Sotto gli anelli di Saturno – postfazione di Elio Grasso a “Intanto il tempo” di Mia Lecomte

mia_lecomteIntanto la meccanica del tempo allaga la fantasia del poeta, quando fra abbandoni di ogni specie nemmeno si sogna di lasciare la lingua in mano ai nemici. La negazione della lingua, di questi tempi, sembra uno sport quotidiano come il passeggio serale negli efferati Champs Élysées dell’occidente. Le bande sanguinarie, che hanno collezioni di morti in cantina, allenano negazioni e intrattengono commerci con sconfitte poetiche. Queste esistono di certo, dalla fine del Novecento a oggi, ma che senso ha additare continuamente un passaggio nel mondo che non abbia, nell’etica della poesia, una fedeltà e una capacità di investimento?

Mia Lecomte da molti anni esplora le azioni di uomini e donne che agiscono nelle zone di confine, cammina intorno alle possibilità che i linguaggi, unendosi, hanno di non far precipitare la realtà in uno sfascio insanabile. La democrazia con cui dà il via a questo nuovo libro non è una parola, non soltanto, ma il salto improvviso verso la conoscenza. In termini di pura energia si tratta di liberare le grammatiche a uso dei bambini, perché questi possano piegare il paesaggio alla loro idea dei colori.

Ecco, proprio in mezzo a queste tinte pure e sature si misura l’odore dei pastelli e della carne innamorata in tutti quei gesti che quotidianamente lasciamo andare, mentre Mia trattiene tutto nelle sue parole, quelle che producono calore anche soltanto descrivendo l’apertura di una scatola di pomodoro. E dunque si capisce bene come l’universo può essere pulito proprio nei suoi recessi microscopici, e dato che la realtà è una serie di onde e particelle che tutto possiedono meno che una misura, sembra inutile tentare di uscirne. Tanto vale concludere che basti un pomeriggio per togliere la polvere.

Nel sistema della poesia non c’è differenza fra piccolo e grande. Un giorno è bastevole perché faccia esistere il giorno successivo, e così via. Fra i mobili dell’Ikea e gli anelli di Saturno che differenza c’è? C’è che una poetessa come Mia è capace di istruire sul sorvolo delle lune di Giove come si trattasse di una partita a biglie. La semplicità della sua materia ha il fascino di una valigia preparata con cura, ma senza perder tempo. Tutte cose adeguate perché la sua poesia lasci perdere la chincaglieria oggi in uso (ma i più ingannevoli sono certi presuntuosi giovinetti), e per smetterla una buona volta con i travestimenti. “La vita è un aggregato di materia organizzata”, e siamo noi a non lasciare scampo a eventuali intonazioni diverse del viaggio. Di solito è così. Ma non in questo libro dove la cronaca finalmente s’innamora della storia, o almeno intesse una relazione che anche fosse “pericolosa” sarebbe tutta a nostro vantaggio.

La situazione della poesia non è chiara, ma di tanto in tanto arrivano opere che sanno ancora dare leggibilità a una fetta di mondo. Non sarà la soluzione dogmatica e finale (e ci mancherebbe), ma si tratta pur sempre di un qualche nutrimento, e di un possibile armamentario che dia merito non soltanto allo sforzo ma anche al piacere. E un piccolo imbarazzo, di tanto in tanto, verso la poesia, giova in chi tenta di farla, di farla esistere presso di sé e il vicino di casa. Non bisogna essere autolesionisti, scriveva Spatola, pretendendo poi di fare buona poesia. Si tratta di sopravvivere con tutti gli odori e i malori del mondo, conservandosi una piccola salute. Che vuol dire sganciarsi dagli ondeggi quotidiani appena possibile, anche per pochi minuti, per vedersi “funzionare”.

A una poetessa come Mia basta annusare il vestito della festa per vedere tutta la festa, i cibi e le bevande, perfino le persone che fanno l’amore dietro una giostra. I suoi versi dicono questo, i suoi versi “diventano” la festa, la giostra, i corpi. Dunque non esiste più manipolazione, né cattiva coscienza del clan, né giustificazioni allucinate di un’esistenza. Il debito è già stato pagato, ora c’è tempo per un poema sul tempo e le favole, sulle storie delle rovine casalinghe e dei letti rifatti, dei bicchieri vuoti e di tutte le cose che esistono intorno ma che spariscono con facilità perché sembra non vogliano più avere a che fare con noi.

Mia riesce a dirci che siamo noi a voler far esistere la poesia (“molto poesia”) a ogni costo, contrastando la partenza delle cose, la loro voglia di svanire. La sua scrittura ci parla di un tentativo (certamente riuscito) quasi figurativo perché si trovi un equilibrio tra voglia di sparire e capacità di restare al mondo, soprattutto degli oggetti. Gli oggetti che spesso ci permettono una consistenza, un sentirsi tridimensionali e pieni di qualcosa in mezzo al caos del tempo e della materia. Ecco, in Intanto il tempo, fuori dalle integrazioni, tutto questo c’è. E funziona. E lavora.

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