Beppe Salvia: ‘I begli occhi del ladro’, nota di Casagrande

di Maurizio Casagrande

salviaNel cinquantesimo anniversario della nascita (a Potenza, nel 1954), la collana La porta delle lingue di Rovigo rende omaggio alla memoria di un poeta che ha già lasciato un segno tangibile nella poesia del secondo Novecento: il lucano Beppe Salvia. Curatore della pregevole antologia di liriche e prose pubblicata dall’Associazione “Il Ponte del Sale” è il veneziano Pasquale Di Palmo, attentissimo lettore e traduttore di Artaud, ma che con Salvia tradisce, soprattutto nella propria produzione in versi, un feeling molto particolare. Accanto ad un ridotto mannello di inediti, il volume propone sostanzialmente il meglio della produzione di Salvia, dalle liriche della prima raccolta edita sotto lo pseudonimo di Elisa Sansovino (Estate) fino ad Elemosine eleusine e ai racconti più tardi, restituendo al lettore la voce di un poeta la cui opera era dispersa finora in alcune riviste romane o in pubblicazioni postume difficilmente rinvenibili sul mercato librario. Il titolo (segno dello scrupolo filologico del curatore) viene da una selezione di liriche pubblicate mentre il poeta era in vita su «Nuovi Argomenti» (n. 63-64, 1979), ma anche dalla chiusa di un sonetto riportato nella seconda sezione del volume: «son chiusi i begli occhi del ladro». L’alternarsi delle stagioni sembra scandire il ritmo dei versi come delle prose nelle due sezioni d’apertura, mentre la riproduzione grafica in copertina del frammento bronzeo di un volto femminile dal santuario di Rossano di Vaglio, insieme alla sezione Estate attribuita ad Elisa Sansovino, introducono, esaltandola, alla figura del doppio (e di un doppio femminile) in Salvia, poeta dall’identità mobile e sfuggente. Quello che impressiona però, sin dal primo approccio ai suoi testi, è lo scarto nettissimo fra ricerca ostentata di quell’equilibrio che viene assicurato dalle forme chiuse dei sonetti come dalla cura tutta petrarchesca per un lessico quanto mai rarefatto e prezioso – che apre però in direzione diversa rispetto alla lezione ermetica – a fronte di un’inquietudine, un disagio rispetto alla vita e ai suoi ruoli che traspare quasi da ogni verso e che trova un corrispettivo anche letterario nelle inquietudini di Pessoa e nell’indulgenza, comune anche a Salvia, alla scissione della personalità nell’artificio degli eteronomi (si veda la prosa Mestieri, pp. 100-101). Lo stesso si può dire per un altro espediente formale cui il poeta di Potenza ricorre con frequenza, vale a dire l’iterazione all’interno di un testo di una medesima voce lessicale o verbale variandola in molteplici valenze sintattiche e grammaticali, col risultato, molto spesso, di generare sconcerto nel lettore che si viene a trovare catturato e quasi stordito in un gioco di specchi che non restituisce però alcuna immagine salda, moltiplicandole piuttosto all’infinito con un effetto caleidoscopico e straniante solo apparentemente in contraddizione rispetto al severo classicismo sempre professato dal poeta lucano come dagli amici romani, in questo vicini al gusto e alla sensibilità di Leopardi, segno incontrovertibile della sua appartenenza alla modernità a dispetto delle misure e delle forme classicheggianti. Effetti non dissimili, d’altra parte, vengono indotti dai cromatismi che assumono carattere dominante nel libro – il bianco, nelle sue varie sfumature, correlativo oggettivo per antitesi e negazione della condizione di solitudine e infelicità del poeta – come pure dalla presenza ossessiva del tema della luna. Proprio nella fedeltà al medesimo topos letterario (il dialogo con la luna), al colore (il bianco), alla condizione esistenziale del poeta che si percepisce e propone nei panni del «guerriero» (o del cavaliere medievale, in Cappello), oltre che nello scrupolo e nella cura della forma, crediamo di riconoscere un punto di contatto con Salvia da parte del friulano Pierluigi Cappello, uno dei poeti più promettenti nel panorama presente e futuro, nella piena consapevolezza peraltro che le rispettive poetiche divergono in un punto fondamentale: se quello di Salvia, infatti, si può considerare uno studiato e metodico tirocinio di approssimazione alla morte, in Cappello la poesia si risolve piuttosto in un canto d’amore alla vita. Si potrebbe addirittura parlare per Salvia di assunzione a categoria esistenziale ed estetica – sulla scorta di Rilke, Pessoa e altri giganti della modernità piuttosto che di Leopardi – della cifra dell’assenza: lo testimoniano, ad esempio, la già menzionata prosa Mestieri con quell’incondizionata apertura di credito al greco Catilina Agnus «Archetipo ferrigno d’ogni e assoluta assenza» (p. 101), ma pure il sonetto Cuore, vera e propria elegia dell’assenza con qualcosa di Corazzini («A scrivere ho imparato dagli amici, / ma senza di loro. Tu m’hai insegnato / a amare, ma senza di te. La vita / con il suo dolore m’insegna a vivere, / ma quasi senza vita, e a lavorare, / ma sempre senza lavoro. Allora, / allora io ho imparato a piangere, / ma senza lacrime, a sognare, ma / non vedo in sogno che figure inumane […]», p. 69), non meno di altre liriche della medesima sezione che aprono talora a prossimità molto forti con Michelstaedter non semplicemente sul versante delle suggestioni letterarie, senza tacere di questa affermazione – dura come lo schianto di un fulmine – nel finale di un racconto sospeso tra il D’Annunzio romano dal taglio barocco, estenuato e decadente, e il Rimbaud di Vocali: «Era una vera iniziazione alla morte» (Casa, p. 136). Nella stessa direzione, quella cioè della negazione programmatica dell’io, vanno pure le note autobiografiche che si leggono nella prosa Mestieri, là dove Salvia sembra far professione di una delega alla vita quando sostiene, nel mentre si risolveva a licenziare un libro col proprio vero nome (ma non lo farà): «Esso è finalmente un quieto mio vivere per bocca e pazzia altrui. Sono gli amici» (p. 100; il riferimento era a Cuore, libro che sarebbe uscito postumo). È un’opera quanto mai complessa dunque, la sua, che assume anche la valenza di un ponte sospeso – e, non a caso, proprio nella città che era stata cara a Petrarca e a D’Annunzio: la città eterna – fra i valori della classicità (tutta la prima parte del racconto Casa lo sta a testimoniare nel diffuso tono di elegia, ma anche le sezioni Cuore ed Estate) e gli esiti decisamente più problematici dei moderni, senza escluderne nessuno, e i suoi libri allora si presentano nella veste ambivalente di acquisizione di una doppia eredità (classica e moderna) e, ad un tempo, di lascito testamentario ai posteri per un tentativo di saldatura fra opposte sponde pienamente riuscito a livello artistico ma smentito nella prassi e nella quotidianità del nostro presente. Non va trascurata inoltre un’altra importante dimensione della poesia di Salvia, quella che potremmo chiamare la tensione etica od ontologica alla bellezza e alla virtù nel vivere comune che il poeta di Potenza spartiva con gli amici romani (e, oggi, con Di Palmo) di lontana derivazione classica anch’essa, un classicismo però non riducibile soltanto al modello di Orazio, è, insieme, il culto dell’amicizia quale espressione di una possibile comunità di elezione. Ne fa fede, nell’antologia in oggetto, il breve racconto che chiude il volume e che ha per titolo Al sommo grado (pp. 141-147): proprio su tale terreno si viene ad innestare la riedizione delle liriche di Salvia da parte dell’Associazione “Il Ponte del Sale”, il terreno cioè, per usare le parole stesse della redazione, di una condivisione con gli altri del patrimonio della poesia e delle arti «in un circuito di umanità […] che allude ad una forma alta di socialità e di civiltà» (dalla nota in calce al Bollettino 2003-2004 dell’Associazione stessa).

(già su Atelier n.35)

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