Domenico Cara: gli agguati (e i riti) dell’effimero

di Gino Baratta

Domenico Cara
Domenico Cara

Stile di macchia e riti d’agguato sono due sintagmi in parallelo che rimandano rispettivamente a  Tavola delle miniature e a Charta dei siti, le due parti che costituiscono questo nuovo libro di Domenico Cara: Tavola delle miniature, pp.108. Suggerisco nel loro bilanciarsi il rimando evidente da Tavola a Charta ed il suo inverso. Penso che possano essere assunti quali modalità di un ductus scritturale tipico di Cara, oltre che patterns, comportamenti della mente atroce che appartiene ambiguamente sia ad Alice che allo stesso poeta.

“Alice traccia turgide maschere nel vento, con / inchiostri artificiali, astinenze di colloquio, / tesi, sputi, trame divelte, vincoli polivalenti”. Una storia di sdoppiamenti, di identità riflesse, di dissociazione di immagini, proprio nel gusto del travestimento, che, solo può consentire piccole o grandi delinquenze, riusciti, ma anche velleitari, attentati.

Stile di macchia: cioè fuorviamenti, depistages, tranelli e trappole la cui marca sembrerebbe essere esibita: “l’abbaglio surrealista / grammatica eccitante” dove di vero non c’è tanto il riferimento al surrealismo, o quanto l’abbaglio che il referente può determinare; dove di vero c’è un’eccitazione della grammatica, un suo esagitarsi nell’attentato contro il linguaggio. “…non riesco ad abitare strati di in/differenza, le incognite magie, gli eloqui or/namentali, le sintassi adipose, le recite/…”. La dichiarazione va incaricata di una responsabilità che copre l’intera raccolta; anche se la parola antilinguaggio comparirà solo verso la fine. Ma la sua presupposizione può essere ampiamente documentata. “Come un qualsiasi ambiente di teatro / alcuni reperti di idiozia, le penombre / senza averle inventate, certe carte / concettuali, i fili spezzati (all’interno), una fisica dell’urlo, abiti che mortificano / le figure della recita, un bisbiglio qua e là, / sforacchiamenti di identità, e altro, altro!”.

Eventualmente potrà funzionare per Cara un’altra etichetta: quella di espressionismo astratto, purché sia così elastica da accogliere in sé una doppia modalità di intervento scritturale; quella della deformazione, la prima; e quella dell’iperbole la seconda. Il ductus che Cara chiama la connotazione performata, scruta, perlustra e mima ossa e polpe / e una morta anatomia.

Non è che un modo di indicare il proprio stile di macchia, uno stile della deformazione,un suo speculare sul fatto che Certo, la verità ha una lingua in più forme. Il che equivale esigere che al travestito, al ladro, al guastatore venga riconosciuto ogni diritto di intervento. Fino a quello di presentarsi come fatuo dandy: “Un marmo, UN ALTRO MARMO; sono il fatuo dandy / del cimitero, definisco / il lutto nero invaso di fuochi fatui”. L’altra modalità cui si accennava: l’uso dell’iperbole. Cara scrive che l’iperbole reinventa. Vuol dire, dunque, che l’occhio ha questo potere di rendere iperbolico, macroscopizzare il particolare minimo, di reinventarlo fuori delle sue mansioni, funzioni e deleghe abituali. “L’occhio compie i suoi mentali / fotomontaggi, naviga, se non manca / una festosa fantasia / (e alcuni irosi teschi)”.

E’ quest’occhio iperbolizzante che si cimenta nella reinvenzione. Con un cannocchiale rovesciato, con una enorme specula, Cara analizza, estrapola, decontestualizza il particolare: non quello centrale, frontale, ma quello bordurale. Come se lo sforzo dovesse consistere nel cogliere ciò che sta ai margini del campo visivo. Penso che la gran parte di Tavole delle miniature sia leggibile in questa chiave: dentro l’intenzione, cioè, di sorprendere il punto marginale, di attentare a quell’insignificante, il quale –se percepito con lo sguardo obliquo- viene reinventato, connotato performaticamente. “HO LIQUIDATO I REQUIEM / con un minimo girotondo, / ma nell’epigrafe ho inciso / un contrappunto autobiografico: / evitare la follia, almeno col mucchio di ambiguità”.

La connessione all’autobiografico (pur con la riserva di un minimo girotondo) è il modo di accondiscendere alla pretesa dell’io di avere un suo spazio nell’(in)finito, tanto più che questo io ha un cuore dal calore obliquo, e parla una lingua d’autunno. Un cuore dai lirismi trasversali, dai sentimentalismi cui irride: “L’olmo (ancora) imbronciato / non accoglie i coccodrilli dell’alba “ o, ancora, “laggiù le brezze s’azzuffano / contro il sussiego del mare”.

Insomma, prevale uno stile disincantato, da malandrino, uno stile di carogna, come scrive Cara, reso plausibile dopo ogni “ tradizione e oppi”.

Se c’è una pietà, questa potrà esprimersi attraverso la filastrocca ( anche questa, però, sul registro del macabro o del beffardo, attraverso il non-sense.

Sarà, comunque, una pietà da iena famelica, da pantera di schietta ferocia, anch’essa di obliqui sensi. Trucchi, artifici, compromessi con la lingua,  subito smentiti da altre compromissioni, ben più perfide, con i rimari. Gli ammiccamenti, le intese, in una parola, la cinesica di Cara è tutta giocata su un registro selvaggio, il che non toglie che il gusto della iena o della pantera possa assaporare, apprezzare e prediligere le parole anche sottili, arguite solo a metà.

Se la verità è comunicabile con l’ausilio dei rimari, non c’è dubbio –sogghigna Cara- intorno al comunicare. Anzi, c’è una dissipazione, uno spreco di comunicazione.

 “Questo viaggio sospeso fra trastulli / (e rampe), le dissipatio generiche!”.

Tavola delle miniature si pone sotto l’insegna della quest del diverso. La dichiarazione è fin troppo esplicita: “Cerco il diverso / PER AUTODEFINIZIONE / nel multiplo linguaggio del graffito / e della scienza cresciuta” (303).

Diario minimo, notes delle manie, delle idiosincrasie, delle piccole ossessioni, Tavola delle miniature punta ad aumentare la capacità di spazi, di ALTROVI, scommette farisaicamente di dirottare dalle istorie e di coltivare nostalgicamente l’aglio dei veleni. E’ lo stile di macchia.

“Non porto (nel mio viaggio) che fogli di carta”. Su questi fogli s’infittisce un diario di bordo fatto di inezie, di piccoli terrori subiti e inferti, di trasalimenti e sobbalzi dovuti all’impudenza dell’ovvio, al marginale, del cosiddetto impercettibile.

Tavola delle miniature risulta da un’ottica ossessionata dalla vicinanza; e la prossimità, la vicinanza eccessiva, si sa, è deformante; produce tagli, piccole scottature. Ad ogni sincope semantica, che avviene per effetto di  vicinanza, corrisponderà una piccola apocalisse. Ad ogni smorfia, al nero della beffa corrispondono altrettante piccole delinquenze. Ogni miniatura risponde a un tipo di eccentrismo, di acentrismo. In ciò sta il quoziente maniacale che percorre ogni miniatura.

Accanto si colloca Charta dei siti: non più un’ottica della prossimità, ma uno sguardo aereo, idoneo a costruire la mappa, la topologia e la tipologia dei luoghi. Ma anche per questa parte del dittico valgono le istruzioni precedenti: “Ma la catena di objets trouvés /etica per gli schizofrenismi consumisti, / di cose trucidate, velleità in FRAMMENTO DOPO FRAMMENTO”. Anche in Charta dei siti imperversa un retorico sicario, che gestisce il privilegio del cinismo.

Se Charta dei siti ha offerto la chiave per leggere Tavola delle miniature, ora potrebbe avvenire l’inverso. Ma lo si era già detto: si tratta di due parti di un’opera in cui l’una chiosa, esplicita l’altra. Come in Tavola compare la lapidarietà delle epigrafi, così in Charta si accumulano altri epitaffi dementi, ulteriori privati deliri; si frequentano le frange isteriche: anche qui, dunque, i percorsi al margine, al bordo. Ma gli umori, i sinistrismi, i terribilismi di Cara paiono conoscere i loro Oltre, sembrano riconfermare la necessità di un oltranzismo della poesia.

Lingua-sferza, lingua-coltello, una sorta di bisturi che imperversa nella confusione tra sogno e realtà. Ma si veda! “ tra sogni e grifoni, la larva, l’oracolo […] mondo devastato, strettamente legato ad alcuni sinistri sarcasmi, pecore, ali […] nelle galassie con la mia lingua catastrofe e gola, che slitta fra le ciarle, atona, concepibile racconto e formulario di giudizio.

Charta registra siti, aree accidentate, resi più pericolosi da ostacoli, da buie cloache. Le mappe del disuguale, le aree dove il disuguale è variamente distribuito. E l’io, o gli eghi, come scrive Cara, presi come sono da una specie di raison randagia (quasi amorosa) si affidano al caso (se viene), cercano un equilibrio ai labirinti. Siti, questi, che appartengono ai continenti dell’occhio, dove lo sguardo non può che farsi ironico.

Sono savane, paludi, deserti, campagne di limi e sassi, un mondo dell’afa, dove si succedono serie di eclissi, dove si incontrano poli morti, dove il solstizio non è mai esatto. Si sta parlando, Cara parla, dunque, degli strazi (o cose) dell’effimero. Qui si commemorano i riti di agguato.

L’epicentro dell’antilinguaggio sta qui, dove gli agguati sono perpetrati da sempiterne streghe, da penosi coltellacci, da agnelli non assolti. Qui si distende la landa delle simulazioni, degli occultamenti, delle condensate isterie.

Se chiudiamo il dittico, ci rendiamo conto che le due parti combaciano, sono l’una all’altra complementari. Ma che storia è questa? E Cara a rispondere: ”Ciò che ho rubato ai frammenti è un   forma / di vetro, nel discorso di pretesto lo scambio / delle comunicazioni, al ramo il ramo, l’eden già / mutilo, l’esca all’esca; ma tutto sfocia nella / legge che inghiotte e si riforma come morso, / l’inconscio sparso qua e là, l’angolo delle / sinopie s’affaccia al monumento della voragine”.

Fra i libri di Domenico Cara, questo pare essere il più transitivo, il meno sperimentale, il meno compromesso sul piano del rancore linguistico, della denuncia. C’è infatti lontananza sia dal verso etrusco, cioè dal suo elemento spezzato, sia dalla accusa morale di altri precedenti versi. C’è invece un interno disamore che affranca da ogni posizione didattica; c’è la consapevolezza che  l’eresia non guarda mai da un oblò; c’è, qui, l’assunzione di una ironia, di una beffa che investono e internamente deformano l’astratto, il concetto, la nozione solenne di valori che inutilmente tende a spacciarsi come credibile. In tal senso veniva proposta, all’inizio, la formula: espressionismo astratto; ma, meglio sarebbe dire di un espressionismo che corrode e pur si confonde con l’astratto ed il mentale. E ciò per render ragione di un riferimento certamente importante di Domenico Cara a una lingua come quella di Pollock, Wols, Gorky, De Staël e Rothko, “sangue delle loro ferite (assimilabili)”.

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