Le maestre e i maestri indiretti. Per una poetica delle immagini. Intervista a Ida Travi a cura di Paolo Polvani.

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[Intervista a Ida Travi, già su Versante Ripido]

Io sono a conoscenza d’un mistero / so l’ordine preciso di un mistero
Sembra che sia proprio così. Qual’è il mistero della parola poetica? E chi sono i Tolki, i parlanti?

Qualche anno fa, Luigi Bosco in nota a TA’ poesia dello spiraglio e della neve ha parlato di questa poetica come schiudente un patto di fiducia, ed è vero, si tratta di un patto insito nella scrittura: quando c’è, alla poesia bisogna credere ciecamente proprio perché rimanda continuamente ad altro… Per questo la poesia è pericolosa. Da Tà in poi si sono susseguiti tre libri, e ricordo qui le note di Alessandra Pigliaru che li accompagnano. Qui, in questi tre libri, si trovano i Tolki, i parlanti. I Tolki sono esseri comuni, sacri e miserabili, misteriosi e semplici. Parlano una lingua ridotta all’osso. Vivono in un luogo austero. Di loro si sa ben poco. Tolki…: intendo poeticamente questo nome come un neologismo che riporta all’antica parola inglese talk, sì – to talk – come se fosse un reperto, il frammento di un’antica lingua perduta, erosa dal tempo, oppure l’annuncio d’una lingua a venire… Penso a un Tolki come a un parlêtre, un essere marchiato dal linguaggio. Parlêtre è un neologismo di Lacan che fonde l’essere al linguaggio, nell’atto della pronuncia. I Tolki sono misteriosi perché sono il nostro passato già fuso con un tempo a venire, sono esseri lavoranti o non lavoranti che nello scontro con la poesia assumono su di sé la responsabilità d’una parola dura come una colpa. I Tolki usano la parola come se tenessero in mano un attrezzo per lavorare la terra, o abbattere un muro. Non si sa quale terra, non si sa quale muro. Essere a conoscenza d’un mistero vuol dire, appunto, far parte di quel mistero ch’è vivere, ed esserne consapevoli. Quel mistero è la nostra parola. La parola ci appartiene, è nostra, ci è assegnata, come la cassetta dei chiodi, è uno strumento rudimentale in sé. Per usare bene questo attrezzo in terra ci vuole immaginazione.

    

Leggendo i tuoi versi la prima domanda che mi viene spontanea è: che bambina sei stata ?

Ho una certa età e vengo da un mondo antico. Mia madre era insegnante in un paesino a sud di Milano, mio padre era commesso viaggiatore. In pratica nessuno in casa, così ho trascorso la prima infanzia in una cascina lombarda a balia da una famiglia di contadini. Mandare i bambini a balia in campagna era una forma arcaica di babysitteraggio. I miei vivevano a Milano, io vivevo da questi contadini, in una corte comune: nel locale in cui si viveva di giorno c’era un tavolo, il camino, qualche sedia e  la stufa. Di sopra, nella stanza in cui si dormiva la notte, c’era la fila dei letti, come in una camerata, e in fondo stava la culla. Dietro la casa si stendevano i campi. Si viveva seguendo il ritmo dettato dalla necessità della terra e degli animali. Tutto era semplice e complicato insieme, tutto era immerso in una nebbia conflittuale e trasfigurante: la vita era in sé magnifica. In cascina nessuno scriveva, si parlava lo stretto necessario. Nella corte nenie e cantilene si confondevano con il chicchirichì del gallo e il ragliare dell’asino.  Dopo il tramonto, a volte, una radio. Cominciata la scuola, per anni non ho fatto che andare e venire dalla campagna alla città, dalla maestra al contadino. La maestra scriveva con il gesso, il contadino mi mostrava l’albero, io imparavo i nomi. Parlare e scrivere sono in me due potenze, due mondi.

    

I maestri e il rapporto tra oralità e scrittura. In un recente articolo (*) hai parlato di poetica delle immagini

Ho trovato maestri nel cinema e a pensarci bene non è strano: la mia poesia è fortemente improntata all’oralità, ma va considerato che nella trasmissione della conoscenza non esiste solo l’opposizione tra oralità e scrittura: tra oralità e scrittura si stende il regno delle immagini. Sono questioni enormi, millenarie di cui stiamo ancora misurando la portata, ma basta solo pensare alle incisioni rupestri, alle antiche forme di pittografia…E ora? Un secolo fa il cinema ha rimesso la parola in rapporto con le immagini in movimento e a suo modo ha ribadito questo rapporto : nel cinema muto, ad esempio, la parola era scritta, e poi col sonoro è tornata la voce ed è scomparsa la scrittura… E’ il rapporto tra parola e immagini che mi attrae… al cinema come in poesia. Tornando alla letteratura provo naturalmente sconfinato amore e riconoscenza per i giganti della letteratura, per notti e notti molte lampade si sono accese sui tragici greci, sulla grande letteratura russa, sui grandi lirici, fino alle avanguardie del ‘900… tutto ciò s’è radicato in me come un’ immensa siepe perenne, ma sin dall’inizio ho capito che il mio compito non era seguire l’alta parola altrui: dovevo cercare una parola più piccola, molto più piccola, la mia. Sentivo che dovevo trovare la parola alla mia altezza. Dalla mia altezza vedevo il mondo e dalla mia altezza volevo restituirlo. Era l’età ingrata, stavo a testa bassa ma sentivo tutta la potenza d’una parola a mia misura. Sentivo che pesava enormemente…dunque poteva bastare. E dov’era quella parola? Era una lotta: cercavo di comprendere le parole, e non bastava…Per ore e ore stavo sulle parole e loro mi sfuggivano. E che nero quel grembiule! Dopo giorni sui libri sognavo d’entrare in classe dicendo a testa alta: per favore, non interrogatemi, tanto non so niente, niente! Poi ecco l’esperienza delle maestre e dei maestri indiretti… Attraverso questa esperienza ho capito che potevo imparare liberamente e a oltranza, oltre ogni situazione preposta, oltre i libri, oltre l’evidenza, oltre la parola. Un’esperienza banale, in fondo è stato un attimo. É stato come aprire un linguaggio avviluppato in se stesso. Come una finestra, sì.

    

La domanda vien da sé: cos’è un  maestro indiretto

Un maestro indiretto non è il tuo maestro, è quello che insegna nell’altra classe. Il suo insegnamento ti arriva da un altrove. Una maestra indiretta non ti è davanti, ma ogni tanto ti arriva la sua voce. Tu fai letteratura e senti che di là stanno parlando di storia, tu fai storia e senti che di là fanno disegno. Tu fai disegno e senti che di là scoppia la musica. Poi, mentre studi, scopri che vicino a dove sei c’è un cinema all’aperto, lo capisci perché ti arrivano le voci. Tu ascolti e completi la scena con le immagini invisibili suscitate dalle voci: le scrivi! Sei una ragazzina e ti domandi: allora le immagini possono essere scritte? Non lo sai…ma chiudi il libro, e vai al cinema. Entri e scopri che si tratta d’un film di Godard. Guardi il film aspirando la prima sigaretta, e quando esci ti senti diversa, saltelli e saluti in cuor tuo il signor Godard. Buongiorno signor Godard! Ti sembra di conoscerlo, sì, lo saluti come se fosse un tuo maestro, uno di quelli indiretti. Il bello d’un maestro indiretto è che non sa di esserlo e non ti giudica. A casa tornando ai libri, ti ricordi le parole pronunciate dalle immagini. Sono immagini, certo, ma all’improvviso hai la certezza che un giorno anche tu avrai le tue immagini… e le scriverai. Però più piccole, molto più piccole. Per questo, a ben guardare, tra le pagine che ho scritto si ritrovano tracce d’una speciale cinematografia… Per speciale cinematografia intendo qui quel termine che rimanda, in modo capovolto, alla bressonianacinematografia, o meglio scrittura per immagini: c’è una scrittura, ci sono delle immagini. Il capovolgimento sta nel fatto che sulla pagina le immagini restano invisibili, restano in apnea. Non assumono un corpo eppure indossano una veste scritta: lì sulla pagina, nessun modello, nessun attore, nessuna strada, nessuna casa, soltanto nomi. Nomi. Insomma un’impresa enorme, un enigma… E dunque? L’ho detto prima. Ci vuole immaginazione. Forzando l’etimo, immagine e azione! Cioè poesia, scrittura… Là sullo schermo, fino all’ultimo respiro, le immagini passavano e dicevano “ Ti guardo da dieci minuti e non so niente,…niente…, niente…. Non sono mica triste, ma ho paura”.

   

Tu scrivi: “il primo libro che leggiamo segna l’uscita dalla nostra infanzia, segna l’uscita dal magico e avvia un irreversibile processo di immaginazione, che è un’altra cosa”.

Per me è stato così: mentre imparavo a leggere conquistavo un mondo e ne perdevo ho altro. Perdevo il mondo in rilievo nei segni vivi e conquistavo il mondo nascosto nei segni scritti.  Magico è il mondo in cui tutti noi siamo immersi prima di imparare a scrivere, magico anche se terribile. Il mondo magico, infantile, era un mondo mobile, fluttuante, popolato da parlanti, imbozzolato nei suoni, era magico perché di quel mondo non dovevamo restituire le prove. Il mondo era una fiaba possibile, magnifica e crudele. Era tutto. Imparando a scrivere abbiamo imparato a rappresentarci il mondo in piccole parti in modo da poterlo trascrivere. Non lo so… non ho in mente particolari teorie, è semplicemente quello che penso.

    

– Non voglio far torto a nessuno/non voglio incantare nessuno/volevo solo imparare dalla rondine – Sono molto belli questi versi. Eppure la forza della tua poesia sta nella fascinazione, nel potere incantatore della parola.

Difficile incantare qualcuno avendo intenzione di farlo: l’incanto è senza intenzione. Crea una speciale comprensione delle cose. Il verso ‘non voglio incantare nessuno’ forse nasce dal fatto che davvero, non voglio incantare nessuno, come dire non voglio imbrogliare nessuno… sì, bisogna fare attenzione perché a volte incanto e poesia rasentano l’imbroglio. Per questo scrivo poesie molto brevi: entra solo il necessario, niente fumo negli occhi. La poesia per me è una continua rinuncia, è il contrario dell’ incanto.

   

Vedrai la spalla del tuo vicino alto nel segno nero – Più che immagini le tue appaiono illuminazioni. Quanto Buddismo c’è nella tua visione?

Quando ho scritto L’aspetto orale della poesia, cioè nella seconda metà degli anni ‘90 stavo emergendo da un decennio di studio e amore per la storia della filosofia. In particolare la filosofia greca antica e la filosofia delle grande pensatrici del ‘900…mi riferisco qui a Maria Zambrano, Hannah Arendt e Simone Weil, le inevitabili, quelle che hanno fatto d’una posizione marginale il loro punto di forza.  In quel periodo è nata anche la passione per la filosofia orientale. Sì, un vecchio volume distoria del buddismo Ch’an è rimasto sulla mia scrivania per anni. Il buddismo Ch’an fu nei secoli la trasformazione del buddismo indiano mediato dal Tao, e per alcuni aspetti attraverso i secoli sfocerà nello Zen. L’idea del silenzio da assumere perché possa esserci parola, credo venga da lì.  E il gesto del sottrarsi all’aut aut, o questo o quello, e la via del superamento degli opposti… e l’idea fondamentale per cui il saggio, l’illuminato non è altro che un essere comune…queste cose vengono da lì. Il linguaggio è la nostra più profonda convenzione. E’ una profonda convenzione, appunto, non potrà mai rendere conto della natura della cose.  E’ sempre spostato rispetto al mondo, o lo manca o lo eccede… eppure continuamente lo scavalca.

    

Qual’ è secondo te la funzione sociale della poesia?

La poesia è una di quelle cose inutili attraverso le quali è possibile andare oltre le cose come stanno. Chi scrive poesia mostra a se stesso, e forse anche agli altri, che esiste uno spazio di libertà in cui niente e nessuno comanda, nessuno può metterci piede. Neppure i grandi. Sì, vale anche in letteratura: si cresce tanto amando quanto rifiutando. E certo non serve tenere tutto… dalla mia posizione marginale un bel giorno ho capito che quel che mi veniva offerto era troppo. Tutto era troppo, volevo fare solo la mia parte, non mi attirava l’assoluto. Ho ritrovato questa dimensione rivendicativa nei confronti d’un tutto annientante nel pensiero della differenza e nella precisa indicazione del partire da sé. Parlare è già un’azione. Scrivere è ancora un’azione. In quella politica intesa come lo spazio aperto della nostra immensa e impoverita polis, la poesia è luogo comune e contemporaneamente il privilegio di ciascuno.

    

Che relazione esiste tra i tuoi versi e la realtà ?

Non so dire cos’è la realtà ma sperimento ogni istante qualcosa che chiamo così. La realtà, l’abbiamo chiamata così. Ora, attraverso il linguaggio, come separare la realtà dal suo nome? In poesia è lo stesso: chi scrive avanza o retrocede contemporaneamente sia sul piano etico che sul piano estetico, dentro alla grande scatola esistenziale. In pratica ho scoperto che è possibile creare nuovi rapporti tra le parole e le immagini. A ognuno il suo piccolo miracolo. Scrivo Olin e compare un uomo. Scrivo Inna e compare una donna. Dico o scrivo i Tolki e compaiono loro. C’è uno spiraglio tra poesia e narrazione. Comunque è di verso in verso, è continuando a dare i nomi alle cose che si porta avanti il confronto con la realtà: casa, terra, tavolo, finestra… Per quel che mi riguarda ne esce una posizione non direi morale, non direi ideologica, ma certo una posizione… una posizione precisa di fronte al reale. Da questa posizione è più chiaro: la realtà ci sta di fronte, sì, eppure ci include, ci tiene in ostaggio.

    

Per quanto luminosi, i tuoi versi trasmettono una profonda inquietudine.
E’ forse questo il senso della tua poesia? rivelarci l’inquietudine che ci abita ?

Anche senza poesia, l’inquietudine persiste in noi, è in noi come una spina. L’inquietudine è la nostra condanna, ma è anche la nostra salvezza… la poesia non ci rivela niente. La poesia non si rivela affatto, se non siamo noi a spogliarla.

    

Ringrazio Paolo Polvani che con le sue domande mi ha consentito questa informale dichiarazione di poetica. I.T.

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