Mia Lecomte: “Terra di risulta”

terra di risulta lecomteLa famiglia si è smembrata / ed è rimasta la mia testa / a sorprendere l’amore / in prospettiva inusitata / […]…senza / il corpo e i suoi bisogni / senza voce a grugno aperto / la mia testa qui da sola.

Questi sono i versi iniziali e quelli finali della lirica che chiude la raccolta. Il primo verso enuncia come dato di fatto, senza aggiunta di pathos, un accadimento tragico. Il verbo è assunto nella sua accezione letterale e, lasciando che il significato scivoli da “membri” a “membra”, ci lascia immaginare corpi lacerati e sparsi. La testa di lei che parla in prima persona tuttavia, staccata dal corpo, riesce ancora a guardarsi intorno, a sopportare il disastro, a “sorprendere l’amore” e sorprendersene. Sparito il corpo e i suoi bisogni, la testa che si è salvata non è il frammento spirituale della persona, se resta con violenza animale “a grugno aperto”, cioè forse a bocca spalancata, ma certo con energia frontale, anche senza parole.

A questa poesia fa da pendant quella che apre il libro, dedicata a Simone di Cirene, l’uomo che si trovava a passare presso il monte Calvario, a cui fu chiesto di portare, per un tratto, la croce di Gesù di Nazareth. Le parole indicano prima la sorpresa di lui, per questa scelta che non gli permette di sottrarsi, che lo obbliga a sopportare il dolore, quindi seguono attentamente i gesti dell’obbedienza, ponendo così, tra l’autrice e il personaggio in cui lei è costretta a identificarsi, un distacco che non impedisce, anzi impone, il rispecchiamento.

Quest’inizio e quella fine però non sono l’involucro di un libro che abbia per tema esclusivo la sofferenza che la disgregazione familiare e l’incontro con la croce impongono. Il tono unitario è quello di una voce che si riversa a capofitto sulla pagina e si fissa in scrittura, più soddisfatta di proporsi nella sua sonorità e sensualità, di quanto curi di rendersi fino in fondo intellegibile. Emergono, in quella voce precipite, due principali registri: il primo, a cui abbiamo fatto fino a qui cenno, è un tono tragico che si vena, talvolta, di un’autoironia al confine col sarcasmo, come nella prima poesia citata. Su queste corde c’è, nella tristezza, la possibilità di vezzeggiamento dei figli belli e amati, come in una poesia che trovo tra le più intense della raccolta. Si sviluppa intorno a due ripetizioni, come un refrain che compare a strofe alterne, mentre i tre versi ogni volta inframezzati sono quasi un mormorio a mezza bocca su fatti vari, irrilevanti al confronto con quella salda realtà che è appunto l’andare e venire di lei, dentro e fuori la sua pelle, e il ritrovare ogni volta i tre figli ad attenderla in pose gentili, come tre uccellini sul filo del bucato: Molte volte oggi ho passato la frontiera / della mia pelle dentro e fuori / e siete sempre lì tre uccellini / posati sul filo del bucato…[…] / siete sempre lì oggi piccoli uccelli / dall’incerto equilibrio sul filo così semplici /[…] / tre uccellini sospesi sul filo vi ritrovo / ogni volta che parto e ritorno di continuo /[…] / mille volte oggi ho passato il segnale / di questa mia pelle a cortina ora là ora qua / e ci siete sempre voi miei uccellini / ad accogliermi in tre pose gioiose.

C’è dunque, da una parte, un’anima di donna e di madre che soffre, che tenterebbe la  fuga, ma poi sempre si riconosce nell’amore, nella responsabilità, nel ruolo. Ma un’altra personalità si fa ampio spazio in questo libro. La sua voce corrisponde al secondo registro, che rimanda forse a poesie scritte in precedenza, ma che solo in apparenza è tutt’altra cosa dal primo. Mi riferisco a un’intonazione metapop, un comico–malinconico sfumato di erotismo molto esplicito, a tratti infantile. Il personaggio che questo tipo di poesia ricorda, tutto imbevuto dei suoi Caroselli, tutto nella ruminazione delle fantasie che quelli gli provocano, ha richiamato in me la definizione freudiana del bambino come “perverso polimorfo”. Nell’eco di nomi e cantilene pubblicitarie mescola mentine e eucarestie (…non sono degna / alla tua mensa ma dì solo una parola / al limone / alla banana), medita in attesa della defecazione come dovere che compiace alle aspettative, si accende con fantasie sessuali di fronte alla coppia del caffè Paulista.

“Terra di risulta” potrà indicare quindi il materiale di cui, dopo tutto, ci si dovrà occupare, a causa di un terremoto, di una demolizione, di una tragedia, ma anche materiali di un’infanzia che non spegne i suoi echi, enfatizzandoli anzi per le strane e tiranniche vie della memoria. Qui Lecomte combina con bravura i ritmi di una poesia, a priori impoetica ma molto ritmata, a classici infantili e scolastici, così che Topo Gigio, nobilitato nell’identità di unico superstite dall’ipnotico sterminio dei topi di Hamelin, con lievità obliando il secondo più perturbante sterminio di quella favola, canticchia “La spigolatrice di Sapri”, come fosse allo “Zecchino d’oro”.

La donna guarda alla bambina che era, con un divertimento che denuncia un incompleto distacco da quel mondo di crudeltà e favole, di ferree convinzioni e assurdità. E la stessa guarda intanto alla sua vita cercando di trovare un significato religioso alla sofferenza, dovunque la scorga. Molto bella, in questa direzione, la poesia posta in esergo al libro:Pietà di noi, pietà / dell’erba che non cresce, pietà / del tetto e la facciata, degli usci / senza chiave, pietà, dei nostri / ambienti vuoti, pietà del suono e / della luce, ancora spenti.

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