Mia Lecomte: Terre di risulta

terra di risulta lecomteMia Lecomte è traduttrice dal francese, svolge attività di critica editoriale, è redattrice di diverse riviste letterarie, si occupa di letteratura della migrazione (straordinario il volume uscito nel 2006 per la casa editrice Le Lettere «Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano»), scrive libri per l’infanzia ed è poeta. E’ del  2004 «Autobiografie non vissute» edito per i tipi di Manni e nel 2009 arriva alla prestigiosa casa editrice La Vita Felice, nella collana Sguardi curata da Gabriela Fantato con un canzoniere delicatissimo dal titolo  «Terra di risulta».
Le terre di risulta sono gli scarti, la terra che si ottiene scavando ed è proprio la Fantato che nello scritto di prefazione spiega (meglio di me): “(…) indica i vari materiali scaturiti dall’attività di scavo e allude a tutto ciò che resta o si ricava: un misto di terra e detriti, pietre, residuati fossili, non assimilabile ai rifiuti, ma che può essere riutilizzato, dopo un ulteriore cernita”.
Mia Lecomte ha collezionato molta terra vivendo, osservando: molte cose piccole, infinitesimali, particolari innocui, frammenti. Vivendo è cosi: da una parte si “scava” proseguendo la vita dell’ogni giorno, mentre a lato si accantona qualcosa di apparentemente inutile, inezie su cui non è possibile fermare immediatamente, qualcosa che andrà “lavorato” dopo, a posteriori, qualcosa di cui ci si occuperà più tardi. Ed è li, in quell’apparente massa inutile che si nascondono le gemme, le cose preziose. Nel nostro caso specifico, la capacità della Lecomte di vedere quanto altri non hanno saputo vedere, raccogliere, in bilico tra una poesia mai sazia di informazione ed osservazione ed al contempo lingua, ricerca e descrizione trasparente. La Lecomte affronta le cose (i luoghi, le persone, le azioni compiute) conscia dell’ineguaglianza: pieno e vuoto (volendo semplificare), costanza e sottrazione, presenza ed assenza, colte in fallo o nel massimo fulgore. Sembrerebbe il solito discorso/poesia gravitante attorno “all’io” eppure no, così non è: formulando concetti  dell’evento esterno ed arrivando ad una poetica dell’oggetto (evento, persona) eccolo l’orizzonte delle cose, ecco arrivare quella poesia “in re” (come anche in Antonio Porta) quale ricerca del vero. Una poesia come lavoro del linguaggio e che indaga il reale coi propri mezzi espressivi. La forma è così l’incarnazione della percezione e viceversa.
Quattro sono le sezioni del libro con titoli programmatici (Dei vostri luoghi, Oggetti naturali, Viario in rilievo, Bestiari domestici). Se nella prima a prendere voce sono proprio i luoghi e dove dispiega davvero un mondo (da Pompei alla Swissminiatur sul lago di Lugano, dal fiume Hudson ai Carpazi) ecco la sorpresa della seconda: quegli oggetti naturali che vorrebbe il titolo sono invece memorie di una generazione (e coscienza) perduta: le caramelle Zigulì, il TopoGigio, Paulista (il “caballero” del carosello), lo shampoo Vidal, Furia cavallo del West, i Barbapapà; quanti ricordi, vien da dire e che grazia nel renderli così vivi (con una lingua anche allegra, ilare), questi oggetti che sì, erano così naturali e presenti quando ero/eravamo bambini.
In Viario in rilievo, ciò che appare è una topografia di città: uno sguardo a livello di finestra,  ad altezza uomo. Dispiegano gli occhi verso la direzione che guida verso altre persone, luoghi condivisi, spazi condivisi, comunioni. E ancora comunioni per l’ultima sezione, ma tassonomiche: animali veri o immaginari, storie piccole di osservazione, immaginazione o date dalla compagnia.
Scelgo solo un testo, tra i tanti, forse perché richiama alla memoria altro, altrove, mie personali “terre di risulta” che tornano grazie a queste poesie della Lecomte. Il testo si intitola «Pian dei Giullari», località Toscana non lontana da Firenze che vide nei secoli accampare orde di soldati a  più riprese (da Filippo d’Orange nel 1530 a Napoleone nel 1796 – tutti saccheggiatori di terre e beni altrui). Vi posso leggere –oltre che una storia attuale-  anche la storia dei proprietari terrieri nel 1770, quei pochissimi che riuscivano a passare da mezzadri (lavorare la terra degli altri, avere un padrone) all’avere un “livello”, un appezzamento in semi-proprietà (non del tutto, dovendo pagare non solo il laudemio –un acconto per entrare in possesso della terra- ma anche un canone annuo per avere l’usufrutto della terra). Un sogno per molti, costretti a mezzadrie da fame, poter coltivare “roba propria” senza che nessun padrone ne reclamasse. E la Lecomte, in pochi tratti, riassume, concentra, evoca e spiana con pochi feroci ed aggraziati tratti la Storia che (probabilmente) viene vissuta ai giorni nostri. Ecco il testo di Pian dei Giullari:  “D’ora in avanti berremo il nostro olio”./ Le olive sono in terra senza un suono.// Non trovi animaletti, il passo è nero/ dalla torre sui bambini nel cortile.// Sono morti quei bambini e non ricordi./ Amore mio torna te stesso e lasciamo questo colle spento a morsi/ le sue grida ad armi guaste.”

(Già su Alleo.it)

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