I Poeti dei poeti n.1: Matteo Bianchi intervista Daniele Serafini

Copertina_I Poeti dei poeti

Quando eravamo re, «suite poetica in dodici movimenti» istintivi e fortemente ritmati, è uscita nel 2012 per Mobydick (Faenza), quale terza e ultima sezione dell’omonima raccolta. Di recente è stata riproposta in veste artistica dall’editore Danilo Montanari (Ravenna) e affiancata agli scatti vallivi di Matteo Sauli. Fotografie irreplicabili, poiché eseguite con una Polaroid “vecchio stampo”, strumento che intrinseco contiene un monito: ogni sguardo nell’obbiettivo non è eguagliabile, ma si concretizza e finisce in quell’attimo, nell’assoluto della prima impressione. «La pianura è dentro di noi» – l’incipit – frutti di una terra da cui siamo nati e cresciuti, e della quale siamo le note del pentagramma; lo spartito di Serafini attacca echeggiando le gru di Dante, che «cantano l’esilio / evocando la struggenza» e prosegue a metro acquatico attraverso il bagaglio classico dell’autore, con riferimenti sia al mythos – «ladri di fuoco» alla maniera di Prometeo, che trafugò la fiamma rubata quasi fosse il primo amore “terrestre” – sia all’epos greco – «di quando eravamo naufraghi» come Ulisse –. Il titolo è il “LA” del direttore d’orchestra, la chiave di lettura: quando eravamo re, imperfetto totale, è l’instante in cui ognuno di noi realizza che tutto sia già stato scritto nella nostra essenza, la direzione del vento al quale volgere la vela. Sebbene non sempre si possa mantenere.

Daniele Serafini, nato ad Alfonsine (Ravenna) da una famiglia originaria del Triveneto, dopo la laurea in Filosofia si dedica alla scrittura creativa e alla traduzione poetica. Nel ’93 con Paesaggio Celtico è finalista al Premio “Diego Valeri” per l’opera prima; nel ’98, il suo Eterno chiama il mare (1997) riceve una segnalazione di merito al Premio “Eugenio Montale” e, nel 2013, con Quando eravamo re riceve un’altra segnalazione di merito al “Premio Internazionale Città di Marineo”. Sue liriche sono state tradotte e pubblicate in numerosi paesi europei. È presente in alcune antologie tra le quali Trent’anni di Novecento. Libri italiani di poesia e dintorni (1971-2000), Castel Maggiore, 2005, a cura di Alberto Bertoni. Si è occupato di poesia futurista nel saggio “Alceo Folicaldi o della fuggente nostalgia della vita”, in Note futuriste, Bologna, 2010. Vive a Lugo di Romagna dove si occupa di attività espositive e dirige il Museo “Francesco Baracca”.

Se ci vuole coraggio per restare
Nei luoghi del proprio vero sentire,
occorre disciplina per andarsene.

Da Epilogo in forma di prosa


Angelo Andreotti, Daniele Serafini e Matteo Bianchi con il volto marmoreo di Ariosto
Angelo Andreotti, Daniele Serafini e Matteo Bianchi con il volto marmoreo di Ariosto

Nella plaquette, della quale il sottotitolo è «suite poetica in dodici movimenti», si avverte, appunto, una musicalità costante: personalmente l’ho ritrovata nella metrica cantilenante, che emula il fluire di un corso d’acqua, piuttosto che il fruscio delle chiome dei pioppi sugli argini o quello delle canne sulle rive. Tuttavia dietro la struttura dei componimenti, si cela anche una motivazione concettuale a riguardo?

«L’idea di sottotitolare la plaquette attraverso un riferimento musicale nasce dal fatto che, quando ho iniziato a scriverla, ascoltavo continuamente le suites inglesi e francesi di Bach. Da qui l’idea, anche per evitare di chiamare la composizione “poemetto”, che mi sembrava fuorviante per il lettore. Non dimentichiamo che “suites” in francese significa successioni e questo interpretava felicemente la struttura del mio testo, tanto più che le suites iniziano con un preludio, proprio come Quando eravamo re. La ricerca della musicalità, che caratterizza gran parte della mia produzione poetica, giustificava poi la suddivisione in movimenti (nella musica classica sinonimo di tempi)».

«Qui, dove lo sguardo / penetra l’attesa»: spesso l’esistenza è attesa di qualcosa o qualcuno, non sempre desiderato. Attesa che si materializza ne «l’urto del tuono» premonitore, che sopraggiunge prima dell’immagine visiva; dunque la Natura anticipa la Musa stessa, poiché «E in quell’ordito / impuro di forme, / l’ingenua metrica, / nell’ansia del divenire»?

«La Natura è per me un grande bacino di ispirazione poetica, un cosmo carico di mistero e tracce mnestiche dove è riconoscibile la nostra materia emotiva, è infinito accoglimento e infinito assente, per usare due espressioni di Zanzotto a me care a proposito del paesaggio. Accoglimento in quanto luogo di elezione, assente quando ci appare estraneo, indecifrabile, perturbante. A proposito del tuono, per restare in ambito musicale, saprai che nella Sesta Sinfonia di Beethoven, la Pastorale, nel terzo movimento è proprio il tuono, preannuncio del temporale e dello scatenarsi degli elementi della natura, a preparare l’idillio finale, una delle pagine più belle del repertorio sinfonico».

Rendi l’impressione della prima volta come «stupore aurorale»: nella tua poetica è tanto importante siccome libero da preconcetti?

«È un tema che nella suite ritorna come l’immagine dell’Eden che io definisco “mio rifugio insondabile”, quasi volessi richiamare, con Rousseau, di cui sono stato un appassionato lettore, una condizione primordiale di innocenza che solo lo sviluppo della civiltà corrompe. Nelle Fantasticherie di un camminatore solitario questa dimensione è molto sentita e resa con pagine di straordinaria bellezza».

«Noi possiamo solo / traghettare / le anime morte» – hai cantato – portarle con noi, conservarle immortali dentro di noi per un altro segmento e trapiantarle, quasi fossimo tutti un poco Caronte. Cosa significa farsi carico degli altri, compreso il loro dolore?

«Significa portare con sé la loro storia e, nel fare questo, riconoscersi come parte di una vicenda umana che attraversa le generazioni, fondando in tal modo il nostro radicamento in un racconto comune che ci lega ai nostri antenati. Significa aprirsi all’esperienza del dono che, a differenza dello scambio, non presuppone alcuna ricompensa. Noi siamo la nostra storia, e siamo anche loro».

Cosa intendi per «la trama intravista»? Quale valore possiede l’intuizione nella creazione poetica, ovvero quel cosiddetto “sesto senso” cui si attribuisce anche il contatto con l’aldilà?

«L’intuizione è decisiva. Giorni fa, sistemando alcuni vecchi scatoloni, ho ritrovato un ‘quaderno’ scritto a diciassette anni: frammenti, poesie, aforismi. Ho scoperto, non senza stupore, che in quelle pagine, in nuce, erano già presenti con tratti molto netti il poeta e l’uomo della maturità. A questo proposito, mi viene in mente James Hilmann, filosofo e psicoanalista junghiano, quando, ne Il Codice dell’anima, ci parla del daimon, cioè del compagno che ci guida dopo che abbiamo scelto l’immagine che poi vivremo sulla terra. Nel venire al mondo dimentichiamo tutto questo e sarà il “daimon” a ricordarci il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto che ci rende unici e irripetibili. Mi rendo conto che è un pensiero mitico, anche se filtrato attraverso Platone, ma a volte a me piace pensare che le cose stiano così…»

Il senso del cammino di ciascuno «riposa in un abbraccio / tardivo / con il proprio destino», e ancora, «E il ritrovarsi è forse / fine ed inizio del viaggio»; soltanto la coscienza di sé, «un ritorno sommesso», affinché «il cerchio si chiuda»?

«Il ritrovarsi sta in quello che affermava Nietzsche in uno dei suoi aforismi più belli (dalla Gaia scienza, credo): “Si deve diventare ciò che si è”. Frase di una potenza rara. Ci dice che, nel corso del tempo, dobbiamo (ri)trovare l’originaria intuizione che abbiamo avuto di noi stessi e che abbiamo in parte dimenticato nel gioco, nel sovrapporsi delle maschere, distratti dalla vita e dalla “chiacchiera”, per dirla con Heidegger. Diventare ciò che si è significa portare alla luce la propria verità».

La stessa valle fluviale, tra l’anguilla di Montale e le tamerici di D’Annunzio, è «orizzonte e prigione», quindi stilizzata a contraddizione esistenziale: perché?

«La valle è linea di confine tra la terraferma e il mare, tra un istinto che ci induce a restare nel nostro territorio e un altro che ci spinge a salpare per l’alto mare aperto verso l’Altrove. Mi hanno sempre affascinato la Wanderung dei romantici, la ricerca del Sacro Graal, per usare una metafora, ma so bene che la terra ci trattiene e il paesaggio vallivo – quello che possiamo apprezzare tra Comacchio e la statale Romea, per intenderci – è una linea di demarcazione, quasi un exemplum del conflitto tra due istanze opposte: la vastità dell’orizzonte e l’angustia dell’appartenenza».

Nel deflusso, nella discesa della suite al suo finale, figuri il Tempo quale nostro carnefice, «prima dell’assedio degli anni / prima del ricordo imbiancato»; il Tempo che ci corrompe nell’aspetto e nei ricordi, facendoli lentamente sbiadire. Ma quando eravamo re «lo specchio [era] inviolato», non era intaccato dal nostro riflesso: che cosa simboleggia?

«Lo specchio inviolato raffigura quello che uno degli scrittori che maggiormente amo, Romain Gary, ha chiamato “la promessa dell’alba”, che è anche il titolo di un suo romanzo. La vita all’alba ci fa una promessa che poi non mantiene… Tutto si esalta e si deprime nel tempo, col tempo che, tuttavia, nel suo fluire, nel suo “dissolversi in un movimento dolce”, ci offre la possibilità di una riconciliazione con noi stessi, con la nostra vicenda umana. Ecco la radice profonda di Quando eravamo re».

Dedichi l’ottavo movimento all’artista Gian Ruggero Manzoni, tuo caro amico nonché conterraneo, e gli confidi: «Tu sai che il senso ultimo / è racchiuso nell’Origine / e nel Principio». Dato che «arduo è permanere nelle cose», ivi si avverte un lucido e lungimirante senso degli estremi, a cui spesso si è costretti a ricorrere per astrarre?

«Qui ci troviamo su un duplice piano, uno esistenziale, l’altro più filosofico. Pavese scriveva che il senso della vita sta nella bellezza del cominciare e che, quando viene meno questo senso, si vorrebbe morire.  In fondo quell’ “arduo è permanere nelle cose”, che tu citi opportunamente,  nasce per filiazione da quell’intuizione pavesiana. E che il senso ultimo sia racchiuso nell’Origine e nel Principio ce lo aveva già detto T.S. Eliot quando scriveva: “E alla fine dell’esplorazione / saremo al punto di partenza / sapremo il luogo per la prima volta”. Ecco, la coniuctio oppositorum è servita…»

Nel penultimo movimento, la tua dichiarazione di poetica, «se solo potessero / farsi corpo e sangue / e arginare questo urto / di realtà» le parole, prima di essere state scritte e dopo essere state lette?

«Sì, proprio così. Andrea Zanzotto sosteneva che la poesia produce un aumento di realtà, perché dilata il nostro rapporto col reale che si arricchisce di nuove immagini, figurazioni, epifanie, valori. Scriviamo nella speranza che una nostra poesia o un nostro verso possano raggiungere l’altro, fecondandone la esperienza umana. Si scrive fiduciosi che la scrittura possa arginare il duro impatto della storia e del quotidiano, offrendo un senso, un punto di vista capace di illuminare o quanto meno creare sintonia profonda col lettore».

La scelta dei titoli non è a caso: è una rarefazione dal particolare all’universale, da un “io” singolare a un “noi” plurale, se non erro…

«Esattamente. È un procedere per astrazione, dal concreto, dalla nominazione delle cose, dei luoghi, all’astratto, a talune figure archetipiche quali il tempo, le ombre, l’origine, il viaggio».

Come di consueto a “I Poeti dei poeti” dalla sua I edizione, il quesito tradizionalmente conclusivo: quali sono state le tue letture di riferimento, i numi e i nomi d’ispirazione durante la stesura della suite poetica?

«Mentre scrivo poesia e quando intuisco che sto per scriverla, leggo solo prosa. A La Promesse de l’Aube di Romain Gary, per esempio, devo alcune immagini di solitudine di fronte all’oceano. Ciò non toglie che l’eco di qualche lettura poetica passata possa riemergere dall’inconscio letterario. In questa suite credo di essere debitore a due poeti britannici: Charles Tomlinson (1927-) e Harry Guest (1932-). Al primo per avere rafforzato in me il senso del luogo, dell’appartenenza; al secondo, di cui ho tradotto una selezione di poesie diversi anni fa, per certi  straordinari piani sequenza poetici, degni di Antonioni in “Professione Reporter”. Tanto per chiudere con Ferrara, una città di rara magia, dove ritorno sempre molto volentieri».

 

L’origine 

per Gian Ruggero Manzoni

Tu, tu che hai cantato
il non arrendersi
degli storioni alla diga
le stagioni nel loro svelarsi
e il peregrinare delle stelle 

Tu sai che il senso ultimo
è racchiuso nell’Origine
e nel Principio 

Faticoso invece è il durare,
il dimorare nel tempo,
arduo è permanere nelle cose, 

nei volti già amati,
in parole già dette,
nella sintassi del cuore
quando esilia l’altrove. 

Per noi esistere è muovere
Verso un’altra direzione,
cagionevole ma cristallina, 

illuminata da forza e bellezza,
nutrita dalla struggenza vivida
di quando eravamo re.

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