Beppe Salvia: Morte di un giovane poeta

di Marco Lodoli

morte di Beppe Salvia web

Beppe Salvia è morto a Roma, a trent’anni, gettandosi dalla finestra di casa sua sabato 6 aprile, a Via del Fontanile Arenato. Ho sempre avuto l’impressione che abitasse in quella via perché il nome gli piaceva. Un nome liricamente simbolico.

È difficile trovare le parole che spieghino a un lettore chi fosse Beppe Salvia, quale sia stata la sua vicenda umana. Io stesso, che pure lo conoscevo da tanti anni, non saprei dirne molto, i ricordi cozzano uno contro l’altro e non vogliono comporsi in un ritratto preciso. È stato un grande poeta, ecco, certamente il più amato dalla sua generazione, da chi ha trent’anni e scrive versi senza sapere bene perché, per chi. «Perché tu mi dici: poeta? / Io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange». Mi tornano in mente questi versi di Corazzino che piacevano a Beppe. Anche Beppe accettava a stento il suo essere poeta, lo celava. Molte delle poesie che scriveva poi le stracciava: buttava i quadri che dipingeva, periferie notturne, squarci di campagna, interni casalinghi. Se proprio vuoi disfarti delle cose che fai, regalale agli amici – gli ho detto una volta – noi le conserveremo. È vero, hai ragione – mi ha risposto, ma ha continuato a buttare, a sprecare. – Vedi, è questa Elisa Sansovino, questa con i capelli corti – e mi ha fatto vedere una foto d’un gruppo di ragazzi degli anni Cinquanta, riuniti attorno a una vespa. Non so dove aveva pescato quella fotografia, ma quella ragazza ignota gli era piaciuta al punto da scrivere un breve canzoniere a suo nome – nome inventato. Nella foto stava in seconda fila, Elisa Sansovino, quasi nascosta, chissà dove saranno finite quelle poesie, erano bellissime.

Beppe amava queste finzioni. In molti esultammo quando su “L’oca parlante”, una piccola rivista romana, leggemmo due poesie di una certa Silvia Isola, nata a Città di Castello nel 1962, una voce nuova, un verso leggero e tremante. Poi scoprimmo che era sempre Beppe Salvia. Ricordo che una volta propose di fare su “Braci” – la rivista che insieme a Claudio Damiani  aveva fondato – un’antologia della «più giovane poesia italiana», mettendo una serie di poeti da lui coniati, tutti tra i sette e i dodici anni, ognuno con una sua storia. Doveva essere una risposta provocatoria a chi diceva che “Braci” accoglieva poeti infantili. Si decise di farla, ma lui non volle più.

«Fu come un vano / sospiro/ il desiderio improvviso d’uscire / di me stesso, di vivere la vita / di tutti, / d’essere come tutti / gli uomini di tutti / i giorni”. Così diceva Saba, così voleva Beppe, che ogni tanto mi raccontava di volersi cercare un lavoro, d’aver cominciato un corso d’informatica, d’essere stato assunto in un ristorante di Fiumicino, d’aver mandato la domanda per un concorso al ministero. Per questo tirava tardi nei bar e nelle discoteche, per stare tra la gente di tutti i giorni. Di tutte le notti. Ma poi mollava il lavoro, si ritirava, si ritrovava solo, fuggiva. Partiva e andava in Sicilia, da sua madre, a Sant’Agata, un paese tra Palermo e Messina. «E neppure nell’antica casa paterna / e neppure a sera v’è pace?» – diceva un altro poeta, e Beppe tornava a Roma, più confuso.

Beppe ha pubblicato versi solo su riviste. Un suo libro non è stato fatto. Qualcuno in questi giorni ha detto che non gli sarebbe servito, che non lo voleva. In parte è vero. Epperò oscuramente sento che un libro suo l’avrebbe aiutato, gli avrebbe dato – sia pure solo dall’esterno – il ruolo che cer5cava in ogni modo. Forse l’avrebbe costretto a prendere una forma, ad accettarsi. A rassegnarsi d’essere un poeta, che certo oggi vuol dire essere quasi nulla. Quasi: e in questo quasi c’è un margine di terra dove io credo si possa ancora vivere. E una raccolta, infatti, l’aveva preparata, parlava d’un possibile libro. Speriamo l’abbia difesa, quella raccolta, che esista ancora.

Con il tempo i suoi versi s’andavano semplificando. Oh, c’era sempre l’amore ossessivo per la parola rara, ma il ritmo del verso mi pareva essersi fatto più disteso. Mi pareva un periodo nuovo, che avrebbe dato molto: con modi placati, con una grazia umile e amara, una classicità moderna. Anche la narrativa ora lo tentava, mi raccontava d’un romanzo che aveva iniziato a scrivere, la storia d’un ragazzetto che dopo aver conosciuto Leopardi a Napoli si imbarcava su una nave mercantile, per la grande avventura. L’antico e il nuovo lo tentavano parimenti, lo dividevano. Sapeva tutto dei gruppi new-wave e tutto della tradizione italiana. Lo spaccavano, l’antico e il nuovo: ma sulla pagina con essi si ricomponeva.

E quella volta che andò a trovare Olmi per proporgli una sceneggiatura; e di quando saltava a piè pari sui parapetti delle terrazze; di quando lesse le sue poesie al teatro romano del Tuscolo, di notte, con la pila in mano e un filo trascinato di voce; di quando scappò dal festival dei poeti al Parco dei Daini e si arrabbiò con me perché avevo scritto che era il più bravo di tutti. Di quando mi disse che non voleva più star male… Tante immagini e tante parole si accavallano in questi giorni. Ma c’è una frase che mi ritorna sempre, che mi commuove in un modo strano. Sul terzo numero di “Braci”, sulla copertina bianca, c’erano dei segnetti sparsi a caso qua e là: degli uccelli in volo, più o meno. Dentro alla rivista, in fondo all’indice, c’era scritto: le rondini sono di Beppe Salvia, in questi tristi giorni di primavera, passeggiando o dalla finestra della camera vedo i voli storditi o intrecciati o rapidissimi degli uccelli in cielo e mi ripeto: le rondini sono di Beppe Salvia, e mi sembra sia vero.

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2 Comments

  • Ho conservato gelosamente la fotocopia di questo intenso e toccante articolo di Marco Lodoli. C’è però una precisazione da fare. Approfitto perciò di questo spazio. Beppe non decise di andarsene in via del Fontanile Arenato. Vi abitò per un certo tempo con la madre e il fratello. Poi però i tre si divisero. La madre rimase a lungo in via del Fontanile Arenato, Presto il fratello Rocco comprò casa ed andò a vivere per conto suo. Un po’ dopo, non ricordo precisamente quando, anche Beppe comprò casa in piazza Pio Undicesimo. Peraltro c’è una sua bellissima poesia a riguardo. Ed è nella sua nuova casa che avvenne la tragedia.

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