Luca Ariano: ‘Contratto a termine’ – nota di F. Alborghetti

di Fabiano Alborghetti

contrattoa  termine arianoIn tempi di memorie fittizie, affetti e dolori esibiti in televisione (e come merce proposti), in tempi di finzione e assenza di memoria perché la memoria fa audience solo se manipolata e aiuta a vendere un prodotto o una idea, il libro di Luca Ariano (apparso per le nuove e coraggiose edizioni Farepoesia di Pavia) appare come una illuminazione. Contratto a termine –come dice infatti Francesco Marotta nell’ottima prefazione– è un libro la cui scrittura è animata e sorretta da una profonda ragione etica. In contrapposizione al guardare passivo (dei fatti, della Tv) Luca Ariano è lo spettatore silenzioso ma presente, che tutto raccoglie e che nulla tradisce: rimanda infatti un memoriale universale raccontando microstorie, fatti solo apparentemente inutili all’assieme. Raccoglie voci, vissuti, province; recupera testimonianze involontarie e normalmente poste in secondo piano per portarle a galla. Le sue storie non sono vere e proprie storie, semmai a prima vista possono sembrare un’enunciazione di fatti su cui riflettere o racconti apparentemente fini a se stessi che non presentano, nella maggior parte dei casi, la classica struttura narrativa (anche se la scrittura avviene in poesia): non c’è introduzione, né svolgimento, né conclusione intorno a ciò che viene narrato (solo apparentemente) ma dietro l’immediatezza e il chiacchiericcio dei suoi personaggi si intravede il limite di certi pensieri e di certi sentimenti e la difficoltà nel dire la condizione umana a voce degli stessi personaggi che si tentano nella vita, che giocano il proprio ruolo impreparati, disadorni, disarmati ma offrendo involontariamente una narrazione totale, a chi capace di coglierne.

Leggendo Contratto a termine non posso non fare un parallelo con un passaggio dello scrittore e saggista Ruggero Jacobbi (Venezia 1920 – Roma 1981) tratto da Teatro da ieri e domani quando egli scrive: “Gioco di costanti imponderabili, di fatalità e di sorprese, di contingenze logiche e di sfondi irrazionali, l’esistenza umana – o, più giustamente, l’esistenza sociale – contiene, diluito, informale, il romanzo. Ogni istante della vita e un episodio di racconto. La sequenza delle istantanee appare come destino, e il destino rimane la sostanza maggiore dei romanzi. “ Luca Ariano si contrappone alla narrazione letteraria usando un linguaggio molto più pregnante e sintetico: la poesia. Frammenti di destino di signori nessuno (non sono personaggi noti, se non per l’abitare l’affetto o la storia di qualcuno) che con sincerità emergono da un humus cumulativo. I protagonisti delle poesie di Contratto a termine non sono eroi quanto anti – eroi, simili al loro creatore, che cercano disperatamente nella banalità quotidiana quella trasparenza e quei punti saldi per la loro identità: Il commesso, l’impiegato, l’assistente, il “profesur” tutti “uomini e per sempre” (citando Pagliarani).

Luca Ariano non ci racconta storie di individui particolarmente invidiabili o di persone “vincenti”: narra invece le storie di personaggi per così dire border limits, equilibristi che camminano sul filo del tempo e che da un momento all’altro dal tempo saranno inghiottiti, seppelliti nel silenzio nonostante l’unicità del vissuto personale. Capacità dell’autore è però farlo senza retorica, senza piaggeria, scrivendo in una lingua piana e strutturando il libro in 6 sezioni con ognuna un peso (Transazione; Calendario Giuliano; Contratto a termine; Nuovi contratti; Genti dolorose; Omaggio a Giorgio Piovano). Non so indicare con certezza quale delle sezioni sia maggiore o migliore di un’altra, avendo l’assieme un equilibrio ed una saldezza davvero forte. Ma una nota a margine la voglio dedicare all’ultima sezione, quella dedicata al poeta e attivista Giorgio Piovano, deceduto prima di poter scrivere la prefazione al libro, come era in programma. Ariano riprende la poesia di Piovano “Poema di noi” e la trascrive per intero, a chiusura e sigillo del libro. Un omaggio sincero ai tutti noi, alle nostre storie, alla nostra invisibilità, alla nostra unicità di essere umani con la fatica che comporta, di respiro, vita e lavoro.

(già su alleo.it)

Vito ex partigiano – già allora lo chiamavano
il terùn – ha combattuto
nei GAP ma ora vive col respiratore dieci ore al giorno:
non ci sta più con la testa e ti racconta
che lui lì era di casa… quelli sì sono bravi ragazzi
– non sa di baci e strette di mano cose loro – .
Suo figlio s’è bruciato i polmoni d’Eternit
in trent’anni di cantiere e suo nipote Nino
ti porta in qualche bettola a cenare;
cibi discount – studente fuori sede –
ma poi dal bancomat preleva un’altra serata etilica.
Teresa e fiulin in un caffè un po’ chic
paiono usciti da un romanzo francese;
tra le pareti si respira sapore di moka
e fumo di castagne cotte in padella
– quella coi buchi che ti ricorda focolari –
e il tramonto su tangenziale tra pali e fili
brilla anche su cupole e campanili.
Arriva il freddo porco a soffiarti la bocca
di tosse e starnuti e il volo d’uccello
è solo l’arrivederci d’un abbraccio.

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