Una voce che rimane nella memoria. In margine a «She’s Waiting for a Portrait» di Francesca Lavinia Ferrari

sheswaitingcover (263x350)Una raccolta poetica, questa di Francesca Lavinia Ferrari, che è tanto varia e articolata quanto, nel fondo, compattamente unitaria. Ognuna delle tre sezioni, infatti, corrisponde a una sperimentazione poetica diversa, senza però che ne soffra l’impianto complessivo del libro, basato sul confronto-scontro con un’intensa esperienza umana: l’esperienza, reale ed anzi in certo modo realistica e insieme tutta tramata di significazioni profondamente simboliche, di un “personaggio” femminile che è sì, forse, l’alter ego dell’autrice, ma anche, nel contempo, l’espressione emblematica della condizione della donna, di qualunque donna, del nostro tempo.

Se nella prima sezione viene scelta una forma poematica, che dà luogo a una sorta di breve “narrazione” scandita in tre tempi, nella seconda sezione prevalgono i modi di un lirismo forse più tradizionale, o – per meglio dire – di più sicura ascendenza classica (una classicità ovviamente tutta novecentesca: quella, tanto per dire, di un Cardarelli, di un Penna, di un Ungaretti), con testi brevi e a volte brevissimi, spesso cadenzati secondo ritmi riconoscibilmente endecasillabici. Nella terza sezione infine si alternano poesie più brevi con altre più lunghe e distese, dove i motivi lirici, sempre fondamentali, si intrecciano con spunti dialogici o narrativi. È come se un unico movimento, un unico respiro poetico spingesse la forma-poema a disaggregarsi, svelando i propri nuclei lirici più profondi, o all’inverso a riaggregare i diversi frammenti in una unità poetico-narrativa superiore. Certo, dipende in quale “direzione” si scelga di leggere l’opera: se privilegiando cioè i tempi più brevi della lirica o quelli più articolati e complessi del “poema”; ma non è impossibile cogliere i due movimenti come strettamente legati l’uno all’altro ed anzi come espressione entrambi di un unico respiro, di un unico ritmo – per così dire – di sistole e diastole.

Basta considerare il poemetto che apre il libro e ad esso dà il titolo, Shes Waiting for a Portrait. Qui è evidente lo sforzo di evitare non soltanto qualunque scivolamento nell’effusione sentimentale o nel patetismo, ma anche qualunque deriva verso forme più o meno esplicite di lirismo. Non soltanto non c’è un personaggio che dica “io” – sostituito da un generico “noi” («I paesotti ci tagliano le vene»; e poi nel finale: «Andremo per la mano, come tutti / quelli che si amano») o più spesso da un “tu” che, pur alludendo in modo chiaro all’io narrante, lo distanzia e per così dire lo oggettiva («Eppure amasti […] Amasti / senza sapere il nome / né ricordare il tuo»). Ma anche e soprattutto – sempre su questa linea di ribadita oggettività – la “narrazione” poggia su una fitta trama di immagini talora duramente e aspramente concrete, nelle quali l’intento originariamente metaforico lascia spesso il campo ad una allucinata e quasi visionaria descrittività: «Hai forza / – scaturita da paure bombardate / sulle spalle del sonno – / terremoti indelebili di dentro / – vulcani dai suoi lobi / lava dal naso / bava dal gorgo fetido […]».

Eppure questo continuo sovrapporsi, ansioso e inquieto, di sempre nuove immagini di una realtà tanto scabra quanto distante non riesce a cancellare il respiro e il calore di una pulsante soggettività femminile, che ora sembra celarsi dietro le cose, ora venirne fuori, quasi rabbiosamente, ora lasciarle dietro di sé, ora reinventarle e quasi ricostruirle. Ed è – il lettore non può non rendersene conto – quella stessa soggettività che, al di là dei confini del poemetto, ritorna a parlare, con una voce diversa ma pur sempre riconoscibile, nelle liriche soprattutto della seconda sezione.

Alla fine, una volta chiuso il libro, è questa voce che rimane nella memoria (come forse dovrebbe accadere sempre quando si sia letto qualunque testo letterario, ma in particolare un testo di poesia): il suono e il timbro di questa voce, la sua musicalità, la sua umanità, la sua forza intensissima.

Primo movimento

 

I.

Ogni notte si muore
nei torcigli di fiamma che ci esalano
filamenti di ventre verso l’alto
o spirando speranze inconsapevoli
da tenaglie di carta riciclata
di giornali bisunti ai tavolini
di una polisportiva.
I paesotti ci tagliano le vene
e con le lame
degli occhi che hanno visto troppo niente
s’incide il cannocchiale, lungo i tubi
cercando una texture
vertigo d’optical
su pied-de-poule di plastica –
per snaturare il nero dell’immenso
parato innanzi al naso non appena
si guarda verso un Carro.
Un dito ci percorre
risale in un reflusso verso un labbro
cucito da parole sbriciolate
in testa e nelle mani insieme al pane.
Non resta che giacere
nel quieto finto vivere
dei nostri cimiteri d’ossa rotte.

 

II.

Innumerevoli
stelle e persone piatte al cardiogramma
– encefali di sasso, occhi di vetro –.
Cercare moltitudine nel freddo
affollamento statico del caos
quando la pentola
soffia l’odore
di brodo, di carcasse, di verdure
– la morte ingurgitabile
dal gozzo del padrone – è l’abitudine
che rende i nostri polsi un po’ più magri
lasciando due centimetri di segno
a forma di catena nel risvolto
dell’area di ripresa.
Trovare ancora caldo
sul piatto piano
mentre scricchiola il ciocco inaridito
che ti sta conficcato fra le costole
quando si apre la porta
al sole bieco.
Questi rumori d’acqua
che ci parlano lingue decifrabili
ci leniscono ferite purulente
attraverso gli schermi
nutrono le sinapsi con le sacche
d’alimento sintetico, sul collo
ci pulsano segnali di salvezza
e altre chance. Non importa
mangiare.

 

III.

Sulle colline dolci
cappotti di batuffoli ingrigiti
da sbuffi novembrini.
Bastoni e gambe finte
doppiati da martelli
su ciottoli, su ville da milioni.
Voci sfoltite
di passeri sfrattati, calcestruzzo
spruzzato via dicendo in albanese
finestre aperte a polveri sottili
depositi sui nervi tesi agli anni
di doppia solitudine.
Vita inodore in mezzo a odori strani
di qualche tintoria in bocca alla valle.
Sopra, le nari immobili di un’alba
di panni stesi e già contaminati
inclinazioni
di una mente annerita dal suo lutto
– squaglio e versamento di frullato
bipolare di cranio
su un volo di vanessa –.
Flamenco sul tavolo
abbandono del desco apparecchiato
rammendi agli angoli
bricchi anneriti
d’acciaio prolungato sulla fiamma
e dentro solo il velo di calcare
la vita evaporata ogni caffè
solubile bevuto.

 

IV.

Nel buio di una chicchera
l’infuso color mogano – profumo
di pistilli d’ibisco – libertà
di un varco al bolo fermo
nel tratto appeso all’ultimo respiro
prima di un tuffo in bagni di follia.
La memoria si spande
dispensa biglietti falsi e cicche
che ti si appiccicano
sotto le suole
e ti rallentano
la marcia sopra l’attimo
mentre cammini ignaro.
Fili rosa mollicci
trattengono lo sporco della strada
i batteri, gli avanzi di chi sniffa
la coca e i radicali imprigionati
negli antidoti al lime.
Ti chiedi dove sei
ché qualche pelo bianco ti ha svegliato
ti ha detto corri forte, hai ancora tempo
per snobbare lancette
e perdere le staffe.
Now or nothing, you know…

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