I gesti di un’esistenza non epica. Appunti critici su ‘Katrin’ di Ida Travi

Katrin_di_Ida_TraviNe ha per tutti Katrin, la donna-bambina protagonista dell’ultima raccolta poetica di Ida Travi Katrin. Saluti dalla casa di nessuno (Moretti&Vitali 2013, pp. 48, euro 15,00).

Con questo nuovo libro Ida Travi prosegue l’originale percorso tracciato con TÀ poesia dello spiraglio e della neve e Il mio nome è Inna, inaugurando il ciclo di ciò che in altre occasioni ho avuto modo di definire ‘nuova mitologia contemporanea’, un’ epopea postmoderna che narra non le lunghe gesta di grandi eroi, ma i gesti brevi di chi semplicemente è sopravvissuto. Un’odissea contemporanea che disegna mappe inedite e conduce ad approdi sorprendenti.

Come nota Alessandra Pigliaru nella sua postfazione, i personaggi che animano la poesia di Ida Travi stabiliscono «un’occasione unica nel panorama poetico contemporaneo e diventano essi stessi il passaggio verso la profondità di una storia che è anzitutto la loro.»

Il luogo inospitale di Katrin. Saluti dalla casa di nessuno sembra un ex deposito polveroso «da tutti chiamato casa, o casa di nessuno.[…] Chi passa dal vialetto lì accanto getta uno sguardo e pensa: presto la casa sarà demolita, tutti dovranno andarsene».

Da «dietro le inferriate, oltre il vetro rotto» si vedono andare e venire Katrin, Usov, Suri e Van: quattro esseri umani «dai nomi mondiali» appartenenti alla «schiera dei parlanti, da tutti chiamati Tolki». «Penso a un Tolki – scrive Ida Travi in esergo – come a un parlêtre, un essere marchiato dal linguaggio. Parlêtre è un neologismo di Lacan che fonde l’essere al linguaggio, nell’atto della pronuncia».

Con l’obiettivo di «rompere con la tradizione della metafisica intenta a “pensare l’essere”» piuttosto che farne esperienza, i Tolki «assumono su se stessi il peso d’un linguaggio povero, duro come una colpa, leggero come una liberazione», proprio come il linguaggio degli snapshot poetici di Ida Travi. È la sintesi di brevità, immediatezza e intensità dei versi a suggerire l’analogia: i componimenti di Ida Travi possiedono la fugacità delle istantanee; hanno una struttura effimera, precaria, proprio come il presente che narrano. E come per ogni presente, ciò che in essi vi è di importante non è tanto quel che accade e passa, ma la traccia che del passaggio resta.

Il meccanismo è quello proprio dell’ascolto. E infatti la poesia di Ida Travi è strutturalmente intrisa di un’oralità sapientemente intrisa delle tipiche figure retoriche e dall’uso costante della ripetizione. Arcaicità e contemporaneità sono i tratti tipici della poesia di Ida Travi, sempre risultato di un gesto di spoliazione: «Ogni mattina, a turno, i quattro gettano il grembiule a terra e restano lì, vestiti di poco o niente. Allora si riconoscono l’un l’altro, nella ruggine, nel candore». E in questa ruggine e in questo candore si raccontano, verbalizzano il loro riconoscersi: fanno luce. Così, quando gli occhi si spalancano sulla nuova visione, tutti pensano: « no, la casa non sarà demolita, nessuno dovrà più andarsene».

L’etimologia ci insegna che la poesia è prima di tutto un fare; cioè un gesto. Mi figuro il gesto di Ida Travi come un’unghia che, con ostinata delicatezza, gratta una superficie preziosa ma corrotta, resa invisibile dagli strati di ruggine, polvere e oblio che la ricoprono. Il mondo che si intravede sotto la crosta della storia non appartiene a un universo parallelo: non è un altro mondo, ma questo mondo.

L’invito della Travi a un recupero del rapporto dell’essere umano con la (sua) natura non nasce dalla nostalgia del passato né da un rifiuto dell’intelletto tout court; piuttosto è il frutto del presagio di un presente che già accade sotto gli occhi di chi ha guardato troppo il dito dimenticando di vedere la luna. E infatti «… com’è cieca la rosa rossa…| Non vede la mano la rosa rossa, non distingue | il miracolo dal castigo».

Katrin possiede un’alta dose di realismo. Il riconoscimento della gravità della situazione – «Il mondo è a pezzi, tu non lo rimetterai | insieme col tuo sputo» – non si traduce in un pessimismo cosmico e inoperoso, atrofizzante. Al contrario, la raccolta è sottilmente disseminata d’un certo ottimismo esistenzialista, nel senso del precetto della responsabilità dei propri atti – «Qui c’è il libero regno del tuo spirito | Usov, tutto dipende da te ». Pure si intravede qualche speranza – «Ci salteranno in braccio, i fiori | ci salteranno addosso, i fiori | nell’improvviso singhiozzo del prato» – a controbilanciare una  altrimenti troppo penosa condizione – «Il mondo non è meraviglioso | non viene a salutare, niente culla».

Così, anche se il mondo ha perso la direzione e non resta altro che «cecità», Katrin ne è sicura: «Usciremo da questa storia». La speranza è che abbia ragione, anche se fa paura pensare di che altro saremo capaci – «Poi è venuto il sonno generale | come un falco è venuto | il sonno generale | e tu che hai fatto? | che hai fatto?… | Hai soffiato sul lume | perché non capisci niente | niente! ».

(Già su Il Manifesto, 8 febbraio 2014)

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