TIGRE CONTRO GRAMMOFONO, SERIE 3 FOLLOW THE LIEDER, 4.

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Quali camere a gas? Valentina Pisanty ha scritto che fin dal periodo immediatamente successivo alla fine della seconda guerra mondiale vi furono voci isolate che si levarono per denunciare le presunte distorsioni alle quali la storiografia dei vincitori aveva sottoposto la storia della guerra, e in particolare quella dei lager nazisti. […] Sottolineando l’interesse politico dei comunisti a esagerare le colpe dei nazisti per distogliere l’attenzione internazionale dai numerosi crimini sovietici, Rassinier compie il primo passo verso un “ridimensionamento” dello sterminio ebraico. Nel 1950 scrive: “la mia opinione sulle camere a gas? Ce ne sono state: non tante quanto si crede”. Man mano che procede nella sua opera di riscrittura della storia, la sua posizione si fa più estremista. Nella seconda edizione di Passage de la ligne si riferisce all”‘irritante questione” delle camere a gas. Successivamente si avventura in una serie di complessi calcoli pseudodemografici per dimostrare che il numero di ebrei morti durante la guerra non supera il milione, ed è per lo più dovuto ai bombardamenti alleati sui campi di internamento nazisti, agli stenti e alle epidemie di tifo, nonché alle crudeltà commesse dai Kapò. Da un certo punto in poi, Rassinier comincia a essere ossessionato dall’idea di un complotto giudaico e a parlare esplicitamente del genocidio come della “più tragica e più macabra impostura di tutti i tempi”. Nel 1964 pubblica, presso Les Sept Couleurs, Le Drame des juifs européens, libro dal titolo ingannevole in quanto il vero dramma, secondo l’autore, non è la morte bensì il fatto che gli ebrei stessi abbiano voluto farci credere alla Shoah1. Si facciano un passo avanti e un passo indietro. Luigi Bonanate ha scritto che la «guerra giusta» e la «guerra santa» non sono assolutamente espressioni equivalenti, cosicché potremmo avere guerre giuste senza che siano sante, e nello stesso tempo non è detto che le guerre sante possano essere sempre considerate giuste. Le guerre volute dal Dio degli eserciti dell’Antico Testamento trovano la loro giustificazione nell’imperscrutabilità del disegno divino, così come la jihad o, almeno in teoria, le Crociate – ciò che Dio vuole non necessita, ovviamente, di alcuna procedura giustificatoria. […] La «guerra santa», per di più, si combatte in difesa della religione per affermarla o per diffonderla: perciò si riterrà certamente giustificata. Ma «giusta» potrebbe esser detta anche una guerra che svolga una funzione naturale, come quando la si consideri un «male apparente» o addirittura «necessario», in quanto servirebbe al progresso dell’umanità, sia in termini morali, sia in termini civili, sia in termini tecnico-scientifici, cosicché risulterebbe addirittura insensato argomentare che sia eventualmente «ingiusta» una guerra prescritta dalla natura2. La chiamata alle armi, come l’invocazione, avrebbero in questo senso origine nella zona di sovrapposizione tra il divino e il naturale. Johann Georg Hamann ha scritto che siccome gli strumenti del linguaggio sono per lo meno un regalo della alma mater natura, e siccome, con la maggiore probabilità filosofica, il creatore di questi strumenti artificiali ha voluto e dovuto stabilire anche il loro uso, così l’origine del linguaggio umano è senza dubbio divina. Ma quando un essere superiore, o un angelo, come nel caso dell’asina di Balaam, vuole operare per mezzo delle nostre lingue, tutte le nostre espressioni devono rivelarsi conformi alla natura umana. […] Tutto ciò che l’uomo per la prima volta udì, vide, guardò, toccò con mano, era una parola vivente, perché Dio era la parola. Con questa parola sulla bocca e nel cuore, l’origine del linguaggio fu così naturale, così spontanea e facile come un gioco da bambini3.


  1. Valentina Pisanty, L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Bompiani, 1998
  2. Luigi Bonanate, La guerra, Editori Laterza, 2005, p.93
  3. Johann Georg Hamann, Favete Linguis, in Scritti e frammenti di estetica, Istituto Italiano di Studi Germanici, 1938, p. 165 e p. 167

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