Proposte di lettura: “Previsioni e Lapsus” di Luciano Mazziotta

Il libro di Luciano Mazziotta, Previsioni e Lapsus, pubblicato da Zona Editrice nel 2014, raccoglie componimenti di varia natura. Ciò che accomuna questa diversità, anche di stile, è una sorta di ricognizione che l’autore fa della sua giovane esistenza (Mazziotta è nato nel 1984). Tale ricognizione appare in qualche modo disarmata. E’ un’intelligenza alle prese con le cose, con la realtà sorda delle cose che peraltro non vengono neanche nominate con estrema precisione. Più che delle cose si tratta qui delle tracce che le cose lasciano sul vissuto. La lingua della poesia raccoglie magmaticamente queste tracce e le ‘ragiona’. La scrittura spesso appare come un continuo tentativo di razionalità, di ragionamento. Si immaginano dietro di questo la passione e il dolore ma vi è comunque una sorta di equidistanza dall’accadere. C’è un componimento che ha un aspetto teatrale dal titolo ‘Conversazione in ascensore’ che a me ricorda, per il modo in cui si snoda, alcune grandissime poesie di Giorgio Caproni. Solo che qui c’è ironia, c’è un gioco serenamente cerebrale, senza propriamente drammaticità. E’ come una sorta di protocollo, di ricognizione dello stato delle cose. Di ‘Conversazione in ascensore’ leggo solo l’incipit:

In due nell’ascensore si sta stretti / E’ già evidente dalla porta / così minuta che permette / l’ingresso uno alla volta: / io entro, lui aspetta / cede il passo / -prego, avanti, vada lei. Ringrazio. / Occupo lo spazio calcolato / per non essere d’impaccio / -scongiurare il contatto. Si chiude la porta / e si parte//(pag.14). Questo modo di mettere insieme il materiale per assonanza o per rima o per vicinanza fonica anche stretta, ricorda, con questo ritmo così vivace, quasi da canzonetta, musicale, ricorda appunto il Caproni del Congedo del viaggiatore cerimonioso. C‘è poi in altro luogo del libro il bisogno di ‘diventare cosa’ che abbandona questi territori per cercarne altri più densi, più materici, più impastati nelle relazioni. Qui non vi è la questione sofferta della reificazione, la perdita della soggettività, a proposito del diventare cosa … Piuttosto si tratta di un sogno impossibile, quello di poter diventare cosa, che dà anche il titolo ad un componimento:

Diventare cosa /suppellettile / soprammobile malloppo di carte / ai piedi del tavolo // scansato con scrupolo / negli andirivieni notturni. / Insistere per diventare / cosa che cosa? cosa / ripetendolo la formula / chè sia rapida ad esaudire / il desiderio di diventare / cosa: cosa che non vuole e non vaglia / cosa che diventi cosa / per fare a meno delle cose // (pag.56). Liberarsi dalla necessità di dover valutare e decidere, liberarsi anche dalla necessità delle cose stesse … E’ una sorta di silenzio panteistico senza dio, come un tutto dove non c’è più anima. Questo desiderio di diventare cosa è tipico di chi cosa non lo è per nulla. Un eccesso di soggettività muove questo desiderio di oggettività. In altro luogo dello stesso componimento, verso la fine si legge: Diventare cosa / cosa che fissi / e non tocchi e l’additi / dall’armadio alla sedia / dalla sedia al divano all’armadio / alla sedia: cosa che non sta al posto / di un’altra cosa e dici / è lei è lì perché non parli? / Per dire cosa? // e in chiusa: Diventare cosa. //

(2014)

(già su Poesia da fare)

More from Biagio Cepollaro

PROPOSTE DI LETTURA: “Opere e omissioni” di Davide Vargas

E’ un libro dell’architetto-letterato, come dice Mendini. E in effetti le due...
Read More

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.