Come in punto di coltello – prefazione di G. Fantato a “Intanto il tempo” di Mia Lecomte

mia_lecomteNon ci sono molti poeti, oggi, che sanno dare voce con sapienza e senza retorica agli oggetti, alle cose semplici di ogni giorno, agli animali domestici e a quelli della fantasia o ai personaggi delle fiabe, delle filastrocche e delle ninne-nanne, così come alle figure familiari: Mia Lecomte è una di quei pochi. Lei sa immergersi, infatti, nel mondo della materia, come dell’infanzia, e conferire la parola ai corpi esposti nella loro nudità, come accade in Dark room, per esempio, dove con sguardo preciso e spietato si dice del sesso preso a caso, in solitudine. La poesia di Mia guarda il mondo nei suoi lati meno interrogati e nella sua memoria dimenticata, e lo riscatta, offrendo parola, calore e colore a tutto, così che anche ciò che sembra di poco conto, che si dimentica e va a finire in ripostigli, della casa o della memoria, si mostra a noi che leggiamo questi versi in un’altra luce. È d’altra parte lei stessa a scrivere : “la vita è un aggregato di materia organizzata / dettagli che non lasciano scampo all’azzurro”, come a dire che con le cose, con la loro dura e ottusa consistenza, con la pochezza del mondo, eppure, bisogna fare i conti, dare un senso e sentire tutto ciò che è parte del nostro stesso vivere, senza rifugiarsi in un “azzurro” fatto di lievità celestiali e di sogni. Già in Terra di risulta, il libro precedente di Mia, si era realizzato una ricerca memoriale e vitale per dire in poesia anche e soprattutto ciò che sta tra i detriti, e infatti era quella una raccolta di importante sperimentazione sia sul senso del mondo che sulla lingua, come annotavo nella mia prefazione; ma qui l’operazione di lavorìo, scavo e ricerca si fa ancora più acuta e raggiunge punte alte di lirismo e insieme di pensiero, dove un ruolo fondamentale è giocato dall’ironia sempre sottointesa, in agguato. Intanto il tempo ci regala versi di qualità raffinata, dove si scorge il lavoro svolto sulla pagina per ottenere testi che, nella loro unità e tono, si danno a noi sempre con grande naturalezza, con un ritmo che varia. Battente e tagliente, a volte, sino a farsi spezzato e anche elencativo, altre volte dilata le poesie in slarghi emozionali di ricordo, creando ampie visioni liriche. Ma tutto accade sempre nella compattezza del sentire attento alla concretezza del reale, capace di svelarne il lato d’ombra, il “non-detto”, come nella poesia di apertura, dove il “minuscolo e l’immenso”, direbbe il filosofo Gaston Bachelard, si toccano grazie alla silhouette di una bimba che scrive e “libera le grammatiche, un miracolo/ piccino picciò”, e così facendocolora il mondo, lo inventa, gli dà forma nuova o lo scopre nella sua intima verità, come per un gioco serissimo e insieme lieve, che solo lei sa fare. È ancora al mondo dell’infanzia che Mia affida il compito di dire il perturbante del vivere, come in Casa di bambola, dove “al primo piano comincia il dolore. / Lei è tutta sul letto decomposta” e dove, come in una scena immobile nel tempo della memoria, si intuisce che sta accadendo qualcosa di semplice e terribile, pur senza che venga detto chiaramente, tra le stanze, la soffitta e le scale è in corso un evento tragico e intanto attorno “Rotola una palla, costante, e la polvere è viola”. Tutta la prima sezione, Democrazia dell’ordinario, coglie in un gesto figurine del passato, declinazioni diverse dell’idea di famiglia, attraversa situazioni di vita fermate in un attimo o testimonia di oggetti quotidiani immobili in un tempo fissato dallo sguardo: tazzine del caffè, un piattino sbeccato, lo spago morsicato dal gatto, il cappotto lasciato al suo gancio o la valigia dimenticata di lato…; oggetti presenti nel loro duplice esserci e svanire, come anche accade in Moviola all’uomo che cade, dove la scena è amara e drammatica, ma il tono è controllato, leggero, e con empatia paziente si sfiora il tragico del vivere senza mai nominarlo direttamente: “così l’uomo costantemente cade / perché un uomo che cade fa ridere / e ricade terribile / perché ridere è proprio dell’uomo”. Altri esseri, questa volta presenze del circo, popolano molti dei testi della sezione Kloe o l’intermittenza della materia, e si danno a noi come in un teatro dell’assurdo, metafora della vita stessa. E troviamo “la donna pantera” e “le gemelle  siamesi”, scopriamo i trapezisti, gli acrobati e i contorsionisti, o un clown, un’immagine centrata ancora sul tema del ridere. Mia, dunque, sa svelare ciò che sta sotto, dentro o dietro la superficie e appartiene alla vita, e lo fa sempre, come dire, in punta di coltello: con finezza e ironica sapienza, senza retorica o pose, con una naturalezza che si sente frutto di un’operazione di pulizia della lingua e di scarnificazione del sentire, che però non approda mai a risultati privi di emozione o di forza, bensì a versi che scabri e intensi, a volte più amari e a volte più lievi, si affermano sempre con efficacia sulla pagina. Nelle due ultime sezioni compaiono altre figure, ancora nuove esistenze entrano in scena nel grande teatro della vita. In Dediche ritrose ci sono soprattutto persone care, a volte amici defunti o solo persi per le strade della vita, o anche animali amati, come il gatto Sussi, e tutto viene evocato in un lirismo tenuto e intenso, a volte commovente, come quando in Nom de plume, nel ricordare una perdita si evoca il lago e la sua potenza oscura e tragica, mentre sullo sfondo resta lo sparire della vita. Della buonanotte riporta in scena le creature della favolistica che già da altri libri sappiamo esser care a Mia, ma stavolta tutte al femminile – Raperonzolo, Rosaspina, la Sirenetta, la Regina delle Nevi, Cappuccetto Rosso e altre, riaffrontate ora con la volontà di rileggerle dall’interno, a posteriori, con lo sguardo consapevole, disincantatamente femminile, di una donna adulta – e via via scopriamo la potenza evocativa e immaginifica che è delle fiabe, ma come rivitalizzata in poesia. Poiché, come diceva Cristina Campo, le fiabe sono luoghi dell’immaginario dove accade l’impensabile, eppure è così che smascherano la vita, ne colgono l’apertura e il suo svelarsi misterioso e sfuggente. Proprio come accade in poesia.

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