Commento a “Scarti di magazzino” di Ivan Pozzoni

ivan-pozzoni-scarti-di-magazzinoQuando una lingua, in questo caso un linguaggio poetico, diciamo riferendoci ai versi di Ivan Pozzoni, dunque quando una poesia si spinge nelle traversie d’ogni necessità della vita in vivendo: amore, lavoro e tempo libero: mischiando gli elementi per far un suono semplicemente universale e sicuramente unico: dobbiamo entrarci dentro, nella scrittura; per perderci. Ovvero sperimentare le liriche. L’ultimo libro pubblicato dal poeta di Monza è titolato “Scarti di magazzino”. E se per l’attento Contiliano le pagine hanno come una bussola che conduce, comunque, verso una metà, noi sosteniamo che non può esistere tempo geografico d’arrivo in questa plaquette. Perché il materiale, dal sociale, che Pozzoni qui fa brillare ha certamente un plurale. Però siamo nel prato grigio, adesso, dell’utopia. Allora è certo che il poeta sente un fervore di scontro necessario con lo stato di cose di fatto. Come è sicuro che i punti d’accumulazione dello scarto visti da Ivan Pozzoni sono sconfitta e obbligo di contestazione. Anche dove si rifocillano di glorioso passato. Pure in quanto la fonte non basta. Non basta più. Proprio dove il dovere morale chiede al poeta di spiazzare le cronache della crisi al fine di battere il lamento delle lamentazioni. C’è il potere. E il potere non ci sta bene. Punto. Epperò non può starci bene come ci siamo ridotti. Specie quando prima, ovvero nella pubblicazione precedente, “Patroclo non deve morire”, il poeta aveva messo in difficoltà delle sue stesse contraddizioni. Con il faro rappresentato dalla poesia stessa. Del fare poesia. Ma in questa raccolta trovava, allo stesso tempo, la maniera, forse poi perfino un po’ rifiutata se non addirittura rinnegata, di gestire un rapporto diretto e a tratti intimo con lo stile. Pozzoni, classe ‘76, da saggista s’è molto occupato e s’interessa dei filosofi italiani d’Ottocento e Novecento, dei quali a nostro avviso trattiene l’intransigenza. Che nella sua poesia diventa scontro incendiarlo con la banalità del sopravvivere della modernità del consumo ai tempi della crisi. Ascolta l’inciviltà, Pozzoni. Dell’involuzione culturale del modernismo a getto continuo è schifato. Con i suoi versi prova a ricordarci che ancora esiste l’umanità. Nonostante l’amore si possa guardare attaccato a un palo da discoteca e le possibilità d’incontro, amoroso, possano tradursi in uno slang che mette insieme la lingua della messaggistica da cellulare e la riprovevole fattanza da sufficienza. Sesso, soldi per la sussistenza, uscite inutili. Mentre l’equilibrio generale traballa.

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