Scarti di Magazzino, di Ivan Pozzoni

ivan-pozzoni-scarti-di-magazzinoChe la poesia possa avere temi molteplici è risaputo e fra questi, certamente non secondario, è quello politico, avvalendosi la stessa della forza della parola per portare avanti un discorso in genere più incisivo, meno retorico di quello proprio del politico di professione. E di poeti politici gli esempi sono tanti e tanto per citarne uno assai noto ricordo semplicemente Trilussa. Tuttavia ritengo doverosa una separazione fra chi è politico-poeta (e all’epoca dell’Unione Sovietica ve n’erano non pochi), tutto teso a osannare un’ideologia o un sistema e il poeta-politico, capace più degli altri, di evidenziare i limiti di regimi e anche di sistemi economici, al fine di rendere edotti di ciò che non va e perché non va. Fra questi ultimi includerei, indipendentemente dal suo orientamento politico, anche Ivan Pozzoni, autore prolifico e di cui ho avuto modo di leggere questa silloge dal titolo emblematico Scarti di magazzino. Complice l’attuale grave crisi economica questo poeta monzese ha saputo sciorinare con versi di notevole efficacia i mali che sono alla base del neoliberismo, più che una dottrina economica, una rapina economica camuffata da sistema definito come il migliore possibile, quasi idolatrato, al punto da creare permanenti squilibri e ai più una vita asfittica, incolore, quasi vegetativa, oggetti umani pronti ad essere buttati quando non servono più come accade per gli scarti di magazzino. I versi di Pozzoni non sono satirici come quelli di Trilussa, ma inchiodano nella loro solare realtà, senza retorica, asciutti e densi, quasi stilettate nel cuore della generale indifferenza. Al riguardo esplicativi mi sembrano questi tratti da Milite ignoto e riguardanti il triste moltiplicarsi dei caduti sul lavoro:…/ Marciavi vivido nell’aere mattutino / fremendo brame d’amore adulterino, /  senza intuire neanche di sfuggita / d’essere vittima di un crudele carovita; / marciavi lesto senz’ombra di tristezza, / diluendo i dubbi in avventatezza, / nei tuoi vent’anni di vita amara, / chiamati a chiudersi dentro a una bara. E nelle poesie successive ci sono tutti i nomi e i fatti della crisi economica: dalla famigerata Lehman Brothers alla cassa integrazione, dalla solitudine esistenziale all’anoressia, dai nuovi eroi agli sconfitti di sempre, un giro panoramico sulla ruota di un mondo che sembra girare all’incontrario. Anche chi non si riconoscerà nei personaggi di questi versi scoprirà però che l’unico rimedio all’indifferenza, spesso astratta, che ci accompagna e in cui lenti ci ha rinchiuso il capitalismo neoliberista, è il sorprenderci a pensare  e a provare il timore di finire un giorno come il vecchio dell’Hotel Acapulco (…./ Abbandonata, nel lontano 2026, ogni difesa / d’un contratto a tempo indeterminato, / etichettato come squilibrato, / mi son rinchiuso nel centro di Milano, / Hotel Acapulco, albergo scalcinato, / chiamando a raccolta i sogni degli emarginati, / esaurendo i risparmi di una vita / nella pigione, in riviste e pasti risicati. / Quando i carabinieri faranno irruzione / nella stanza scrostata dell’Hotel Acapulco 7 e troveranno un altro morto senza testamento / chi racconterà la storia, ordinaria, / d’un vecchio vissuto controvento?). Da leggere, senz’altro

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