doppio spazio, svolge un ruolo introduttivo (ha la stessa funzione di c’era una volta nelle favole raccontate al fanciullino), è un verso-strofa. Segue una strofa di sei endecasillabi: il lampo cade esattamente nel centro:

E cielo e terra || si mostrò qual era:

la terra ansante, || livida, in sussulto;
il cielo ingombro, || tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito || tumulto
una casa apparì || sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, || esterrefatto,

s’aprì si chiuse, || nella notte nera.

Il lampo, che illumina la casa infrangendo l’ordine della natura, è rappresentato da una figura retorica di ripetizione

bianca bianca

Le due parole, scritte senza la virgola, ossia senza separazione visiva, semanticamente valgono come bianchissima (superlativo); è però evidente che se effettuiamo la sostituzione si perde l’effetto flash tipico della macchina fotografica.

La poesia Il lampo è una brevissima registrazione dell’occhio, abbagliato dal lampo notturno, che cade all’improvviso illuminando la casa (con allusione psicologica). Tutta la poesia è costruita sull’immagine dell’occhio che, largo, esterrefatto, resta aperto — dilatato!— per un attimo e poi si richiude quasi meccanicamente (s’aprì si chiuse, sempre senza la virgola).


Nota 1: la poesia come cortocircuito per Zanzotto
Andrea Zanzotto, parlando della poesia, in un intervento pubblico[3] disse una volta: «Nella poesia […] si trasmette per una serie di impulsi sotterranei, fonici, ritmici, ecc. Pensate al filo elettrico della lampadina che manda la luce, il messaggio luminoso, proprio grazie alla resistenza del mezzo […] Così accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo è costituito dalla lingua. L’eccessivo addensarsi dei significati, dei motivi, il sovraccarico di informazioni, può però provocare un “cortocircuito”, una oscurità da eccesso, non da difetto».                                                                  

Nota 2: un’antica moneta romana
Il lampo, nell’antichità, era rappresentato attraverso un codice binario. Il disegno riportato qui soprab e utilizzato per illustrare il saggio è stato ricavato da un asse[4] dell’imperatore Tiberio; rappresenta un fulmine alato disposto verticalmente (come si può vedere, il lampo e “doppio”, secondo la direttrice alto/basso, cielo/terra).

 

Pubblicato sulla rivista letteraria «Il Segnale», anno XXXIII, n. 99, ottobre 2014

 

[1] G. Pascoli, Myricae, Milano, BUR, 19811, passim.

[2] G. Nava, ediz. critica di Myricae, Firenze, Sansoni, 1974.

[3] Si tratta di un incontro del poeta con gli studenti di una scuola di Parma; l’episodio è citato in Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, a cura di Stefano Dal Bianco, Mondadori, 2011.

[4] Riferimento bibliografico: The Roman Imperial Coinage, Spink and Son Ltd, London, Revised edition, 1984, vol. I, pag. 99 (RIC I, 83). Per la numismatica, un ringraziamento particolare va al dott. Giulio De Florio di Ostia (Roma), esperto di monetazione dell’antico impero romano, che è diventato, nel corso degli anni, anche maestro di metodo.

Il disegno che illustra il testo è dell’autore.

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1 Comment

  • Grazie, finalmente ho capito perché solo le poesie di Pascoli riescono a portarmi in una stato ipnotico. La metrica, o la loro matematica, funziona come la voce dell’analista. Il lettore, in comoda posizione, riceve messaggi caldi e suadenti a cui non può porre resistenza se non quando si è ripreso, cioè quando rientra perfettamente allo stato cosciente. La sua fermezza (anti lirica) è sicuramente pari, se non superiore, a quella di una macchina.

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