Luca Ariano: ‘Bitume d’intorno’ – nota di Mimmo Cangiano

di Mimmo Cangiano

luca arianoIl blob poetico di Luca Ariano si aggira per le strade di un mondo che appare “alla frutta”, contempla quasi in silenzio la decadenza chiassosa che ci accompagna, si serve spesso di un montaggio cinematografico, audio e video, che registrando commenta, ma raramente interviene, preferendo lasciare allo stesso montaggio il giudizio.

Eppure Bitume d’intorno è attraversato da una gioia sottocutanea, un sentimento crepuscolare che tiene unite le cose al poeta, un poeta che non si erge moralmente sopra il mondo ma che comicamente ne fa parte. La Lomellina diviene allora paradigma di una situazione dell’umanità ed Ariano osserva e raccoglie le voci che gli passano accanto, quelle delle persone in strada: «ci rubano le donne!», poste alla stregua di voci e rumori provenienti dalla televisione, le immagini dei film che si ripetono a getto continuo ed entrano a far parte della realtà stessa.

Non manca quasi nulla: la gente in coda per i dvd blockbuster, i Lanzichenecchi al Sacco che scendono all’aeroporto, le note di Piero Ciampi, le notizie d’attualità, i videotelefonini, il dialetto, gli iper-super-maxi centricommerciali (novelle cattedrali del deserto), un altro «”sfattone” ecstasiato steso alla stazione / …anche il 2 agosto», le discussioni sulle prodezze del Napoli di Maradona, i contorni di una generazione cresciuta coi cartoni animati giapponesi sulle reti Fininvest e di quella precedente, se possibile ancora più nevrotica.

Ma attenzione, il detrito linguistico che Ariano mette in atto resta appena accennato; preferisce un detrito tematico, e lo Zanzotto di Si, ancora la neve fa da epigrafe accanto al De Gregori de La storia siamo noi, e neppure si può parlare di satura per Bitume d’intorno (malgrado il titolo), perché la saturazione del reale e del letterario, pure in atto, manca di limacciosità, la poesia di Ariano non riesce a divenire fastidiosa a se stessa; pervade i suoi versi una strana gioia di vivere, di scrivere per lo meno. La forma, anche nella realizzazione di un ossimoro costante e permanente, vivifica di sé il contenuto e non gli permette di odiarsi.

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