Cecilia Samorè – Italia

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Da qualche tempo leggo e rileggo le forme poematiche di Cecilia Samoré, riunite sotto il titolo ambizioso di “Italia”. Il poemetto non è epico, tuttavia: è fortemente polimorfico e disegna una grande molteplicità anche a livello linguistico e tematico. Come accade anche a molti altri autori – penso ad esempio al Garbin di Lattice (Fara, 2009) – l’aggressività verbale di certi passaggi cerca un connubio, spesso non completamente dissociato e, in ultima analisi, fecondo – con il linguaggio dell’astrazione e anche con il tanto bistrattato “poetese”. Nell’estrema frammentazione e moltiplicazione delle voci poetiche che contraddistingue questi ultimi anni di produzione poetica 2.0, anche questo può essere un tentativo, germinale e germinante, di formulazione di una nuova poetica. (l.m.)

 

[…]

 

V.

Semi confusi nella terra il giorno: ore
prive di sapere – credere è più -.
E fossi un animale nella strada di scale,
quattro passi di poco passato,
mai nominerei le case,
che sono senza fine.

[…]

 

XXIV.

Nuova pace e un terremoto:
trema su se stessa,
oscilla su di me che frano sotto
la tua schiena – la colonna –
nel paniere delle scosse,
nel palato intenerito dalle cosce.

 

XXV.

Nel sogno sono all’ospedale, ossessionata
da piramidi e giostre pericolose,
tipo i calci in culo.
Sono come una farfalla nel nulla,
solo che sono morta,
fulminata da una prolunga in acqua.
Prima di chiudere gli occhi ho visto
una barba grigia, bianca,
la periferia lontana un quadro
di spine illuminate,
il dente di leone, un palo qualsiasi,
tutte scie di sangue senza nome.
Allo zoo non c’ho visto più, alla fine
ho contato otto cavalli.
La frusta brucia, un serpente al sole, più avanti
ancora le macerie del terremoto, un mosaico
di bestemmie.
Ma io volevo solo fuochi d’artificio.
Nel mio sogno volo
come il quadrante di un orologio, e il mio stormo
è un labirinto colorato
come l’inquinamento sulla città
che scompare.
Le scimmie testimoniano l’odio.
Nel mio sogno sono su un’amaca e rido.
Volevo dimenticare i complimenti
e donare gli organi salvi,
eco di un addio nel vuoto.
Ero una bella donna prima dello stupro.

 


 

 

Cecilia Samorè (Velletri, 1990) scrive dal 2010. Ha studiato filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Ha scritto la raccolta poetica “Se tu fossi la notte io”, il romanzo “Safàh” (parola ebraica che significa “labbro” o “lingua”), e articoli di filosofia del linguaggio, estetica, semiotica, logica. Ha fondato il blog di critica letteraria Spazio Virtuale Occupato. Nel 2014 il suo racconto “Controllo periodico” è stato selezionato per il concorso 8×8 dello Studio Oblique.

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