Dopo il discorso sulla fantasia. La parola è soltanto aforisma: intervista a Domenico Cara

di Silvio Raffo

Domenico Cara 13Il continuo rinnovarsi della qualità dell’aforisma, nella scrittura di Domenico Cara, restituisce alla nostra immaginazione elementi decisivi di tutto rispetto della sua prolificità in questo campo di antichi simulacri e di contraddizioni e, insieme, l’idea di ciò che si mescola nelle possibilità di un testo, tra definizione disperata o quieta e solitudine problematica, accusa moralistica e commento ironico del precario e, qui, in più smarrimenti ariosi, efficaci luoghi d’irradiazione del pensiero individuale, attivamente attraversato dalla visionarietà, opposta a ciò che è convenzionalmente codificato.

Il Vate tramonta, e cerca nella sintesi il miglior modo per non subire il congelamento del sentimento e della sua stessa razionalità; in più estri, voleri non allegorici, ansie di una serie di traguardi che sperimentano la metafora.

Egli fa funzionare così un’interrogativa vicenda di spunti, di fuochi, di frammenti che il dissenso sostiene, e che la maturità rimette in questione come soliloquio, tentando di capire tuttavia la natura della vita, e quella stessa dell’uomo errabondo nelle sue sfere mimetiche, o deposto da discordanze di vuoto e dalle diverse metamorfosi di senso e di contrasto.

Domenico Cara comunica in questi termini i propri punti d’insofferenza, ma anche la sostituzione di liricità, ora mimetica ora sfaldata e complessa, da cui non è mai esclusa la possibilità dell’ultima fiaba.

Ne L’enigma e la strategia (Forum / Quinta Generazione, Forlì, 1986)le condanne societarie non sono né apocrife né centrali, si scoprono nella serie di taccuini, come nel clima della scoperta d’un sogno, su fedeltà indocile e una spregiudicata libertà di intuizioni, e di tutt’altro che labili orizzonti filosofici, senza mancare alle sia pur rifratte e derivate costruzioni della poesia, comunque presente e riappropriabile in tutta la particolarità del volume, qualunque sia il rifiuto d’ogni sua intima conclusione di corpo, di lingua o di messaggio nel secolo angosciato (in frustrazioni, ornamenti).

“L’aforisma!” Come sei giunto a questo genere di percezione, direi così “calda”?

Sono stato sempre abituato ad esercitarmi ad un linguaggio denso, su una struttura a logica direi barocca, onnivora, in poesia e in prosa (la critica d’arte, la critica della letteratura) e quasi in segreto, a latere di codesto lavoro abituale, ho sfidato la brevità del testo, il lampo di scrittura, ciò che avrebbe potuto in apparenza sembrare una specie di contenuto degli avanzi!

Ecco, è una delle prove personali sia per cercare una forma dell’esilio, direi così, dalla scrittura maggiore (o più effusiva), sia il modo di come riscontrare la mia solitudine ulteriore attraverso e al di là della recita e della letterarietà dell’espressione in un momento di più secca, ma non meno fervida, sensazione dell’interiorità.

E’ un gioco orizzontale o una specie di artefatto culturale con cui si pronuncia meglio la cosiddetta microtestualità prevalente?

Dopo i primi appunti, gli usi formali delle iniziali circostanze, ho riscontrato che il labirinto in cui ci s’immette è il medesimo dell’altra scrittura e che anzi il ductus aforistico non deriva quasi mai da un’improvvisazione potenzialmente restrittiva o dal travalicamento di ingorghi verbali, ma da un gioco più teso, ha criteri prospettici che si fano dialettica dell’istanza, punto di fuga della coscienza e del pensiero, fissati in una maggiore responsabilità. Anzi, in codesti stati di colpa, di particolarità esecutive del possibile  moralista, interviene spesso la questione ironica per vincere la probante algidità del disincanto; il repertorio deve essere combinato su spazi ludici, proprio riorganizzando la disistima per le finzioni e per tutto ciò che è contemporaneo.

Quale senso dunque nell’aforisma o, meglio, quale dialettica di sensi?

Esiste una legge della scrittura anche per l’aforisma, ma i sensi sono molteplici, proprio perché il loro paradigma deve evitare di sembrare freddo o inutile, sentenziale o dotato da domini superflui, o reso soltanto come prova di fatti, anomali ipse dixit pretestuoso o spocchioso. Il senso poi è lo stesso dissenso per molti percorsi civili, esistenziali, in cui l’uomo è centro o vittima elementare legata alla costruzione della società stessa, nella coscienza negativa che attraversa il nostro tempo, anche quando l’evasione tenta di riportarlo all’astrazione e all’ottimismo.

Che importanza ha in esso il colore del frammento?

Il frammento, come sembra si disponga l’aforisma nelle decisioni di crisi della mia scrittura, comunque dà l’idea di ciò che nello “stile” è logorato, di ciò che turba l’intelligenza e si estrinseca come erranza, dettaglio smarrito, grumo delle rovine e ipotesi proiettiva e mobile di ciò che significa e no, di ciò che s’interroga con scetticismo (sociologico). (Ci sono innumerevoli esempi ne L’enigma e la strategia e nei precedenti volumetti aforistici e, ovviamente, negli inediti, che tra l’altro non sono pochi, né minori a ciò che finora ho pubblicato).

Indubbiamente non intendo dare giudizi ad alcuno, a nessuno infliggere le mie tesi o le opinioni con qualche frase immobile e sicura per tutti come una formula: trasmetto le mie delusioni per gli alti eventi, constatazioni sulle minacce e la violenza contro l’essere, la vita collettiva, sebbene spero che qualcuno sia interessato alle interpretazioni (o immagini del dubbio), e che esse abbiano influenza, al di là di particolari chiavi risolutive, dalle quali peraltro sono intimamente disancorato e distante.

Che uso fai della “moralità”, e come è corretto il genere di comunicazione che intendi offrire rispetto al verso, alla realtà tracciata come dimensione del poetico tout court?

Nella varietà dei registri aforistici: schema morale (e della fiaba) rettifica del luogo comune, operazione onomatopeica, scissione poeticistica in rima, scena del microsogno con incubo essenziale, gioco di ansie e di lacerazioni emotive, deviazione (nell’indefinibile o buio contrasto) dell’immagine del futuro, ironia con sarcasmo e graffi, sono in qualche modo l’indicazione e il documento del disequilibrio dentro cui la società si muove e ti obbliga a riattivare la pazienza, il conforto nascosto, la resistenza stilita, ecc., pronuncio –su cauto controllo- una serie di stupori del quotidiano, la provocazione insistente intorno alla perdita della dignità, i tristi intrighi, gli edonismi spietati, gli occulti precipizi del potere, la strategia delle norme su tutta la mappa, dove qualcuno continua a lavorare con i fili elettrici del disfacimento e del delirio silenzioso. Adopero l’immagine della perscrutazione e dell’intimazione di reato nel pericolo del presente e del Dopo, indicando ciò che non s’è assunto come responsabilità e la vuota trascendenza strettamente oratoria e discutibile nella regolamentazione del tragitto politico, che impara sempre meglio a pedalare sul dolore e il lutto delle masse sia pur macro-organizzate! Non è quindi una moralità aprioristica, determinata dalla passione per l’urto e il dissenso, ma una riesplorazione delusa dei fatti, intrisa di commozione e paura, nella drammatica o addirittura  tragica continuità degli accadimenti.

Quale lo spazio speculare, e quale l’ascolto dell’esigenza interiore?

In effetti le occasioni per scrivere degli aforismi sono molte. Le si ricavano dai sommovimenti psicologici e da certe amarezze conflittuali, dalle varie letture, dall’idea di possibile rivalsa sull’ingratitudine e l’emarginazione che ognuno di noi subisce, dai diversi avvenimenti psichici in cui la relazione diviene scrittura concettualizzata, metafora della difesa individuale, riflessione navigabile, campo di concentrazione meditativa.  Il ridimensionamento di certe assurdità e trasformazioni clamorose vengono riportate in forma di anelito e di calembour, di progetto narrativo, di organizzazione impaziente e circostanziale per il vissuto, il da vivere, per cui la stessa messa in difficoltà si traduce in motivo speculare e partecipazione decisamente pensante, sebbene in modo tutt’altro che attivo, molto probabilmente perché spesso le battaglie a tavolino possono avere timbri differenziali da quelle in pubblico, ma non diverse dalla qualità vitale. L’esigenza interiore è parallela al mio stesso genere di scrittura poetica e saggistica, il fervore indubbiamente ha tempi più lenti; non tutto ciò che è “breve” corrisponde a qualcosa di “aforistico”. Si leggono  moventi e luoghi analoghi qua e là tra i poeti (soprattutto recenti e presenti) ma non trovo quasi mai il movimento in qualcosa che pretende di rivestire codesto ruolo o concordanza razionale. La “specularità” deriva anche dal modo di osservazione dei casi agenti, dell’ambiente delle incidenze che hanno con il referto della vita e sulla vita comune, le sue illusioni, il mistero, le molte identità di richiamo e di visualizzazione, inscritte nella concretezza ma, soprattutto, nella spiritualità dilaniata da troppi contemporanei filosofemi e dal dolore, dalle perdite di contatto con i valori (che non corrispondono a quelli del desiderio di massa, o espressi dai pubblici dalle gesta colorate e straordinarie)!

Come promuovi l’intensa rete delle provocazioni, la casualità reale e intenzionale, vista la continua efficienza e aperta disponibilità a questo modello, indubbiamente non inedito, direi per  molti aspetti “rivisitato”?

La duttilità della scrittura, l’invenzione medesima, godibile o meno, non fanno slittare facilmente nella “ripetizione” l’itinerario dell’aforisma dalla sua civiltà coscienziale, anche perché l’intervento in esso è libero da schemi sentenziali, si distribuisce come rapporto disomogeneo; riparte sempre da una propria diversità, tanto che in più punti diviene sintetica fantasia e allusivo diario, capovolgimento del leit motiv moralistico e dirottabilità verso il metaforico, casualità della deriva e paesaggio del lapsus, configurazione inoltre raccontata e ribellione irrisolta e cangiante, malinconia rarefatta e memoria dell’oppressione, e così via, su sensi infiniti, a distanza da calchi epigrammatici antichi e romantici. E’ qua e là un’irriflessione anticonformista nel già tutto detto e scritto, proprio dopo la morte e la difficile vita che hanno ormai i gesti e le decifrazioni aforistiche da Marziale a Giovenale, a Queneau, a Flaiano.

Come cerchi di evitare allora la “ripetizione”?

L’aforisma è una liberazione indispensabile, proprio perché in esso rielaboro in fondo delle personali devianze, nel momento della catastrofe e in quelli del silenzio assoluto, che faccio intorno a me in una Milano sediziosa e indifferente, che fa venire spesso una stretta al cuore e ti oppone dubbi per tutto ciò che fai e, senz’altro, condizione inevitabile, da non poter ormai più cancellare o disfarsi per darla vinta alle vie convenzionali e contingenti o irriducibili nei discorsi sull’autorità e il perbenismo, mai sufficientemente neutralizzati da altre scritture. I bagliori medesimi che si (ri)producono divengono –tra l’altro- gioia della scrittura, passaggio anomalo e divertente della visione del Male e dell’effimero, non diventano mai proverbio, mentre si rintracciano irruzioni diverse del messaggio con più ammiccamenti mutuati inoltre dalla stessa ironia e sdrammatizzazione suppletiva. Il suo scenario rilassante è tutt’altro che inutile al mio stesso riesame di improprio abitatore del  mondo perché sognatore oltremisura, e non per rassegnarmi, ma per vincere la dissolvenza e il panico di una scrittura meno ansiosa e rabbiosa, più quieta, assai vicina all’estasi dell’amarezza e, forse, più avvolgente per ritmo di esecuzione e filo di lingua.

Quali problemi riesci a risolvere con codesti raffinati e porosi modi dell’essenzialità a corto circuito scritturale, nella fisionomia generale del tuo rapporto con la letteratura e la creatività?

Non sono stati molti coloro che hanno saputo leggere i miei aforismi. C’è chi ha reso assoluta l’energicità poetica e, addirittura, ripresa come versione parallela e spostamento certo della poesia in scrittura dell’aforisma, “miniatura” sia pur “preziosa” della conoscenza e sua metamorfosi. C’è chi ha temuto sulla loro possibile stanchezza, anche perché gli spazi ad essi concessi dovrebbero essere quelli di uno per pagina, per meglio intendere, riflettere, assaporare il senso e il de-senso dall’ovvietà, e su tali connessioni, simboli, scorie in dosi e minuetti persino sospettabili poter intervenire  (non nella successione offerta dal numero 15 / 20 per pagina, o di quello che io stesso ho…imposto). Il lettore dovrebbe scegliere a suo piacimento nel contesto dei fogli, lontano dalla fragilità psicologica che intende leggere una poesia, un racconto, un romanzo, o nella pregiudiziale di una serie di slogan più o me no difficili e ameni, di diversa natura e portata significante. Non riesce finora a misurarsi con le sue troppe opportunità meditative, sfugge il contatto con le pulsioni, i reticoli imbrigliati, le sintesi inarrestabili, le tracce di disegni possibili e anche di roghi. Ha paura di essere travolto dalla marea delle loro richieste, che è marea della storia, che è marea della imagerie sostanziale e del motto di spirito e, quindi, della vita stessa. Egli ha bisogno di leggere classicamente “tutto d’un fiato” e con il  minor sforzo possibile, e qui il “fiato” deve adottarlo insieme al pensare, non è in linea con la fretta, né col divertimento. Questo perché la fonte degli esiti si è posta soprattutto nel lettore e –in ogni caso- nel lettore / critico, che ormai preferisce leggere sillogi sommarie di versi e altre lesioni poetiche, per la sua stessa gioia dell’approssimazione e dell’arbitrio di confidare per lettera la sua lettura monoloquiale, invariabile, somigliante a tante altre per plaquettes che attendono lo storico turno per un giudizio!

Quale futuro dunque per un metodo di esprimere un pensiero in effetti tutto tuo, la cui riflessione richiede –tra l’altro- notevoli tempi e spazi grafici per il più concreto consumo?

Sancita, forse, la caratterizzazione della duttilità scrittoria (e i vari stimoli di devianza, tutt’altro che mitici e se mai rigeneranti), ecco: ognuno può leggere gli aforismi irregolarmente, incominciando da qualsiasi pagina, da ciò che ha colpito, o da ciò che incalza in essi e secondo il gusto della penetrazione e dell’insidia progettuale. Anch’essi sono movimenti vulnerabili, candidi, direttamente percepiti e improvvisamente, in paradigmi e, quindi, isolati l’un dall’altro. La loro verità e deriva di trasmissione non impone sequenze ossessive di pagina dopo pagina. Non sono farciti se non di dichiarazioni innocenti, di bersagli sia pur concettualistici aperti, e basta qualcuno per essere coinvolti o conquistati da una folgorazione d’interesse, far dilagare un’autoanalisi docile e privata. Sarà il futuro del loro consumo, ed esso è proposta spesso come alternativa autobiografica proprio per non avventurarsi mai nella cognizione di colui che –in ritardo sui tempi e i malefici universali- pretende di giudicare con imperturbabilità e spada incandescente!

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