Cara Martina, dimmi che cosa vedi – Lettera aperta a Martina Campi sul suo “Cotone” (Buonesiepi, 2014)

copertina-cotone-ritagliataCara Martina,

scrivo di Cotone in forma di lettera, non di recensione, perché non sarebbe giusto ridurre la mia esperienza di lettura e rilettura del libro, in questi ultimi mesi, alle cerimonie ormai ossificate del do ut des, del ricambiare in qualche modo il regalo che mi hanno inviato all’inizio dell’estate gli artefici dei libri di buonesiepi.

Vuole invece essere una risposta viscerale, la mia, che si accende improvvisamente, proprio come il tuo Cotone che, a ogni lettura – a un certo punto, che è sempre diverso – diventa lettura al fulmi-cotone: avida, appassionata, sicuramente bruciante.

Sono sempre presenti, e allo stesso tempo sideralmente lontani, com’è tipico degli elementi portanti, gli equilibri di quella “dimensione olistica” che, secondo Loredana Magazzeni, sosteneva Estensioni del tempo. Non è più tempo, tuttavia, di una contemplazione totale, seppure totalmente laica, come annotavo all’epoca del tuo esordio. Quella poesia – all’epoca descritta da alcuni come lieve, lievissima, fino ai limiti dell’impalpabilità – si è fatta materica, di quello stesso “cotone” evocato tanto nel titolo quanto nel corpo della raccolta. Cotone che si sfalda tra le mani e che al tempo stesso non mette mai di sfaldarsi, come “una gamba” che poi “se ne volava via, / per la strada rotolando, / alla velocità di frecce”. Materia, soprattutto, che, se imbevuta di liquido infiammabile, si lascia consumare da un suo proprio fuoco.

Seguo così, non smetto di seguire, la traccia di un’ustione personalissima e al limite condivisa, in sottotraccia, con la poesia di Cristina Annino. Quest’ultima è una lettura che vedo, forse tradito dalla mia presbiopia, insinuarsi nella seconda parte del libro – quella che, appunto, inizia ad infiammarsi – spezzando la sintassi e torcendola fino ai limiti dell’abisso. Nel maelstrom si cala, l’Annino, in modo totale, senza freni: così, e solo così, si propone sempre di più come punto di riferimento, disperatamente in-utile, per la scrittura poetica contemporanea. Posso bruciarmi io stesso su questo punto, suggerendola, in punta di piedi, come ‘sorella maggiore’, insieme al ‘fratello maggiore’ già consacrato, Giuliano Mesa…

Ma quest’ultimo punto non importa poi molto. Importa, invece, che, rispetto all’Annino, in Cotone sia forse meno vissuto e rielaborato, seppur di grande precisione sintetica per la qualità al fulmicotone della raccolta, l’esergo che hai scelto da Emilio Villa, con due versi di limpidezza spiazzante: “Sembra tutto così, ma succede per sottile / indulgenza, e insieme non succede, ma si spalanca”. Non di Villa si sta parlando in Cotone, ma di un legame con l’Annino, forse, e di certo anche di  conversazioni che affratellano, sempre secondo la mia lettura sghemba, ai versi solidali di Dorinda di Prossimo o di Daniela Andreis…

Permettimi un’ultima cosa. Tra “i fogli ondulati e gialli”, che sono “dune del deserto in fiamme”, come tu stesso riconosci, in modo iper-consapevole, i disegni di Francesco Balsamo si alternano con i tuoi testi, come già le immagini di Giampaolo de Pietro, Anna Mosca e Valentina Gaglione si intersecavano con le Estensioni del tempo. Noto che l’occhio che strabuzza, nel primo disegno di Balsamo, si va via via parzialmente ricomponendo, secondo un movimento uguale e contrario rispetto a quello dei testi, salvo poi rivelarsi, di nuovo, pendulo e solitario in chiusura.

È come se la distorsione del nervo ottico, mai detta, mai sbandierata, nei tuoi testi, ci fosse sempre stata, fin dall’inizio, fin dal tempo non ancora esteso ad accompagnare un dettato poetico che la tua attività di performer lega all’orecchio, ma che torna anche, prepotentemente, alla grafia sulla carta.

Per questo scrivo una lettera, che sia tutto flatus vocis… Ma un fiato da vedere anche sulla carta che avvampa (che prende fuoco a causa dell’ossigeno, ovviamente).

Una voce scritta, dunque: una voce impalpabile, imprendibile.

Augurandoti che lo sia sempre.

*

Ed eravamo acqua
ed eravamo fatte a spigoli,
poi tutto sarebbe cambiato.

Una gamba se ne volava via,
per la strada rotolando,
alla velocità di frecce. 

(Decadi)

*

Dimmi che cosa vedi

I

E poi
Sull’erba cammina l’ombra
Sul deserto l’ombra cammina
Sull’erbetta sottile davanti ai colli
gli scialli aperti, sciacalli avventati;
venti avvelenati dai monti
molti altri morti, chiarori
dispersi nelle carte
e nei fogli.
Lattine d’acque sorgenti ai piedi.

Nei piedi le acque emerse dall’era,
dall’erba sovversiva, ch’era estate.
D’alare sogni, invocazioni, anulari tagliati,
vie, nelle gazzose necessarie, come scarpe,
se ricevute in dono domate da maestri
confusi sul fondo del mondo.

I fogli ondulati e gialli:
dune del deserto in fiamme.
E voletti sussurrano calabroni
illesi perché compianti.

[…]

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